Biblioteca San Giorgio, Pistoia


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Le mie inutili poesie

Presentazione del libro "Le mie inutili poesie. Dispacci poetici nell'universo garginiano", di Marco Gargini, a cura di Matteo Mazzone. Pistoia, 2016

Sabato 19 novembre 2016, ore 17.00 – Ufficio cultura

Interviene Perla Cappellini
Sarà presente il curatore

“Le mie inutili poesie” è il titolo che il pistoiese Marco Gargini ha scelto per la sua raccolta di versi, concepiti a partire dagli anni Ottanta fino alla sua morte. I componimenti qui racchiusi sono il riassunto di uno spirito lirico che ha trovato la sua espressione in rime piuttosto tardivamente nella vita dell’autore, protagonista di un’esistenza segnata dal trauma della seconda guerra mondiale e intensamente legata alla storia moderna della sua città natale. Lo studioso Matteo Mazzone ha curato una riedizione critica delle poesie di Gargini, accompagnata da uno studio esplicativo della poetica garginiana, in grado di fornire al lettore un’ampia comprensione dei versi e dei temi racchiusi nelle liriche.

Marco Gargini nasce a Pistoia il 27 ottobre 1926. La sua vita è comune a quella di tanti bambini del suo tempo: frequenta la scuola elementare statale, poi l'istituto professionale. All’età di quattordici anni, in seguito al primo bombardamento che colpisce Pistoia nel 1943, Marco con la sua famiglia ripara a casa dei nonni materni a Bonelle. Il padre emigra in nord Italia, a Cambiano in provincia di Torino, per lavorare come stampista alla San Giorgio (attuale Breda), dov’è dislocata una sede dell’azienda pistoiese, e insieme a lui parte anche Marco, per entrare a lavorare nell’azienda, dove apprende il lavoro manuale di lamierista cui si dedicherà per molto tempo e che lo porterà ad essere un maestro nell’arte della scultura. Ma l’impiego di Cambiano non dura molto, forse un biennio, e padre e figlio ritornano a Pistoia. Dopo la guerra, Gargini riprende il suo normale lavoro alla San Giorgio, nella città natale, collaborando con le Officine Ricciarelli come costruttore di forme in metallo e lavorando in carpenteria leggera nell’officina meccanica Govoni. Intorno al 1985, dopo quarant’anni di incarico come realizzatore di prototipi per modelli, Gargini va in pensione e può concentrarsi alla scultura e alla poesia. Passa così interi pomeriggi nel suo laboratorio, immerso nei metalli (lamine di ferro, di acciaio, di cromo, di acciaio inox, di rame, di ottone, di alluminio) che assembla, salda, piega con la sua speciale manualità ricevuta come dono. Sono anni di intenso lavoro: volti, ritratti, animali, soggetti astratti riempiono nel tempo il suo studio o per meglio dire la sua officina, dove le opere sono modellate manualmente piegando con forza le lamine metalliche che vengono poi assemblate con la potenza del fuoco. I colori sono quelli naturali dei diversi metalli utilizzati, sui quali Gargini, con particolari tecniche, interviene giocando con toni chiari e scuri. Nel 2000 una grave malattia gli impedisce l’uso di mano e gamba destre, ma, pur costretto ad abbandonare la scultura, Gargini continua a scrivere versi e a dipingere con la mano sinistra. Trascorre i suoi ultimi anni con un misto di rassegnazione, di bilancio esistenziale, ma pur sempre attaccato ai valori più positivi della vita, riscontrabili ampiamente nei suoi versi. Marco Gargini muore il 20 ottobre 2010.

 

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