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Zero Dark Thirty

 

Nel settembre del 2008 Kathryn Bigelow presenta in Concorso a Venezia "The hurt locker" e dopo le critiche positive il film finisce nel dimenticatoio, per uscire nelle sale americane solo l'estate successiva. Il passaparola è impressionante tanto che da outsider nella corsa agli Oscar, il film diventa protagonista nella notte degli Academy Awards del 2010 portandosi a casa sei premi Oscar, tra cui quello per il miglior film e quello al miglior regista finito per la prima volta nelle mani di una donna. Il film successivo "Zero Dark Thirty" è figlio di questo successo insperato. La Bigelow torna a collaboorare con Mark Boal, per raccontare dopo la guerra in Iraq vista da un gruppo di artificieri e sminatori, la caccia all'uomo più ricercato del mondo Osama Bin Laden. E' la notte del 1° maggio del 2011, quasi dieci anni dopo l'attacco dell'undici settembre, che arriva l'ok della Casa Bianca all'azione dei Navy Seals (Forze per Operazioni Speciali della Marina degli Stati Uniti). Gli elicotteri atterrano nella notte in un costruzione fortificata nei pressi di Abottabad in Pakistan e se ne vanno con il corpo del leader di Al-Qāʿida. L'intervento girato quasi tutto in notturna occupa la seconda parte del film e mostra il risultato di anni di ricerche da parte della CIA. Il film, basato su resoconti di prima mano di eventi reali sintetizza nel personaggio di Maya, interpretato da una convincente Jessica Chastain, la caparbietà di alcuni agenti che per anni si concentrarono su una pista, l'individuare il ricercato numero uno attraverso il suo corrriere più fidato che corrisponde al nome di Abu Ahmed al-Kuwaiti. Attraverso l'intuizione di un possibile scambio di persona e appostamenti, intercettazioni, foto segnaletiche la presenza di Osama Bin Laden in pakistan divenne quasi certezza. Nel film assistiamo allo scorrere di dieci anni di storia americana recente e al passaggio di consegne tra l'amministrazione Bush e quella di Barack Obama, con conseguenze non da poco sul rispetto dei diritti civili e sull'uso della tortura come mezzo per ottenere informazioni. Kathrine Bigelow non è stata esentata da dure critiche nel mostrare in maniera oggettiva le modalità attraverso le quali arrivare a confessioni di prigionieri di guerra accusati di terrorismo. Pur rimarcando la crudezza di certe scene e la scarsa eticità di certi comportamenti, è innegabile come la regista si dimostri a suo agio nell'affrontare scene di azione e ad alto tasso spettacolare, lasciando esprimere alla sua rossa protagonista in certi momenti di maggiore isolamento e incertezza e soprattutto nel liberatorio pianto finale le qualità femminili in essa apparentemente soffocate.

Pietro (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)

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