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Tensione-Alta/Alta-Tensione

 

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23 marzo - 24 aprile 2019

A cura di Erica Romano

Inaugurazione sabato 23 marzo, ore 17

Tensione-Alta/Alta-Tensione è la personale di Francesco Landucci, artista attivo in ambito paleontologico presso l’Università di Firenze, il cui linguaggio si articola abilmente nella fusione e commistione dei diversi elementi della natura, per favorire il dialogo fra speculazione ideale e traduzione materiale in un tutt’uno possibile che pulsa di esistenza.

Otto i lavori in mostra - numero della rinascita e dell’intersezione possibile fra due dimensioni, terrena e spirituale - allestiti in altrettante teche, che rappresentano vari periodi dell’autore, tutti appartenenti ad un unico ciclo ininterrotto sul tema della creazione intesa come processo e funzione che orienta e dirige il dinamismo della vita. Un lavoro composito, dunque, frutto di una riflessione che si ripete all’infinito e che, pur riavvolgendosi su stessa nel tentativo di tornare all’origine prima delle cose, finisce per tornare ad una verità sempre attuale fatta dei simboli e delle forme della realtà, con i più profondi e segreti significati.

Il percorso espositivo presenta opere a metà fra scultura e installazione realizzate in cristallo, carta, plexiglass, bronzo e a cui si aggiungono oggetti e interventi pittorici. Composti e associati secondo una logica interna legata, appunto, al valore del simbolo, i lavori si dispongono nello spazio apparentemente come se non avessero un ordine di tempo, un prima o un dopo, cosa che di fatto è un’illusione, che velatamente ha lo scopo di lasciare lo spettatore solo e alla scoperta delle connessioni invece prestabilite e preesistenti fra tutte le parti. Dall’accostamento, ad esempio, fra il cristallo, materiale privilegiato dall’artista che sintetizza in sé la purezza dei quattro elementi, e le carte bianche e leggerissime su cui gravano pesantissimi sigilli, si dimostra quanto l’essenziale sia la traduzione di più materie molto dense, mentre la semplicità frutto di un equilibrio sottile, di una chimica fra controllo e calcolo imponderabile di infiniti fattori in gioco. Essenziale è anche l’albero, che nel seme, in più aspetti richiamato, trova in nuce il suo essere potenziale, quando era già mentre ancora non è oppure non è più. L’albero, inoltre, come mediano fra cielo e terra, rappresenta anche una costante, nascosta o esplicitata nelle opere, indicando il passaggio, la porta di collegamento continuo fra più dimensioni che incontrandosi sulla soglia, si contraggono nel proprio limite per fare l’una spazio all’altra.

L’artista, dunque, ci accompagna in un percorso affascinante tanto dentro il cuore pulsante della terra quanto nella magniloquenza visionaria dell’universo intriso di ardenti desideri, ci porta tanto nel visibile quanto nell’invisibile, in un viaggio che corre fra i vuoti lasciati dall’Esistente e che attendono una risposta, una seconda mossa che collabori e completi la prima. L’atto creativo, infatti, che dà origine al nuovo creaturale, è un atto d’amore, il cui frutto è lo specchio di un contrasto, dove la tensione verso il proprio polo di attrazione, si concentra nella forza pervasiva ed esplosiva di un innamoramento fra opposte corrispondenze.
Landucci, nella sua indagine articolata, che affonda le radici in una conoscenza attenta e profonda della natura e nello studio della mistica ebraica, comprende, nel senso che raccoglie in sé, tutte le parti di un’unica realtà già data, che quale artista, nel suo processo rincorre ed emula, con l’esigenza di chi attraverso il proprio operare plasma ciò che non conosce per poterlo finalmente vedere e vedendolo conoscerlo.

Le opere qui presenti, dunque, sono da intendersi come simboli che rimandano ad altro e sono perciò incomplete per natura, rappresentando una parte per il tutto in constante tensione, un enigma muto fino a che non si ricongiunge alla sua risposta complementare, che risiede solo in chi osserva e interagisce dall’esterno. Il simbolo ha inoltre il plusvalore di essere manifestazione del legame dell’uomo con il sacro (cielo-terra/rami-radici), capace di colmare i vuoti e di collegare dimensioni distanti. Ciò suggerisce l’idea che le stesse opere di Landucci possano rappresentare dei vuoti, ossia delle capacità in grado di contenere e accogliere il pieno che viene da quell’alito di vita, di spirito o di energia che anima la terra e le ossa. Dominante è allora la concezione di una relazione fra immanente e trascendente, fra l’umano inteso come parziale che si completa nel divino e viceversa. Per questo, celato nel potere semantico della parola usata come segno dei segni, ecco il tetragramma, il cui suono impronunciabile diventa una sfida aperta al mistero dell’esistenza dell’invisibile presenza. La musica inudibile dell’universo creato nel segreto, diventa ora immaginabile, trascritta nel movimento visibile degli elementi che fanno la loro danza per fondersi in un coro a più voci. Una visione unitaria e polifonica dove siamo invitati ad esplorare e a percepire come ogni singolo elemento possieda un’autonomia precaria e apparente, dove il vuoto è un’area privata e di privazione che attende la presenza d’Altro per essere Uno. (Erica Romano)

 


Francesco Landucci, artista toscano, residente a Firenze, è conosciuto da tempo per il suo itinerario creativo, lavorando il cristallo e la cellulosa con impronte e sigilli che assumono significanze simboliche. Da anni realizza opere che trasudano nella loro materialità l’urgenza dell’essenza e la tensione della ricerca nella natura di una traccia del trascendente.

 Attivo nell’ambito del restauro e del recupero di elementi geologici e paleontologici per l’Università degli studi di Firenze, stabilisce un legame diretto tra questa tipologia di ricerca e l’operazione artistica proiettando il proprio universo nella pasta di vetro intrisa di luce e nella cellulosa impressa da cui emerge un intrico di segni, un labirinto di rilievi e controrilievi che sollecitano lo sguardo a cogliere infiniti percorsi per gli occhi e per la mente, ed alimentano il tatto a scavare addentro per scoprire incommensurabili punti di riferimento, come autentiche coordinate cosmiche.

 

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