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Suggestioni. Omaggio a Carlo Scarpa

 

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5 febbraio - 12 marzo 2016 - Vetrine e Spazio espositivo
(La mostra è prorogata fino al 12 marzo)

Opere di Franco Cappelli

A cura di Alessandro Mannelli e Siliano Simoncini. Organizzazione Brigata del Leoncino

Inaugurazione venerdì 5 febbraio 2016 ore 17
Intervengono: Domenico Asmone, Massimo Biagi miradario, Alessandro Mannelli, Siliano Simoncini



"La fase attuale dell’esperienza pittorica di Cappelli alimenta sia la natura strettamente linguistica della sua arte quanto i contributi pertinenti all’estensione concettuale del significato. Per fare ciò, questa volta, l’autore prediletto dall'artista è stato Carlo Scarpa (1906/1978). Cappelli, in particolare, si è “immedesimato” nei disegni di progetto dell’architetto veneziano più che sugli edifici realizzati, e il risultato è davvero una esplosione di inventiva formale quanto di evoluzione linguistica e di significato.

Com’è noto, Scarpa è stato un architetto che, pur apprezzando l’opera di Le Corbusier, molto ha amato il contributo di F.L.Wright la cui lezione è stata un costante punto di riferimento per la sua filosofia progettuale.
L’assunto scritto dal Maestro americano in merito all’architettura organica, fu infatti sempre presente nella mente di Scarpa: "per architettura organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinto da un’architettura che venga applicata dall’esterno". Espressione quindi di un pensiero e di una visione in cui artificio e natura devono convivere armonicamente, e del rispetto come principio essenziale di ogni progettazione.
E va detto che l’architetto pistoiese Giovanni Battista Bassi (1926/2013) apprezzava sia l’opera di Wright, quanto quella di Scarpa. Peraltro, alla fine degli anni ’60 e i primi dei’70  risalgono due progetti “utopici” di Bassi, episodi emblematici rispetto a quanto si va analizzando: si tratta di "La città sulla collina" e "La città del rispetto".

Il recente impegno pittorico di Cappelli, alla luce di quanto esposto sinora, è assai convincente perché è frutto di un processo organico, appunto: l’interno di cui parla Wright è,  per il nostro artista, il nucleo (le planimetrie delle abitazioni e dei giardini progettati da Scarpa) dal quale si evolve il sistema estetico e concettuale (dall’interno all’esterno) della personale poetica espressiva.
Sistema che, alla stessa stregua di un congegno in divenire, nel quale le parti si legano al tutto secondo un armonico relazionarsi, può dirsi impeccabilmente compatibile con quello dell’organicità progettuale dal quale si è generato.

Franco Cappelli questa volta, non soltanto si è lasciato “suggestionare” dagli antefatti (Le città luminose), ma ha cercato di immedesimarsi a un contesto in cui la sperimentazione sinestesica è prioritaria (Utopie musicali); in più - aspetto importante e significativo- questa volta ha perseguito l’idea di una concezione dell’arte come pensiero organico (La città del rispetto). Un lavoro impegnativo ben ravvisabile nei 34 quadri esposti in mostra, di ottima fattura tecnica in primis ma, soprattutto, di una qualità pittorica omogenea e linguisticamente arricchita rispetto alle esperienze precedenti."
(Siliano Simoncini, dal Catalogo della Mostra)

 

"Carlo Scarpa, architetto: ricerca di geometrie assolute, perfette; al tempo stesso volontà costante e manifesta (o sottintesa) di fuga dagli esiti scontati. Non a caso, a proposito della Tomba Brion, viene affermato che “... nel confronto dei disegni planimetrici si riscontra l'iniziale presenza... di una maglia ordinata secondo criteri di ortogonalità e assialità, rispetto alla quale l'architetto opera progressive trasgressioni, introducendo obliquità, asimmetrie, rotazioni”.

E di queste “progressive trasgressioni” mi piace parlare a proposito del rapporto tra arte e architettura, cogliendo l'occasione del nuovo appuntamento con le opere di Franco Cappelli. Il “fare arte” di Franco Cappelli, in effetti, si svolge sul terreno accidentato dell'architettura, nella ricerca di “consonanze” con quella che i Maestri chiamano ancora “fare architettura”.
Secondo la definizione del Dizionario delle Scienze Fisiche (1996) consonanza, in senso figurato, definisce un “accordo”; e ancora “... è la fusione di due o più suoni così affini che, combinati, diano all'orecchio una prima impressione di suono unico...”. Proprio di consonanze parlerei con l'opera di Carlo Scarpa. Perché, se è vero che il maestro veneziano aveva fatto delle geometrie e delle stereometrie il suo percorso architettonico e di docente, è altrettanto vero che Franco Cappelli è arrivato ad affondare sempre più la sua ricerca nel terreno delle geometrie smembrate e poi ricomposte, quasi fosse un puzzle tridimensionale trasferito sulla tela, in un percorso continuo di andata e ritorno dal mondo delle idee a quello dei dati fattuali.

Scarpa, nato nel 1906 a Venezia e morto nel 1978 in Giappone, dopo il diploma all'Accademia di Belle Arti nel '31 inizia il suo percorso lavorativo nel mondo delle vetrerie muranesi divenendo nel '32 direttore artistico della Vetreria Venini (collaborazione che durerà fino al 1947) ed entrando in contatto con i circoli intellettuali veneziani. E' un percorso che si scontra spesso con la realtà professionale degli architetti veneti, lui che non aveva laurea e che la ottenne, “honoris causa”, solo nel 1978.
Ma queste brevi note biografiche servono solo a comprendere che nel momento più alto da lui raggiunto, la Tomba Brion, il mausoleo voluto da Onorina per il marito accanto al piccolo cimitero di San Vito d'Altivole, Scarpa seppe ricondurre tutti i pezzi del suo fare architettonico in una composizione, forse unica nel panorama italiano, dove il fascino del “frammento” può ben essere letto con le parole di M. Blanchot (in L'Entretien infini, Torino 1976): “occorrerebbe che, quando c'è un frammento, ci sia una designazione sottintesa di qualcosa di intero che è stato anteriormente o lo sarà in seguito... così, il poema frammentario è un poema non incompiuto, ma che apre un altro modo di compimento: quel modo che è in gioco nell'attesa, nell'interrogare o in una affermazione irriducibile all'unità”.

Anche il lavoro di Franco Cappelli, come quello che conduce Scarpa a comporre la visione dei suoi “frammenti”, tende a quell'esito finale che è ricerca di un senso che accomuni visioni di città (e dell'architettura delle città) con la bidimensionalità del fare pittorico, con la ricerca della profondità coloristica che rimanda a “suggestioni” legate allo sviluppo tridimensionale del fare architettura. E “suggestioni”, non a caso, è il titolo di questo incontro."
(Consonanze, di Alessandro Mannelli. Dal Catalogo della Mostra)


Franco Cappelli ha iniziato a dedicarsi alla pittura alla fine degli anni '60 nel clima culturale della scuola pistoiese di orientamento figurativo e, particolarmente, è attratto dalle esperienze di derivazione espressionista; corrente rappresentata con eccellenza dall'artista Alfiero Cappellini. La ricerca di un linguaggio essenziale e sintetico, che gli consentisse di rifuggire il rischioso accademismo, lo porta sempre più a prendere le distanze dalla realtà, fino a trasporla nell'ambito dell'astrazione. Così, il periodo che va dagli anni sessanta agli ottanta, costituisce un fervido momento creativo il cui riscontro è ben tangibile in opere basate sia sull'equilibrio compositivo quanto sulle sue scomposizioni. Al contempo s'interessa all'uso di nuovi materiali e ciò lo porta a rigenerare le proprie tipologie formali con ricchezza di varianti. Dagli anni '80 abbandona gradatamente la figura e l'immagine della realtà per dedicarsi esclusivamente all'astrazione schematica e rigorosa, che lo induce, agli inizi degli anni duemila a fare riferimento esclusivo alle morfologie di derivazione geometrica che a tutt'oggi caratterizzano le sue opere.
Opere, la cui tipicità nasce dall'interazione dello spazio planimetrico con quello stereometrico. Più che dipinti dunque, oggetti/scultura, strettamente legati alla cultura del progetto che il razionalismo storico ha lasciato in eredità. Insegnamento interpretato dall'artista secondo il principio che la geometria è parte della nostra vita: dalla crescita delle città, al mondo degli oggetti, fino alle forme della stessa natura. Da qualche tempo il suo tema di riferimento è, per l'appunto, legato alla rappresentazione geometrico/simbolica della città :composizione, tracciati, vettori, colore, e soprattutto la luce, divengono gli elementi peculiari della grammatica visiva che qualifica la sua opera. (dal catalogo Franco Cappelli Città radiose, a cura di Domenico Asmone, Siliano Simoncini, Maurizio Tuci, 2012)

 

 

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