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Mi faccio un libro

 

Costruire un libro senza pinzare insieme più fogli, senza cucire fascicoli, ma utilizzando un unico foglio e sperimentando piegature diverse ed accorgimenti che danno vita a modelli tridimensionali, libri con porte, libri sagomati. Questo è l’intento del testo di Maria Pia Alignani, traduttrice ed insegnante, prima fautrice italiana del Book Art Project, metodo di costruzione del libro sviluppato presso l’Università di Manchester da Paul Johnson all’inizio degli anni Novanta. Si tratta di una metodologia in grado di sviluppare la capacità di progettazione grafica, disegno e scrittura dei bambini. L’idea, infatti, di un insieme di pagine che nascono da uno stesso foglio di cartoncino è ricca di spunti creativi che aprono le porte dell’immaginazione dei più piccoli. La tecnica di base, identica per ogni tipo di costruzione, prevede la suddivisione di una pagina in diverse parti da piegare e ripiegare più volte in corso d’opera. In primo luogo ciò che si ottiene è una struttura “portante” che potrà assumere una qualsiasi forma: che si voglia ricavare un castello, una mela morsicata o un pesce rosso, a guidarci, infatti, sarà sempre e solo quella che viene definita «la piega». Quest’ultima anima la superficie piatta della carta conferendole profondità e prospettiva, offrendo così alle storie da narrare corporeità e maggiore efficacia. Il lavoro continua poi con il ritaglio di sagome da incollare, eventuali cornici e tutto ciò che la fantasia e la creatività producono nella testa dei piccoli artisti, fino a creare un vero e proprio manufatto non lontano dai prodotti editoriali. Il concetto di libro come forma d’arte applicato alla sperimentazione del metodo creato da Johnson e battezzato Book Art Project ha avuto una forte risonanza nell’Inghilterra e negli Stati Uniti. Maria Pia Alignani apprende tutto ciò da una rivista inglese e lancia questa sfida anche in Italia, rivolgendola a bambini, ma anche bibliotecari, adulti e, in particolare educatori. Cominciano così nel 1994 le sue prime collaborazioni con la biblioteca E. De Amicis di Genova, con la Libreria dei ragazzi di Milano e, infine, l’esposizione dei libri costruiti da bambini italiani presso l’Università di Manchester. Questo manuale racchiude tutto quanto sperimentato dall’autrice fino ad oggi: è un percorso scalare che parte dalle imprescindibili conoscenze basilari per arrivare gradualmente ai formati più complessi e alle strutture tridimensionali (pop-up): nascono così alberi-libro, pesci che nuotano nel foglio, farfalle che volano e castelli incantati. Fornisce, inoltre, cento schemi grafici (alcuni inventati personalmente dall’autrice) con tutte le indicazione pratiche e teoriche utili per “costruire” un libro. Quasi superfluo spiegare gli obbiettivi che sottendono questo ambizioso progetto: la manualità non è più una dote fine a se stessa, elargita da madre natura in modo casuale, ma diviene una sorta di abilità che ciascuno può apprendere (anche in età matura). Inoltre, mentre si colora, si incolla, ognuno esprime un pensiero, una fantasia riguardo alla storia che abbiamo deciso di illustrare: questo processo, definito “invenzione collettiva” fa sì che ognuno si senta responsabile delle proprie idee e al tempo stesso riesca in modo costruttivo a comunicarle e a confrontarsi con gli altri. Proprio in questo “gioco” i bambini prendono familiarità e si divertono con qualcosa che fino ad allora aveva avuto una funzione di conoscenza ed era legato all’ambito scolastico. Il passaggio, quindi, da semplici lettori a autori, anzi, a “costruttori”di libri è davvero breve: proprio nelle relazioni con gli altri, i bambini (e gli adulti) imparano a conoscere se stessi e le proprie le emozioni, a dar corpo alle idee personali, cercando un modo per realizzarle lungo quel processo della vita che viene comunemente chiamato “crescita”. Scriveva Gustave Flaubert non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere per indicare che la lettura sbiadisce l’orizzonte che ci separa dalla vita reale e in qualche modo tutti noi, quando raccontiamo o scriviamo una storia, non facciamo altro che raccontare o scrivere di una parte di noi stessi.

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