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Les carabiniers

Più vado avanti, più vado verso la semplicità, utilizzo le metafore più consumate. In fondo è questo che è eterno: le stelle sembrano occhi, per esempio, o la morte è come il sonno.

Jorge Luis Borges

Con questa citazione Jean-Luc Godard apre "Les carabiniers" interrompendo solo per un momento il flusso di rivoluzione creativa che lo aveva portato a realizzare l'anno precedente, il 1962, il capolavoro "Questa è la mia vita". La pausa è fatta sotto l'ala protettrice di Roberto Rossellini. Il progetto nasce durante gli incontri all'Hotel Raphaël di Parigi durante i quali il maestro italiano si impegna a portare sulla scena, al Festival dei Due Mondi di Spoleto, "I soldati conquistatori" di Beniamino Joppolo, lo stesso testo da cui Godard partirà per l'elaborazione del film. Quasi rispettoso di questa collaborazione, Jean-Luc Godard gira in due mesi nelle campagne di Parigi una favola sulla guerra. In una casa di campagna alle porte della città arriva un fuoristrada dei carabinieri alla ricerca di uomini da mandare al fronte. I due protagonisti Ulysse e Michel-Ange accettano con la promessa di ottenere di tutto: auto, treni, piscine, teatri, bouquet di fiori, archi di trionfo, paesaggi, donne di mondo. Si parte così per una guerra che Godard rappresenta come un "gran tour" cinematografico. Le battaglie di questa guerra fatta in nome di un re invisibile sono contrappuntate dalle cartoline che i due protagonisti inviano alle donne rimaste a casa Cléopâtre e Vénus, moglie e figlia di Michel-Ange. E' questa la guerra per Godard: un giro del mondo che da Roma arriva alle Sfingi egiziane passando per la Statua della libertà. Nel flusso di immagini e citazioni, così come nei cartelli che scorrono sullo schermo non assistiamo ad un cambiamento dei due soldati. Non vengono trasformati dalle atrocità che vediamo rappresentate. Le immagini di repertorio con corpi in decomposizione e le parole vere dei soldati a Stalingrado, di un ussaro napoleonico in Spagna e di Himmler ai comandanti della Gestapo si alternano ai divertentessiment dei soldati come la scoperta del cinema. Ulysse assiste a una scena simile a quella de "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat" dei fratelli Lumière e ne rimane spaventato così come lo erano stati i primi spetattori del cinematografo. La realtà dunque lascia il passo all'immagine. Ulysse e Michel-Ange non sono connotati psicologicamente e la guerra non li cambia, torneranno a casa non molto diversi da come sono partiti. Con un finale secco che si compie fuori dall'inquadratura, Godard chiude questo apologo sulla guerra nel segno di Brecht.

Pietro (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)

 

 

 

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