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Le lingue del mondo

Tre incontri dedicati a un grande linguista misconosciuto: Alfredo Trombetti

a cura di Giulio Soravia, Università di Bologna

22, 29 settembre e 6 ottobre 2018, ore 17-19 - Sala Bigongiari

Ogni incontro sarà integrato da proiezioni di diapositive (Power Point) e resumé dei contenuti.

Volantino
(pdf, 193 Kb)

Programma:

sabato 22 settembre 2018
La nascita di animal loquens. Homo sapiens: dall’Africa nel mondo. Lingua e linguaggio. Famiglie linguistiche: gli alberi genealogici. Monogenesi o poligenesi? Tipologie

La nascita di animal loquens. La paleoantropologia ha compiuto passi da gigante dopo la pubblicazione nel 1871 de L’origine dell’uomo di Charles Darwin. La scoperta a Giava del fossile di quello che fu chiamato Pitecantropo fu solo l’inizio di scoperte che continuano a tutt’oggi a proporci nuovi alberi genealogici nella storia dei primati. Ma quando questi nostri antenati cominciarono a parlare? E non fu forse la parola a determinare il salto che ne fece esseri umani a pieno titolo? Oggi appare chiaro che la linea evolutiva che da Australopitecus condusse al genere Homo è senza soluzione di continuità, ma Homo utilizzò un linguaggio “moderno” solo a partire da poche decine di migliaia di anni fa quando ancora si trovava in Africa. L’uscita dall’Africa e la diffusione di Homo sapiens in tutti continenti è posta, secondo gli studi più recenti tra 90 e 120 mila anni fa, ma noi abbiamo attestazioni delle lingue più antiche solo a partire da 5000 anni or sono con il sumerico e l’egizio, lingue strutturalmente simili alle lingue di oggi. Come colmare il vuoto cognitivo di cento millenni? Nel passato si stabilì che ciò era impossibile, ma di recente gli studi sono stati riavviati e le teorie sull’origine hanno assunto una loro dignità e credibilità pari a qualunque altra scienza del linguaggio. In particolare osserveremo che altro è parlare di linguaggio, cioè di una facoltà geneticamente sviluppatasi e che ha origini biologiche, altre sono le modalità di attuazione di tale facoltà attraverso dei codici che chiamiamo lingue. Vi fu una lingua unica all’origine delle molte lingue parlate dall’uomo o fin dalle origini lingue diverse nacquero e si svilupparono presso diversi gruppi umani. Il dibattito tra i fautori della monogenesi e quelli della poligenesi non è ancora concluso. Più certo è il terreno di chi si muove cercando di ordinare i dati che possediamo e che ci portano a osservare che le lingue cambiano nel tempo dando origine a quelle che metaforicamente chiamiamo famiglie linguistiche. Così come dal latino si originarono le lingue romanze (portoghese, gallego, castigliano e catalano, francese e provenzale, italiano e ladino, sardo e rumeno…) anche tutte le altre lingue del mondo (oggi nell’ordine delle 7000) furono raggruppate in famiglie costruendo alberi genealogici che ne mostravano esiti e origini. Contemporaneamente studiosi del linguaggio si applicarono a descrivere le lingue sulla base non della loro derivazione da una protolingua, bensì delle caratteristiche strutturali che condividevano. Si parla allora di tipologie e la prima tipologia scientifica si ebbe all’inizio del XIX secolo con la ripartizione delle lingue in isolanti, agglutinanti e flessive esempi delle quali sono rispettivamente il cinese, il turco, l’arabo. Le famiglie linguistiche su cui bene o male sono oggi d’accordo i linguisti sono: la indoeuropea, suddivisa in italico, celtico, germanico, balto-slavo, greco, armeno, iranico, indiano e tocario la afroasiatica, suddivisa in semitico, berbero, cuscitico, omotico, ciadico ed egizio la uralo-altaica (con giapponese e coreano) comprendente l’ugro-finnico, il samoiedo, il turanico, l’altaico (mongolo-tunguso), le paleosiberiane (chukcho-camchadale) e l’eskimo-aleutino la dravidica in India la kartvelica nel Caucaso (col basco?) la dene-caucasica con le lingue del Caucaso meridionali, e l’Athabaska in America la austro-asiatica, con le lingue munda, mon-khmer, tai e austronesiane la khoisanide in Sudafrica la nilo sahariana in Africa occidentale e nel Sahel fino al Sudan la niger-kordofaniana di cui un sottogruppo importante sono le lingue bantu la sino-tibetana l’australiana, comprendente tutte le lingue aborigene dell’Australia la indo-pacifica con le lingue andamanesi, papua, e le lingue non austronesiane dell’Indonesia orientale, oltre al tasmaniano la amerindia comprendente tutte le lingue americane a esclusione dell’eskimo e delle lingue na-dene con i sottogruppi algonkino, uto-azteco, caribico, arawak, maya, tupi-guarani, gé, ecc.). Tipologicamente poi osserviamo lingue flessive, la cui morfologia si basa su meccanismi di trasformazioni delle radici attraverso cambiamenti interne alle stesse come nel trilitterismo delle lingue semitiche o nelle alternanze indoeuropee (latino cap-io - cep-i; tedesco buch – büch-er, inglese mouse – mice ecc.), le agglutinanti con aggiunta alla radice di prefissi e suffissi (tipiche le lingue bantu, swahili tu-li-o-wa- pend-a noi-passato-relativo-essi-amare-indicativo cioè noi che li amammo, o del turco ev casa – ev-ler case- ev-de nella casa -evler-de nelle case- ev-in della casa ecc.) e infine delle isolanti o monosillabiche (cinese wo ai ni io amare tu – ni ai wo tu amare io – io ti amo, tu mi ami) in cui conta l’ordine delle parole che sono invariabili.

sabato 29 settembre 2018
La politica delle lingue. Lingue ufficiali, lingue nazionali, lingue internazionali. Pianificazione linguistica

Fin dall’antichità, per quanto ci è noto, il linguaggio umano ha suscitato interesse nelle menti più meditabonde. I filosofi nei secoli parlarono di un dono divino oppure di uno strumento convenzionale inventato dall’uomo. L’unica certezza era nel rendersi conto dell’infinita varietà di usi delle lingue e delle difficoltà di comprendersi fra persone che non condividevano lo stesso codice. Si crearono dei miti, dalla torre di Babele al disprezzo greco per i Barbaroi, dal faraone Psammetico ricordato da Erodoto che cercava la lingua primigenia, al Fedro di Platone, dal Popol Vuh dei Maya Kiché ai libri sacri dell’India l’uomo si interrogò su questo strumento indispensabile e pure così misterioso. In breve. L’uomo antico, così come i moderni che abitano in zone dove si parlano diverse lingue, aveva constatato che poteva imparare più lingue e risolvere così il problema della reciproca comprensione. Ma questo scatenò un effetto domino che da ultimo produsse risultati opposti. Nell’Italia preromana si parlavano molte lingue diverse, dal siculo al sicano, dall’osco all’umbro, dal piceno al venetico, dal ligure al retico… Ma la conquista romana impose il latino sulla Penisola e oltre. Il problema della comprensione era così risolto imponendo una lingua unica per tutti. Oggi il concetto ci è chiaro, non mettiamo in discussione che ogni stato abbia una o più lingue ufficiali, ma le lingue non ufficiali? La questione non è così semplice. La Svizzera per esempio riconosce tre lingue ufficiali (tedesco, francese e italiano) e una nazionale (il romancio o ladino), tuttavia il tedesco che si parla in Svizzera è diverso dalla lingua standard della Germania e dell’Austria. È lo schwiizertütsch, ma ufficialmente conta solo lo standard. I problemi che sorgono con le lingue di minoranza negli stati moderni pongono in dubbio la validità delle lingue ufficiali: l’ONU per esempio ammette sei lingue ufficiali (arabo, cinese, francese, inglese, russo e spagnolo), ma la CEE ne ha 23! I costi per la traduzione e l’interpretariato sono diventati proibitivi… Occorre rivedere i criteri che ci hanno guidato fin qui, tanto più che le minoranze cominciano a non accettare più di essere lingue di… minoranza. Utilizzare un’unica lingua internazionale? Di fatto oggi l’inglese si è preso da sé tale compito, ma ci si chiede perché debba essere favorita una lingua che pone i parlanti inglese come madre lingua in concreto vantaggio sugli altri. Si è così da tempo verificato il sorgere di lingue “inventate” a questo scopo. I pidgin e i creoli a cominciare dalla lingua franca hanno funto da interlingue. Il tok pisin, il bislama, il chinook creatisi da sé, ma anche altre lingue si sono scavati una nicchia di uso come lingue di scambio: lo swahili, lo hindustani, il malese sono diventate tali. D’altro canto alcune lingue sono diventate punto di riferimento per altre, come lingue di cultura, cui hanno fatto ricorso altre “minori”. L’arabo e il latino, il greco antico e il sanscrito, il cinese hanno prestato lessici dotti o specialistici a tante altre. L’arabo oggi è presente nel lessico persiano con migliaia di parole, ma anche in quello dell’urdu e del turco, del somalo e dell’indonesiano. Tutto il lessico della scienza nelle lingue europee si rifà a radici greche. Il latino a sua volta ha influenzato non solo l’italiano e l’inglese, ma anche altre lingue e non soltanto europee. Il cinese ha prestato al giapponese e al coreano il suo sistema di scrittura, ma anche innumerevoli imprestiti, come il sanscrito cui fanno riferimento gli indonesiani per il loro lessico moderno. Il paradosso è che delle settemila e più lingue parlate nel mondo il cinese è la più parlata e con le lingue dell’India rappresenta la base linguistica di oltre il sessanta percento dei parlanti mondiali. Delle venti lingue più importanti sette sono europee (inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, russo e italiano) e sei sono lingue dell’India (hindi-urdu, bengali, marathi, telugu, panjabi e tamil). Di contro nelle ultime tre generazioni sono scomparse oltre 200 lingue e 2500 sarebbero in agonia. L’UNESCO ha approntato per la salvaguardia delle lingue in via di estinzione un progetto per la tutela delle lingue minacciate, ma c’è chi ha calcolato che per 6000 delle lingue attuali il limite di sopravvivenza non va oltre il 2100. Esiste una minaccia per la diversità linguistica, paragonabile come valore alla biodiversità?

sabato 6 ottobre 2018
Lingue per tutti e lingue proibite. Lingue morte, moribonde, resuscitate. Lingue per uomini e per donne. Lingue per Dio. Lingue per agire. Il silenzio.

La lingua non è solo uno strumento per comunicare. In sé raccoglie l’esperienza di un popolo, vi si sedimentano valori e una specifica visione del mondo. Alcuni linguisti hanno sostenuto che non solo le lingue sono una sorta di specchio storico, sociologico, psicologico dei parlanti, ma addirittura condizionano la visione delle cose dal momento in cui il bambino impara a parlare. Letture consigliate L.L. Cavalli Sforza, Geni, Popoli e Lingue, Milano, Adelphi 1996 N. Grandi (a c. di), Dialoghi sulle lingue e sul linguaggio, Bologna, Pàtron 2011 C. Hagège, Morte e rinascita delle lingue, Milano, Feltrinelli 2000 A. Leroi-Gourhan, Il gesto e la parola, 2 voll., Torino, Einaudi 1977 Ph, Liebermann, L’origine delle parole, Torino, Boringhieri 1980 M. Ruhlen, L’origine delle lingue, Milano, Adelphi 2001 G. Soravia, Le lingue del mondo, Bologna, Il Mulino 2014 G. Soravia, L’alba delle parole, Storia di una scoperta: parlare, Bologna, Pàtron 2016 A. Trombetti, L’unità d’origine del linguaggio, Bologna, Libreria Treves 1905, rist. Nabu Press 2010 Come che sia, l’ipotesi di Sapir e Whorf pone inquietanti interrogativi. Esiste un pensiero senza parole? Che legame c’è tra il mondo reale e la sua rappresentazione linguistica? Ciò che ci sconcerta è notare che le lingue non servono soltanto a comunicare e non sono in rapporto con i parlanti come semplici attrezzi. Le lingue si usano in varie modalità e non soltanto cambiano nel tempo (diacronicamente) e nello spazio (sincronicamente), ma svolgono altre funzioni determinando una pragmatica complessa che ci dice molte più cose di quante siamo convinti di dire. I grandi viaggiatori del passato si trovarono di fronte a una varietà di lingue, ma anche di fenomeni che se non nuovi solo dal confronto venivano messi in rilievo. Giunto sulle coste sudamericane, per esempio, un certo C. De Rochefort nel 1658 scopre dei caribi le cui donne parlano arawak. Una lingua per uomini e una per donne? Non occorre andare tanto lontano: ancora oggi in Giappone il modo di esprimersi delle donne è diverso da quello degli uomini… Ma del resto livelli di cortesia impongono nell’uso italiano il Lei, ma gli inglesi danno a tutti del voi, persino al gatto, mentre gli arabi danno del tu. Credereste possibile che a Giava addirittura si usano (almeno) due lingue diverse a seconda del ceto, età o rispettabilità del nostro interlocutore? Le lingue sono anche un simbolo identitario perché da come parliamo siamo identificabili come appartenenti a un’etnia, una classe sociale, una località… tanto che talvolta si sono verificate le creazioni di lingue segrete per non farsi “scoprire”. E puntualmente sono giunti dalle autorità decreti che proibivano l’uso di quelle lingue. È il caso dei rom cui fu proibita in molte località la loro lingua, tuttavia invano. La storia delle lingue dunque ci si mostra piena di sorprese. Abbiamo detto che le lingue muoiono. Naturalmente non è vero. Sono le persone che le parlano a sparire, vuoi per una micidiale epidemia, per uno sterminio razzista, per una guerra, per una conquista che spinge a disusare la propria, insomma la perdita di una lingua lascia sempre un grande vuoto. Ma ecco che scopriamo che non solo ci sono lingue che nascono dal bisogno contingente di comunicare quando parlanti diversi si trovino forzatamente insieme, ma anche quando si teorizza che la nuova lingua essendo la lingua di nessuno di fatto lo è di tutti in una visione utopistica di fratellanza universale. Parleremo poi dell’esperanto. Si racconta che l’imperatore Carlo V, conoscitore di tante lingue, solesse dire che parlava tedesco col suo cavallo, italiano con gli uomini, francese con le donne e spagnolo con Dio. Implicito ma neanche troppo un giudizio di valore. Certo sappiamo che non esistono lingue migliori di altre, ma che presso certi popoli si sia riservato l’uso di una lingua speciale nelle cerimonie sacre è un fatto neppure tanto esotico se pensiamo all’uso del latino come lingua della Chiesa di Roma. Così i cristiani d’Egitto usano il copto, ultima variante della lingua dei faraoni, come lingua liturgica e i cristiani d’Etiopia il ge’z, lingua altrimenti estintasi dall’uso quotidiano. Un po’ ovunque troviamo sciamani che parlano la lingua degli spiriti e quindi non ci stupiamo osservando come il valore di una lingua sia tanto stimato da convincere a farne rinascere una. È il caso dell’ebraico nello stato di Israele, ma anche altrove troviamo esempi, lo hawaiiano nel 50esimo stato americano, il cornovagliese nella penisola sudoccidentale dell’isola britannica… Dunque le lingue dell’umanità rispecchiano culture, concezioni, usi diversi, un pensiero non lineare, una visione del mondo che cambia dai diversi punti di vista lo osserviamo. La comunicazione avviene attraverso le più insolite manifestazioni del genio umano. Si comunicano messaggi come ci si veste, come ci si diverte, come ci si saluta… L’odore che abbiamo addosso, il nostro gesticolare, il tono della voce hanno un senso. Di più, con le parole possiamo non solo dire, ma anche fare: lodare, promettere, minacciare, offendere, difendere. Addirittura la parola rivela e crea e perfino col suo silenzio riesce a comunicare qualcosa. Infine la parola permette di scoprire il mondo attraverso la metafora che i poeti, criatori del mondo come afferma Vico, mostrano nella sua potenzialità. Del resto ben lo sanno i retori che la usano per convincere dell’incredibile. E moderni retori non sono pure i copyright che creano consenso attraverso la nuova poesia dello slogan pubblicitario? Certo che il primo sorso affascina, ma il secondo Strega…

 

Giulio Soravia dal 1987 è stato docente di glottologia e di lingua e letteratura araba all’Università di Bologna dove ha anche tenuto corsi di indonesiano, somalo e swahili. In passato ha insegnato indonesiano all’Is.M.E.O. di Milano e linguistica generale all’Università di Catania e negli anni Ottanta ha trascorso diversi semestri tenendo corsi all’Università Nazionale Somala. Ha svolto ricerche nel mondo arabo e nel sudest asiatico e si è dedicato a diversi settori di studio. Ha pubblicato oltre 200 tra articoli e libri. Dei più recenti ricordiamo come volumi di In forma di parole: Sei poeti di Palestina (Bologna 2003 con A. Addous), Poeti dell’Indonesia (Bologna 2004), Altri poeti dell’Indonesia (Bologna 2008), inoltre La letteratura araba. Autori, idee, antologia (CLUEB, Bologna 2005), Manuale di arabo parlato (CLUEB, Bologna 2007), Rom e sinti in Italia (Pacini, Pisa 2010), Kursus Bahasa Indonesia (Bonomo, Bologna 2013), Manuale di lingua somala (Bonomo, Bologna 2013), Le lingue del mondo (Il Mulino, Bologna 2014). Ha in preparazione L’Alba delle Parole per l’editore Pàtron. Ha inoltre scritto alcuni romanzi, tra cui Il Pastore del nord (2007), Kali Alas (2009), Storia senza fine (2012); e un volume di foto e poesie: Somalia, immagini e poesie (2012).

 

La partecipazione al corso è gratuita ma è richiesta la prenotazione all’intero ciclo. Per prenotarsi, inviare una mail all’indirizzo corsi.sangiorgio@comune.pistoia.it indicando il proprio nome, cognome e numero tessera della biblioteca. Chi non è iscritto alla biblioteca può effettuare l’iscrizione prima dell’inizio del corso.
Il corso sarà attivato al raggiungimento del numero minimo di 15 iscritti.

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