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La casa dalle finestre che ridono

A metà degli anni Settanta, dopo la sfortunata uscita del film "Bordella" colpito pesantemente dalla censura, il regista bolognese Pupi Avati tira fuori dal cassetto un soggetto scritto qualche anno prima col fratello Antonio e lo propone ai suoi collaboratori di quel periodo, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo, per scriverne la sceneggiatura. Nasce così "La casa dalle finestre che ridono" (Italia, 1976) che esce di lì a breve nelle sale cinematografiche italiane. Film a basso costo, girato in poche settimane nella bassa Padana da una troupe ridotta all'osso - pare fosse composta all'incirca da una dozzina di persone -, diviene nel corso del tempo un film di culto per gli appassionati del giallo italiano di quel decennio, inaugurato da Dario Argento nel 1970 con L'uccello dalle piume di cristallo.

Stefano, un giovane restauratore, viene chiamato in un paesino della campagna ferrarese per riportare definitivamente alla luce un affresco raffigurante il martirio di San Sebastiano, rinvenuto nella chiesa del luogo. L'autore dell'opera è un certo Buono Legnani, scomparso molti anni prima, detto "il pittore delle agonie" perché soleva ritrarre le persone sul punto di morte. Arrivato in paese, Stefano incontra l'amico Antonio al quale deve la commissione del restauro. La morte di questi, assai sospetta, e l'accenno che egli aveva fatto a qualcosa di orribile riguardo Legnani, portano Stefano ad intraprendere, nonostante ripetute intimidazioni telefoniche, una sorta di indagine sulla vita del pittore e sulle persone a lui vicine. Il giovane restauratore, in un'atmosfera paesana d'inquietudine e di generale omertà, va incontro ad una serie di sconvolgenti scoperte in un crescendo di tensione che culmina in un finale in cui il mistero si svela completamente.

Avati scova nella suoi ricordi un episodio accaduto quando era bambino - pare che una volta alla riesumazione di un cadavere di un sacerdote sia invece rinvenuto quello di una donna -, lo rielabora e ci costruisce intorno questo film trovando il gusto di raccontare una storia di paura, come facevano con lui quando era piccolo. Particolarmente interessante e riuscita è, a tal proposito, la ricerca del contrasto tra l'ambientazione - ovvero quella campagna emiliano-romagnola ridente e solare che generalmente rispecchia il carattere dei suoi abitanti - e questa vicenda cupa, dagli aspetti torbidi e raccapriccianti, in cui viene portata in evidenza "la parte in ombra" di una comunità essenzialmente chiusa e connivente, come racconta in un'intervista il regista. Anche per questo risulta azzeccato associare certa produzione di Avati, a cui "La casa dalle finestre che ridono" appartiene di diritto, al sottogenere "gotico padano" che sembra coniato ad hoc e che fa da titolo ad un libro di Ruggero Adamovit e Claudio Bartolini dedicato al regista bolognese. Assai efficaci sono la colonna sonora di Amedeo Tommasi - composta essenzialmente da due temi, uno legato ai momenti di tensione e l'altro a quelli più distesi della storia d'amore tra Stefano (Lino Capolicchio) e Francesca (Francesca Marciano) - che conquista subito lo spettatore divenendo componente essenziale del film senza pervaderla oltre misura e la fotografia di Pasquale Rachini che riesce a sottolineare quel contrasto, già accennato, tra la solarità del luogo e quel senso d'inquietudine e di mistero di cui è impregnata la storia. Ma ciò che colpisce nel segno sono certamente l'invenzione della casa in cui Legnani viveva in compagnia delle due sorelle e sulla cui facciata aveva dipinto delle bocche che ridono intorno alle finestre, in evidente contrasto con la sua macabra ricerca artistica e, sarebbe impossibile dimenticarlo, la registrazione della voce delirante del "pittore delle agonie" che s'insinua nello spettatore fin da subito.

Fabrizio (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)

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