Biblioteca San Giorgio, Pistoia


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Insekten Homines


5 dicembre 2015 - 5 gennaio 2016 - Vetrine e Spazio espositivo

Mostra di Paolo Tesi

A cura di Thomas Beker e Maurizio Tuci

Inaugurazione sabato 5 dicembre, ore 17 - Auditorium Terzani

Invito
(pdf, 1,98 Mb)

 

Brochure
(pdf, 1,89 Mb)

 

 

Perché dipingo gli insetti

Sicuramente i mostri che popolano il nostro inconscio prima o poi mostrano il loro volto affiorando dal profondo.
A me è successo con gli insetti, piccole ‘creature orribili’ di ambito familiare, che da qualche anno sono i protagonisti della mia creatività e spesso occupano tanto spazio nei grandi fogli sui quali lavoro.

Più che il ribrezzo, che possono provocare, a me preme il loro aspetto tanto bizzarro quanto stimolante: mostri preistorici in miniatura. Nessuno li ama. Per lo più vengono schiacciati e spazzati via.

Perché li odiano? La loro capacità di esprimersi è unica e inimitabile.

Le loro varietà sono innumerevoli, ma io disegno quasi sempre gli stessi, quelli che ritengo più suggestivi e ehe mi consentono una sorta di moltiplicazione dei segni, sommandoli l’uno all’altro senza la voglia di smettere. Sono suddivisi in tre regioni morfologiche distinte, hanno sei zampe, occhi grandi, bocca vorace, antenne e, talvolta, una moltitudine di aculei ehe sporgono dal corpo. Se li guardo a lungo non staccherei mai lo sguardo, convinto di perdere l’ispirazione.

Li dipingo per leggere quello che provo dentro di me, ma il risultato che ottengo sfugge al mio controllo. Suggeriscono alla mia immaginazione le cose piu curiose e stuzzicanti della vita stessa: li immagino nel profondo della terra, della quale sono fra i primi colonizzatori, mentre percorrono i loro cunicoli, nel cavo degli alberi mentre rosicchiano la corteccia o fra i sassi a godersi l’umido della pioggia. La loro voracità non si sazia mai, per questo gli uomini li temono e li schiacciano brutalmente.

Per me sono come i poeti maledetti, non amati, mai capiti e ricacciati nei recessi dell’universo. Non li temo, anzi invidio il loro paradiso terrestre e se incappo in un insetto che mi svolazza attorno, non fuggo, non lo scaccio con la mano. Per me i cervi volanti, Lucanus cervus, che attraversano l’aria verticalmente, sono come elicotteri cheratinosi da raccogliere e mettere in tasca quando cadono a terra morti. Fra gli insetti ce ne sono che vivono un giomo, una settimana, una stagione e sfioriscono come i rami del pesco. Tutto si muove e muore presto attrono a loro, brulicando fra l’erba.

Ritengo che poche cose, oltre loro, siano altrettanto suggestive e invitanti da farmi prendere in mano la matita e iniziare a tracciare segni. (Paolo Tesi)

 

Barlumi di speranza

La mostra di Paolo Tesi rappresenta un nuovo, significativo episodio del fantasioso racconto-metafora a puntate che l'artista ci regala ormai da qualche decennio.
Il suo lavoro infatti, come ormai appare in modo consolidato, segue l’onda di un reflusso di coscienza vigorosamente estratto dal profondo, accompagnato in superficie e spalmato sulla tela fino a mostrarci una realtà parallela, diversamente popolata rispetto a quella di tutti i giorni e poco propensa a testimoniare riflessioni consolatorie. Anzi.

Dai pinocchi gioiosi e fanciulleschi di una ventina di anni fa al progressivo incattivirsi del burattino di Collodi, la progressione narrativa aveva fatto registrare una forte novità con l’apparizione, di inquietanti, giganteschi, orrendi insetti capaci di vincere le resistenze pinocchiesche di un burattino improvvisamente tornato buono e di appropriarsi della scena evocando, insieme alle profonde inquietudini dell’artista-medium, anche quelle di chi si riconosceva nelle telluriche fibrillazioni dell’inconscio.
Ma l’estate torrida appena trascorsa ha spinto Paolo, il nostro eroe, in vista della doppia mo - stra in Germania a mettere sul palco un ulteriore, imprevisto, passo della storia. Pinocchio, ormai scopertosi alterego dell’artista, si ritira in buon ordine dal proscenio e lascia il posto e le responsabilità relative al suo creatore grafico.

È Paolo Tesi quindi, in prima persona, non più protetto dalla maschera scudo del burattino a venire aggredito, avviluppato, sbranato dagli insetti mostri. Sono assalti reiterati, sempre più feroci e definitivi, rimandati e moltiplicati da un’infinità di specchi. Schermi, prodotti di un mondo impazzito, che collegano la paura esistenziale di sempre, alle pazzie di una umanità sull’orlo del collasso.
Le due precedenti mostre tedesche dell'artista - di cui l'ultima a Reutlingen (settembre-ottobre 2015) - ci consegnano enormi, cruenti dipinti, realizzati, come sempre, usando crostoni di carta da manifesti grondanti violenza che lasciano poco spazio alla speranza. Sono il riflesso di nuovi e vecchi orrori che i media ci impongono giornalmente: gole squarciate, corpi gonfi d’acqua o mitragliati in massa, bambini spiaggiati che viaggiano lontani dalla pietà. Paolo li traduce nel suo linguaggio; splendidi, ricchissimi, manufatti, valanghe di colore umorale perfettamente controllate da una perizia disegnativa incomparabile, al limite dell’umano.

Nel volgere di pochi mesi poi, ampiamente registrato in questa mostra, appare un ulteriore salto narrativo: un barlume di speranza. Paolo ha trovato alleati. Anatre peciate ingaggiate come bodyguard. Enormi galli dall’occhio feroce (tra gli animali preferiti di sempre), veri e propri samurai protetti da splendide armature di colore, pronti a far scattare il loro becco letale, lasciano poco scampo alla ferocia degli insetti. L’artista rinvigorito e incoraggiato abbandona la rassegnazione, ritrovando un fresco coraggio e una nuova lucidità espressiva. Sembra propenso a combattere, a vendere cara la pelle. Primi accenni di lotta fanno presagire un futuro migliore. (Maurizio Tuci)

 

 

 

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