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"La ragazza della palude" di Delia Owens

Barkley Cove è un sonnacchioso villaggio di pescatori nel North Carolina: un pugno di case sgangherate al confine di un lussureggiante pantano, dove i canali d’acqua si susseguono come in un labirinto prima di sfociare nell’oceano, lasciandosi alle spalle la palude sabbiosa e più infida. Vero paradiso per gli uccelli migratori e per tanti altri animali che qui trovano l’habitat naturale per riprodursi, la palude non è uno spazio adatto alla vita degli uomini. Chi si è rifugiato in questi luoghi inospitali lo ha fatto per sottrarsi a qualche pena da scontare, o ha scelto di vivere lontano dalla legge degli uomini dopo avere perso tutti i propri beni a seguito di qualche vicissitudine familiare.

Ai margini della palude vive una famiglia che ha visto tempi migliori, ma che al momento in cui si svolge la storia è in piena emarginazione: il capofamiglia è un pescatore ubriacone, sempre pronto a menare botte ai familiari e a spendere i pochi soldi all’osteria; la moglie subisce la violenza del marito, per amore dei figli, finché non decide di salvarsi, fuggendo altrove. I figli scompaiono uno dopo l’altro, finché la più piccola, Kya, si ritrova ad affrontare la vita nella palude completamente da sola. Con al suo attivo un solo giorno di scuola, Kya cresce nella palude come una selvaggia, in compagnia degli animali che impara a conoscere e a ritrarre in bellissimi album di disegni come una vera naturalista.

Abbandonata da tutti, Kya dovrà fare conto solo su se stessa per sopravvivere, imparando a barattare il suo pescato con un po’ di miscela per la barca e qualche alimento da poco con cui riempire la pancia. Pochissime le persone disposte ad accettarla per quello che è: Jumpin’, il benzinaio di colore che compra i suoi gamberi e – da nero – condivide con lei un destino di subalternità, la commessa dell’emporio di città, che fin da quando era piccola e scalza le riempiva il cestino di cose buone e le lasciava più resto del dovuto, il giovane Tate, destinato a diventare biologo naturalista, e Chase Andrews, un rampollo di buona famiglia che la illude di un amore socialmente impossibile.

Quando proprio Chase Andrews viene trovato morto, caduto dalla vecchia torre antincendio fuori Barkley Cove, i sospetti si appuntano sulla “ragazza della palude”, come ormai tutti hanno imparato a chiamare Kya, negandole persino il diritto ad un nome vero: c’è chi l’ha vista quella notte tornare verso il pantano con la barca, quando invece proprio il giorno prima aveva preso un autobus per una città lontana, dove aveva incontrato l’editore per cui pubblicava i suoi album di disegni. Troppo facile accusarla del delitto, lei, prima vittima di una discriminazione con cui ha fatto i conti tutta la vita.

Con oltre un milione di copie vendute già dai primi mesi dalla sua uscita negli Stati Uniti, “La ragazza della palude” giunge sul mercato italiano in una raffinatissima traduzione di Lucia Fochi, che valorizza appieno la straordinaria forza del testo originale. Il libro è giocato sull’alternanza di due piani narrativi: il primo, che si muove velocemente tra il 1952 al 1969, racconta la storia di Catherine Danielle Clark, detta appunto Kya, della sua solitudine e del suo straordinario rapporto con la natura, del suo bisogno di dare e ricevere amore; il secondo, che si muove più lentamente tra il 1969 e il 1970, racconta del ritrovamento del cadavere di Chase Andrews e del processo che vede Kya come unica imputata. I due piani narrativi confluiscono assieme, al termine del libro, a svelare i segreti più nascosti.

Oltre a Kya, vero protagonista del romanzo è il pantano, con i suoi rumori, i suoi odori: gli animali che lo animano, le piante, l’acqua che si imputridisce verso la palude, le conchiglie da raccogliere come tesori preziosi. Elegantissimo l’uso del linguaggio scientifico e naturalistico, che si alterna a quello popolare, a volte plebeo, dei personaggi, per poi innalzarsi nuovamente verso le cime più alte di descrizioni minuziose e sapienti.

Maria Stella (bibliotecaria, Biblioteca San Giorgio)


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