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“Luce profuga” di Valerio Aiolli

Diciamocelo, dalla letteratura italiana ci sarebbe potuti aspettare di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi trent’ anni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionisticamente politica o sociologica o ideologica. Ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al racconto meccanico, e anche un po’ scontato, fatto dal giornalismo .

Fra le poche felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

Il plot di Luce profuga è semplice. Pietro ha ereditato dal padre una ditta di vendita di legname e il suo personale storico. Minato da ombre e debolezze oscure, Pietro si fa convincere da un amico sacerdote ad assumere Goran, un profugo bosniaco. Il racconto, ambientato nella piana di Sesto Fiorentino, si snoda nel seguire le diversi fasi dell’integrazione tra il personale preesistente e il nuovo operaio, estremamente efficiente ma anche estremamente silenzioso e perturbante, intrecciandosi con le difficoltà economiche dovute ai mutamenti del mercato e con le scelte intorno alla tecnologia da integrare nei processi produttivi e delle relative conseguenze. Parallelamente si sviluppa il racconto della vita privata di Pietro (anch’essa non esente da conseguenze derivanti dall’incontro con Goran), una esistenza che si può considerare quasi esemplare nell’epoca della “liquidità”: un matrimonio alla deriva, una paternità lacunosa, un rapporto forse mai risolto col padre, un enorme rimorso che brucia i pensieri.

Luce e ombra si confondono in tutti i protagonisti di questo incontro tra due mondi. Ed in questo è calibratissima la scrittura di Aiolli, che mostra qui un vero talento per un’oggettività non astratta, nella ricerca di una equidistanza dalle parti, riuscitissima nonostante la scelta di raccontare sì in terza persona ma attraverso la prospettiva di Pietro (in narratologia si direbbe che il racconto è “focalizzato” su Pietro), spingendosi finanche all’uso dell’indiretto libero e in alcune pagine perfino di un flusso di coscienza, indovinatissimo, a spezzare il distacco del racconto là dove non poteva essere altrimenti, nella narrazione delle vicende più intime.

Proprio attraverso la prospettiva  di Pietro la scrittura può restituire l’estrema indecifrabilità di un mondo all’altro e insieme una impermeabilità che però è solo apparente. Niente sembra disponibile a cambiare eppure tutto cambia da questa collisione, e tutto cambia non tanto, o almeno non solo, nelle direzioni fin troppo facilmente calcate dai rotocalchi televisivi ma soprattutto nei piccoli dettagli delle esistenze individuali, a partire dalle mutazioni che siamo disposti ad accettare o che comunque, volenti o nolenti, subiamo una volta di fronte all’ingresso dell’altro nella nostra sfera, che da quel momento non è più la stessa. Per rispecchiamento e per contrasto, per accoglienza e per resistenza, l’esistenza di Pietro viene in questo senso rivoluzionata dall’incontro con quella dello straniero ed è bravissimo Aiolli a incardinare il romanzo su questo genere di aspetti e di evoluzione. È per questo che Luce profuga anche ad oltre quindici anni dalla sua uscita mantiene un valore letterario che non sembra consumato o invecchiato dal passare del tempo e ci ricorda l’opera di alcuni sottovalutati artigiani della narrativa italiana - e  il primo nome che mi viene in mente a tal proposito è Giovanni Arpino - che, piuttosto che far prevaricare una propria poetica, hanno saputo raccontare la realtà affidandosi al proprio eclettismo e alla propria sensibilità di lettura "dentro" gli avvenimenti.

Martino Baldi (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)


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