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"La parola magica" di Anna Siccardi

Romanzo per racconti, romanzo a quadri, linked stories, romanzo corale… chiamatelo come vi pare ma sappiate che il mosaico di La parola magica è uno dei più potenti esordi nella narrativa italiana degli ultimi mesi. Ambientato in una Milano contemporanea, naturalmente da bere, tra ristoranti etnici e viaggi intercontinentali, sedute dallo psicanalista e chirurghi estetici, ma anche nel subconscio metropolitano delle agenzie funebri e delle sale colloqui di un carcere, intreccia le storie di sette personaggi di estrazione borghese colti nel pieno delle loro disperazioni. Leo si risveglia all’indomani di una sbronza epocale con la consapevolezza di avere un debito di droga con un malavitoso giapponese; le gemelle Anna e Chiara hanno a che fare con l’incarcerazione del padre per associazione a delinquere; Diana, attraverso un intervento estetico al seno, cerca di elaborare i lutti della propria vita… I racconti/capitoli sono dodici, come i Dodici Passi degli alcolisti anonimi, utilizzati come contro-indice e come grimaldello per aprire l’universo dei sottotesti legati al tema delle dipendenze, a cui ogni vicenda è ancorata; ma il dodecalogo è anche una chiave di ingresso dentro un atteggiamento marziale, quello dell’autrice verso la scrittura e ciò che riflette.

Nel suo scivolare dentro i tormenti dei personaggi, tutti colti in una sorta di the day after personale, la Siccardi si muove con abilità, tagliente come una katana ma anche comprensiva come un maestro zen, ribollente di energia ma ordinata come un movimento di Aikido. Il passo e il controllo sono tutt’altro che quelli di un esordio. Difficile anche solo attendersi da un primo libro la capacità di tenere insieme la comprensione e l’ironia, la conoscenza della caduta e il desiderio di riscatto, l’abisso che si spalanca e il tentativo di galleggiare nella quotidianità del vuoto, la realtà e l’immaginario, lasciando alla fine un cospicuo residuo secco che sa in qualche modo di saggezza e ti fa individuare per il libro, ormai chiuso, una posizione sulla libreria che non sia troppo scomoda per poterlo riprendere in mano. E invece Leo e gli altri che entrano ed escono ripetutamente in scena nei diversi racconti, sembrano così disperatamente veri, in cammino verso un tentativo di salvezza, inginocchiati dalle loro impotenze ma illuminati da una piccola scintilla interiore. I racconti stessi sembrano poggiare le fondamenta sul vuoto, su un elemento sconosciuto che è alla base della caduta, per cui ogni personaggio fa la sua comparsa sin da subito in un panorama emotivo costellato di macerie, immerso in una atmosfera insieme postuma e di imminenza. In un tempo fuori dal tempo, e infatti il flusso stesso della narrazione è frantumato, smontato e rimontato, come le storie, come gli spazi.

Frantumazione e discontinuità del racconto sono il perfetto correlativo di queste esistenze ferite, del modo in cui le loro (o meglio, le nostre, tutte) vicende si scompongono in un eterno continuo ritorno che non chiude mai il cerchio. Ad aumentare questa epica dello smarrimento, la messa a fuoco della voce narrante perlopiù nidifica, interna, nei protagonisti dei diversi racconti, ma si spalanca improvvisamente in buchi e, in montaggi senza tagli evidenti, si riversa in cambi di focalizzazione da una mente all’altra e, ugualmente senza segnalazioni, dal reale all’immaginario, con naturalezza e senza meccanicità, con notevoli effetti epifanici. Ce lo dice bene questa grammatica: l’esistenza è un luogo la cui mappa si disegna sempre per la prima volta. È un eterno enigma gravido di dilemmi e di aspettative, come il palcoscenico, caro alla Siccardi, a ogni apertura di sipario. Tutto muta in continuazione: a momenti di scrittura di estrema essenzialità, soprattutto nei dialoghi, si alterna un linguaggio figurato, un moto analogico che trasfigura tutto in allegorie e metafore: quasi come se la Siccardi utilizzasse la scrittura stessa come strumento di trasformazione, proprio come uno dei suoi personaggi che scrive le proprie paure e i propri sentimenti negativi su dei pezzi di carta per poi infiammarli e allontanarli da sé: Bruciarli era l’atto di liberazione finale e nel braciere si era già accumulata la cenere di tutti i suoi pensieri sbagliati: il risentimento, l’invidia, il terrore, il disprezzo, la voglia di morire e il mentire si erano così ridotti a piccole volute di cenere inoffensiva. Analogamente sembra fare la scrittrice, indossando così le insegne di prezioso testimone, di qualcuno che torna da un nulla e che verso il nulla sta per ripartire ma che, nella sua sosta, ci dice qualcosa di importante su di noi. Ecco cos’è dunque, infine, forse, La parola magica: un libro di ossessioni scritte per essere incenerite. Vale davvero la pena di leggere cosa ha da raccontare quella cenere.

Martino (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)

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