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"Falce senza martello: racconti post-sovietici" a cura di Giulia Marcucci

Sono quasi vent'anni che l'editrice pugliese Stilo arricchisce il panorama della piccola editoria italiana con il suo sguardo allo stesso tempo internazionale e fieramente radicato nel proprio territorio, capace di muoversi in modo trasversale tra i diversi settori delle scienze umane e delle scienze sociali (dalla filosofia alla critica letteraria, dalla sociologia alla religione) come nell'ambito delle letteratture (dai classici alla letteratura europea, soprattutto dell'est, fino a una profonda immersione nella letteratura pugliese). Accanto alle collane consolidate nel tempo, nel 2017 Stilo ha dato luce alla collana "Pagine di russia" e a tenerla a battesimo è la sorprendente antologia Falce senza martello: racconti post-sovietici. Il titolo e il sottotitolo esplicitano bene quello che abbiamo tra le mani: una scelta di racconti pescati dalla produzione della generazione dei narratori russi nati tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, quelli dunque  che hanno vissuto in maniera più diretta la grande trasformazione sociale e politica dell'ex Unione Sovietica e che hanno dovuto cercare i mezzi per raccontarla

A giudicare dal panorama che questo libro ci fa intravedere, la nuova narrativa russa attraversa un momento straordinariamente vario e di eccellente qualità, in cui elementi stilistici della tradizione più remota e più recente si incontrano e si fondono con una nuova sensibilità sociale e culturale: un mosaico collettivo che disegna complessivamente una traiettoria coesa e coerente verso una nuova narrativa di stampo realista ma che lo fa con piena consapevolezza della tradizione, senza ingenuità riguardo la natura caotica del presente, recuperando sia istanze che stavano all'origine del postmodernismo, sia tratti del realismo e del romanticismo, come limpidamente argomenta Giulia Marcucci nella postfazione, che infatti si intitola "Tra tradizione e innovazione".

I dieci scrittori qui selezionati sembrano indossare la tradizione letteraria russa come un paio d'occhiali per interrogare una realtà che, è vero, è enormemente trasformata rispetto a quella dei loro padri ma in cui le coppie archetipiche amore e morte, padri e figli, servo e padrone, memoria e immaginazione, vittima e carnefice, passato e presente, malattia e vigore, visione e cecità, ecc. funzionano ancora alla perfezione come gangli narrativi capaci di accendere una profonda conoscenza dell'umano. Dieci autori, questi, che mirano a rappresentare l'essenza più profonda della trasformazione, quella che si misura nella dialettica tra mutabile e immutabile nelle profondità dell'essere umano; una perlustrazione che si tiene lontano da tematiche politiche troppo attuali e vicino invece alla terra e al lavoro, alle passioni e alle pene del vivere, alla vita quotidiana familiare, di individui e di comunità delle città e soprattutto delle periferie e delle campagne.

È consigliatissima dunque la lettura di questa piccola summa, disegnata da una studiosa che da anni è una attenta osservatrice e divulgatrice della nuova cultura letteraria russa in Italia e che ci propone autori poco o per niente noti (alcuni completamente inediti) nel nostro paese ma tra i quali si nascondono nomi di cui - c'è da scommetterci a occhi chiusi - sentiremo molto parlare. Non è un caso se a pochi mesi dalla pubblicazione di "Falce senza martello" (datata a marzo 2017) già si parla ampiamente di un romanzo di uno degli autori qui antologizzati che ha tutte le carte per essere uno dei grandi casi editoriali dell'anno: "L'ultimo degli Eltyšev" di Roman Sencin, tradotto da Claudia Zonghetti per Fazi editore.

Martino (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)


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