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Il libro consigliato

Immagine tratta dal web

“Tre” di Roberto Bolaño

Al personaggio resta l’avventura e resta da dire: «ha cominciato a nevicare, capo».

Quando ho scritto circa i libri di Roberto Bolaño mi è capitato di fare riferimento alla geografia, di usare parole come mappa. Ho sempre sostenuto che una delle cose più belle della sua letteratura sia la grossa apertura tra un libro e l’altro, che la sua sia un’opera totale in cui ogni libro insegua e completi quello precedente, in cui ogni personaggio possa essere anticipato solo di profilo in un racconto per poi tornare protagonista in un romanzo, o comparire come un frammento o una visione in una poesia.

Il territorio sul quale si muove l’opera di Bolaño è vasto, è sterminato. Si estende dal Sud America al Nord America, dalla Spagna alla Francia, si apre tra la Germania e l’Italia. Il suo territorio fatto di parole, visioni e ironia, si muove come in preda a un sisma costante tra la dittatura e la letteratura, tra gli scrittori adorati e la fame, tra le letture e i sogni. I romanzi di Bolaño si concludono in altri romanzi o li anticipano, alcuni elementi ritornano continuamente, ossessivamente, con una forza progressiva che li spinge fuori parola dopo parola, libro dopo libro. Torneranno e tornano sempre i padri letterari come Borges o Parra, il ricordo doloroso dei regimi, le fughe, gli esili, il suo essere (per sua stessa definizione) un senza patria. Sempre saranno presenti i detective, e lui sarà uno di questi, e i detective saranno i poeti indimenticabili de I detective selvaggi o quelli veri di 2666. Il detective è lui, Bolaño scrivendo ha sempre indagato, si è spinto nei suoi punti più oscuri e cupi e più limpidi e ci ha mostrato il nostro tempo per quello che è: un groviglio inestricabile di anime perdute, di libri che ci fanno bruciare, di ubriaconi, di torturatori, di puttane, di nazisti, di comunisti, di sognatori, di romantici e visionari, di killer spietati, di uomini illuminati, di cani e di poeti.

Ed eccoci alla poesia perché è quello il luogo dal quale viene la scrittura se non la vita di Roberto Bolaño.

Se la sua letteratura è una terra vastissima e senza confini, il punto di partenza è il posto del nulla che è il posto da dove tutto s’immagina; e quel posto nel territorio è il deserto, come scrive, nello splendido saggio introduttivo a Tre, Andrés Neuman (saggio tradotto da Silvia Sichel), e il deserto di Bolaño è la sua poesia. Il suo deserto è uno spazio sentimentale da riempire, è il vuoto di una casa vuota dentro la quale girare nudo, affamato, stanco e senza lavoro, e lì nel deserto si scrive. Il deserto è l’esilio, è la lucidità sempre ribaltata dalla genialità della visione. Il deserto è la sabbia sostituita con la fantasia, è un posto in cui si reinventa il canone letterario, si tengono per mano i maestri. Nel deserto di Bolaño puoi tenere la mano a Borges, confortare Perec, sognare di scopare con Carson McCullers. Il deserto di Bolaño è una profonda nostalgia che prende noi lettori che ogni volta ci innamoriamo del suo talento e quella volta non è mai la volta di troppo, non è mai ingenuità perché Bolaño ci rende consapevoli. Ci ha resi consapevoli.

Tre, tradotto splendidamente da Ilide Carmignani, è un libro di poesia sorprendente. Le tre parti che lo compongono, diverse tra di loro in maniera sostanziale e profonda, sono una novità assoluta per i lettori di Bolaño, e per certi aspetti lo saranno anche per i lettori assidui di poesia.

Tre è un sogno, un viaggio e un’illusione; è uno scrittore che ci prende per mano e ci mostra quello che vive, quello che immagina, ci racconta in poesia la prosa che verrà. Gioca a un gioco che quasi nessuno sarebbe in grado di giocare. Nella prima parte, intitolata "Prosa dell’autunno a Girona" e fatta quasi interamente di piccole prose, leggiamo a tre dimensioni; vediamo contemporaneamente lo scrittore e la sua vita, il disagio fisico, morale ed economico di quegli anni, e poi le sue visioni; leggiamo e non sappiamo dove finisca il reale e dove cominci l’immaginario. Bolaño, seduto in una casa sporca e vuota, che a lui sembra più bianca che mai, inserisce lo studio – o l’immaginazione – di un personaggio mentre prende un caffè oppure il personaggio diventa lui. E alla fine è così perché lo scrittore cileno e la letteratura sono una cosa sola, c’è dentro anche quando inventa.

La seconda parte, "I Neochilenos", è un lungo e irregolarissimo poemetto, una sorta di on the road latina, il viaggio di una band devastata, improvvisata, malinconica. Anche qui leggendo è come se si avessero delle preview di Chiamate telefoniche o Puttane assassine: «Ora i fatti banali / Si confondono / Con le grida che annunciano / sogni veri».

La terza parte è Una passeggiata nella letteratura ed è meravigliosa, la rileggo da giorni e non so ancora bene il perché. Mi pare che Bolaño ci prenda davvero per mano e ci mostri i maestri, i libri, la provenienza di tutto quello che verrà. È romantico e divertente, è profondo al punto da portarci alla commozione, come farà con tutti i romanzi che ha scritto e che amiamo. La poesia deve fare qualcosa, deve portarti in un posto nuovo, Roberto Bolaño è molti anni che mi porta ovunque, eppure ho sempre lo stesso divano. Bolaño che scrive di rivoluzioni perdute prima che cominciassero e che manifesta il suo amore per la vita e la letteratura, uno degli scrittori più bravi e ispirati che io abbia mai letto.

Nel saggio d’apertura, Neuman cita Bolaño che affermava di considerare Tre uno dei due migliori libri che avesse scritto; l’altro è probabilmente (come deduce Neuman) I detective selvaggi. Senza fare classifiche mi sento di dire che è un libro da leggere e da avere a casa.

Sulla copertina (del sempre bravissimo Riccardo Falcinelli) c’è una sedia vuota, per tutta la lettura del libro a me è parso di stare seduto su quella sedia mentre qualcuno non inquadrato mi leggeva queste poesie. Il verso finale della raccolta è Ma dov’era la nostra casa? Ebbene, per un po’ la mia è stata quella sedia.

Ho sognato che Georges Perec aveva tre anni e veniva a trovarmi a casa. Lo abbracciavo, lo baciavo, gli dicevo che era un bambino bellissimo.

 

Gianni Montieri (poeta e critico, in collaborazione con Poetarum Silva)


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