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Immagine tratta dal web

"Una vita non mia " di Olivia Sudjic

Connettersi ai social e dare un’occhiata nella vita di altri, vedere dove hanno trascorso l’ultimo weekend, apprendere quali sono i loro gusti letterari oppure musicali, queste sono alcune delle azioni che  - almeno una volta nella vita -  abbiamo compiuto per avvicinarci a una persona che da poco frequentiamo. Ci illudiamo di sapere qualcosa in più di lei, pensiamo di aver stabilito un “contatto” che in prima istanza è virtuale, ma con il tempo può diventare anche fisico. La nostra curiosità si spinge avanti e diamo un’occhiata all’’ultima foto che il nostro amico/a ha postato su instangram o ci affrettiamo a leggere su twitter i 140 caratteri che ha lanciato nell’etere. Niente di male in tutto questo: è chiaro che chi possiede un profilo pubblico vuole farsi leggere e seguire. Ma quando il desiderio di sapere preme e induce a voler conoscere tutto, ma proprio tutto sull’altra persona, allora questo può sfociare in una vera e propria ossessione, così intensa che il singolo modifica i propri gusti e le convinzioni personali e le modella su quelle dell’utente ricercato. Ma esiste un limite da non valicare per non “rubare” l’identità social che di fatto appartiene a un’altra persona? Può capitare che nella ricerca (legittima) della propria identità e delle proprie origini, casualmente ci imbattiamo, attraverso l’interconnessione in quelle di una persona che, per qualche motivo, ha un vissuto simile al nostro? Questo è quello che accade a Alice, protagonista del romanzo d’esordio della giovane scrittrice inglese Olivia Sudjic.  

Leggere della sua vita era come premere l’uno con l’altro i palmi delle mani. Sembrava combaciare perfettamente con la mia.

La protagonista del romanzo, Alice Hare, è una ragazza dall’identità smarrita: da bambina è stata adottata e molte informazioni sulla sua infanzia sono confuse. Il padre è sparito nel nulla e la madre è una donna ossessiva e manipolatrice. A ventitré anni Alice lascia l’Inghilterra e si trasferisce a New York,  suo paese natale e luogo in cui ha trascorso la sua infanzia insieme alla nonna paterna, Silvia. Qui Alice spera di rintracciare delle informazioni che le diano l’opportunità di ri-costruire la sua storia familiare e la sua identità di giovane donna: viene a conoscenza, ad esempio, del fatto che per un breve periodo di tempo ha vissuto, insieme ai genitori in Giappone. Forse spinta da questa analogia, Alice, una volta arrivata a New York, inizialmente tramite social e poi di persona, incalza per incontrare di persona Mizuko Himura, una giovane scrittrice giapponese che sembra avere molto in comune con lei. Quando le due donne si incontrano, Alice sa praticamente qualsiasi cosa sulla vita della scrittrice: ha maturato infatti un’ossessione verso di lei, fatta di foto pubblicate su instagram e attese spasmodiche di spunte blu che sembrano non voler arrivare mai. Alice con il tempo diventa una sorta di stalker digitale che pensa di poter trovare le risposte che sta cercando sulla propria vita e sul proprio passato nell’esistenza privata e pubblica di un’altra donna. Tutto questo è molto inquietante, ma ci fa riflettere su come i social possano influenzare e condizionare non solo le scelte della nostra vita (anche quelle più intime e personali) ma siano in grado di provocare rumore anche nel faticoso e lento processo di costruzione dell’identità del singolo. Rintracciare le proprie origini è un bisogno umano e legittimo; ma per farlo non possiamo certo appropriarci dell’identità social di un’altra persona che ha dei tratti in comune con i nostri. Un romanzo molto interessante anche se non semplice da leggere, che merita un ulteriore plauso grazie all’elegante veste grafica di Minium Fax, presentata lo scorso anno al salone del libro di Torino.

 

Carolina (bibliotecaria, Biblioteca San Giorgio)


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