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Frank Gehry: creatore di sogni

 

E' l'ottobre del 1997 quando viene tagliato il nastro per una delle opere d'architettura contemporanea più ambiziose mai realizzate: il museo Guggenheim di Bilbao a firma del canadese Frank Owen Gehry. L'opera, mastodontica, trasforma la piccola città postindustriale in un centro culturale per la Spagna e per il resto d'Europa e fa del suo autore un "archistar". La storia dell'architettura contemporanea non sarà più come prima e al Guggenheim seguiranno altre importanti committenze come la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles del 2003, la sede della DZ Bank a Berlino del 2000, la Beekman Tower a Manhattan del 2011, il Guggenheim di Abu Dhabi in corso di realizzazione, la Fondazione Louis Vuitton inaugurata da pochi giorni a Parigi vicino al Bois de Boulogne (mentre il Centre Pompidou gli dedica una mostra antologica). Tutte le opere hanno in comune la sfida contro la gravità e il gioco armonioso e spettacolare delle forme, segni che ormai contraddistinguono l'opera di Gehry. A questo gigante dell'archittetura contemporanea il compianto Sydney Pollack dedica un documentario. Lo stesso regista si dice sorpreso per esser stato scelto, sapendo lui poco sia di architettura che di documentario, ma è l'amicizia che lo lega da anni all'architetto ad averlo convinto ad accettare. Il risultato è un dialogo tra due artisti e due vecchi amici coetanei, ormai canuti, soddisfatti della propria vita, sorpresi per i risultati raggiunti e per come il lavoro ancora li diverte. Gehry racconta di quando da piccolo giocava con i legnetti che la nonna portava in casa in sacchi di yuta per accendere la stufa: scarti di falegnameria che diventavano strade, autostrade e intere città. Altra passione del regista è quella per i pesci: bimbetto si divertiva ad osservare la carpa viva nella vasca da bagno appena comprata dalla mamma in attesa di esser cucinata e mangiata. E non a caso sue opere sono il Pesce d'oro a Barcellona, una serie di lampade a forma di pesce così come il Guggenheim di Bilbao con il suo strato in titanio ricorda tante squame argentee. Nel documentario entriamo nello studio dell'architetto, l'osserviamo dialogare con i suoi collaboratori, giocare con plastici di cartoncino come fosse un bimbo, provare rammarico per le poche volte che la vita lo porta a tornare in contatto con le sue creature essendo ormai sparse per il continente, ammettere che dopo anni di esperienza l'unica cosa che non riesce a prevedere è l'effetto che la luce realizza a contatto con la superficie delle sue opere e confessare a se stesso "Cosa mi hanno lasciato fare!".

Pietro (bibliotecario, Biblioteca San Giorgio)

 

 

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