Biblioteca San Giorgio, Pistoia


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Francesco Landucci

 

Artshow 2 - Francesco Landucci

In mostra: Il seme e l'albero

Nel magico spazio riflettente della vetrina, riposa al centro una forma ellittica in due metà speculari di cristallo: un seme che celebra il concepimento dell’immagine ed il suo propagarsi nei riflessi infiniti di quello spazio. Ai suoi fianchi cresce, si estende e ramifica “l’albero della vita” in un dinamico fluire di luce cristallina, in attesa di disvelamento e compiutezza.
Il cristallo emana il suo fascino dalla sua stessa materia, alchemica e doppia: seppure solido, mantiene la struttura molecolare caotica propria dei liquidi, bloccata dal raffreddamento istantaneo, e comunica a chi guarda l’energia fluida del suo passato.
Il tema della vita e delle sue origini nella materia, nello spazio, nell’infinito, nelle relazioni, nei simboli, nell’archetipo, nel sacro, sono una ricerca costante in Francesco Landucci, da lui più volte presentato in numerose e sempre nuove varianti.
Dall’albero simbolo all’albero vivente, fonte senza la quale neppure i libri avrebbero trovato forma, Landucci realizza oggi in questa vetrina una delle possibili relazioni.

Francesco Landucci, artista toscano, residente a Firenze, è conosciuto da tempo per il suo itinerario creativo, lavorando il cristallo e la cellulosa con impronte e sigilli che assumono significanze simboliche. Da anni realizza opere che trasudano nella loro materialità l’urgenza dell’essenza e la tensione della ricerca nella natura di una traccia del trascendente.
Attivo nell’ambito del restauro e del recupero di elementi geologici e paleontologici per l’Università degli studi di Firenze, stabilisce un legame diretto tra questa tipologia di ricerca e l’operazione artistica proiettando il proprio universo nella pasta di vetro intrisa di luce e nella cellulosa impressa da cui emerge un intrico di segni, un labirinto di rilievi e controrilievi che sollecitano lo sguardo a cogliere infiniti percorsi per gli occhi e per la mente, ed alimentano il tatto a scavare addentro per scoprire incommensurabili punti di riferimento, come autentiche coordinate cosmiche.
Le forme in vetro sembrano spesso frammenti magmatici in pulsazione organica, derivano dalla terra, dallo suo scavo per trarne forme fossili che una volta erano viventi e che ora, impresse nel vetro o nella carta, diventano emblemi, tracce, impronte che suscitano di nuovo la possibilità di tornare alla vita, di risorgere come a ritrovare in esse i germi del vivente, il brulichio vitale appena prima dello scoppio germinale, come quando la gemma sta per aprirsi. Sono presenze che tornano a respirare, in cui si percepisce di nuovo il soffio della vita, come quando il maestro vetraio dalla materia inerte, dalle sabbie, sola polvere, dà luogo attraverso il soffio alla vitalizzazione ed al generarsi della materia vitrea, immersa nel fuoco dell’origine del tutto.
L’artista, che, oltre a presentare il suo lavoro in mostre personali, tra le quali Amidà presso l’associazione Grafio a Prato nel 1999 o Tracce fuori centro presso Villa Vogel a Firenze nel 2002, ed in collettive, dalla VII Triennale dell’incisione presso il Museo della Permanente a Milano nel 1994 a Presa d’aria presso l’ex carcere di Santa Verdiana a Firenze nel 1994, da Libre presso il CID del Museo Pecci a Prato nel 2002 e Nel segno della luce. Biennale d’arte sacra a S. Gabriele in Abruzzo nel 2002 a Let’s give a Chance presso l’Associazione Base a Firenze nel 2003, ha progettato ed elaborato installazioni permanenti in edifici di carattere sacrale, si riferisce agli elementi naturali quali il fuoco, energia originaria che alimenta nel suo bruciare, archetipo che crea e raccoglie l’essenza, la terra, madre generatrice, l’acqua, emblema di vita e di catarsi, l’aria, alito dell’universo che dà origine alla pulsazione prima, al respiro vivente, la cui unione cosmica esprime il mistero e raccoglie la rivelazione di verità ed entità oltre il visibile. In mostra presenta gli ultimi lavori, tra i quali L’albero della vita, realizzato appositamente per gli spazi della Prioria di San Lorenzo a Montelupo Fiorentino nel giugno scorso, lavori fotografici che rinviano alle immagini di boli e semi che assumono significanze relative al continuo rigenerarsi e proliferare della natura quasi in contrasto dialettico con l’effimero e l’assenza. Ogni opera è rivelatoria e ogni forma si distacca da un’iconografia consueta, per essere ricavata dal magma terrestre, fuoriesce dalla materia, si percepisce il suo dinamico sommovimento, il suo articolarsi al punto di distacco dall’inerte e da quanto permane come magma, per diventare quasi aristotelicamente forma dalla materia, “figura” alla ricerca di una compiutezza, dalla potenza all’atto. Nello scontro tra razionalità e desiderio del disvelamento, tra mente e spirito, l’artista predilige il secondo per innestare un percorso che racchiude il mistero della vita e della morte, così nei bagliori del cristallo come nelle trame della carta, che invitano a toccare, a palpare, a trovare vie percorribili nell’attesa di giungere ad un porto, di cogliere nel mosaico di segni il cibo sapienziale. Nel dinamico luminismo del vetro si esprime il logorio dei conflitti interiori, la contrizione emozionale dell’attesa, l’ansia della scoperta cristallizzati nella fluidità del materiale. I sigilli sono “la sigla di tutto il suo lavoro artistico, che parte da un’impronta iniziale, un sigillo che l’entità superiore, l’arte, il genio ha inscritto nella sua mente,nel suo cuore, nelle sue mani e che, ormai navigano in un santo,immacolato “immaginario” di segni alla ricerca di un senso ” (G.Billi). Come il sigillo racchiude delle verità da dissuggellare, così i libri creati dall’artista sono espressione della conoscenza, aprirli, toccarli significa discoprire delle verità, decifrarli, scorrere la mano sui segni, cogliere autentici indizi in attesa di rivelazioni, aspetto che è diventato la cifra emblematica del completo itinerario creativo di Francesco Landucci.

 

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