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Campo di sangue

 

Nella sala d’attesa di un manicomio criminale, quattro donne aspettano di venire interrogate da un medico. Sono tutte, in modo differente, legate ad un uomo che è rinchiuso nella struttura perché reo di aver compiuto un delitto nel pensionato dove viveva. C’è la madre, infastidita per essere stata catapultata fuori dalla rassicurante quotidianità di vedova solitaria; c’è l’ex-moglie che fuma una sigaretta dopo l’altra, incapace di misurarsi con una realtà profondamente diversa da quella fino a poco tempo prima condivisa con l’uomo; c’è la ragazza incinta dell’uomo, che patisce non poco la sua gravidanza che la gonfia e appesantisce e infine c’è la padrona della pensione, confusa e nel contempo compiaciuta dell’improvvisa notorietà che il fatto ha portato nella sua esistenza. Ciascuna donna ripercorre la propria parte di vita incrociatasi con quella dell’uomo: un tipo di mezza età, nullafacente, mantenuto dall’agiata ex consorte, che lo ama ancora di un “amore esagerato, quasi una malattia”, che alloggia presso un triste pensionato a rischio permanente di sfratto, perché sito in un palazzo pericolante. Periodicamente l’uomo si reca a trovare la madre nel quartiere periferico dove è nato: visite brevi che la donna accoglie con spiccia condiscendenza. Da tempo - forse da sempre - i due non sanno più cosa dirsi né cosa li leghi. Al tempo stesso l’uomo frequenta Eva, la sua ex moglie da cui riceve soldi necessari al suo sostentamento. I due, dopo che il giudice legalmente li ha divorziati sono divenuti amanti, perché Eva si è risposata. L’uomo si è costruito quindi una vita metodica, piena di menzogne sempre nuove e sempre diverse a seconda dei destinatari. È divenuto un “inventore di fatti” volti a offrire un’aurea di rassicurazione e normalità riguardo alla sua vita: esce di buon’ora al mattino e vagabonda nella città fino a sera. Riesce ad essere quello che gli altri si aspettano: un buon marito, un bravo figlio, un buon lavoratore. Un giorno, in riva al mare, però avvista una “ragazza carina” e tutto il castello “di fumo” che si era costruito fino ad allora non regge più. Permane solo una fitta nebbia che addensa tutte le azioni: troppo difficile vivere pressati dai condizionamenti sociali, dei quali non si può fare a meno ma che, nel contempo, si è incapaci di reggere.

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