Biblioteca San Giorgio, Pistoia


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I verbi della San Giorgio.

 

Atti Convegno Belle figure

 

Trascrizione degli interventi del convegno

 

9 ottobre 2009 - Piccolo Teatro Mauro Bolognini,Pistoia           

 

ROSANNA MORONI 

Buonasera a tutti e a tutte voi, benvenuti. Siamo in leggero ritardo perché il Sindaco ha avuto un imprevisto, un incontro delicato e importante, quindi tarderà ancora un po'. A questo punto, visto che i nostri tempi erano calibrati con una certa precisione, direi di invertire l'ordine degli interventi e l'ordine dei saluti, perché il Sindaco ci raggiungerà tra poco, e passerei direttamente la parola a Chiara Silla, la nostra gradita ospite, dirigente della Regione Toscana per il settore biblioteche.

 

CHIARA SILLA  

Buonasera a tutti. Come diceva l'Assessore, io sono qui in rappresentanza dell'Assessore Paolo Cocchi, che ha avuto una concomitanza di impegni e non può essere presente, quindi ho il piacere di essere qui tra gli amici pistoiesi a portare il suo saluto. Non vi tedierò particolarmente, perché ho un intervento in programma per domani e quindi nel merito del convegno potrò entrare domani.

Mi limito a fare una brevissima considerazione e cioè che non è un caso che sia l'Amministrazione Comunale di Pistoia a promuovere un seminario su questi temi, un'Amministrazione Comunale che è nota a livello nazionale per la qualità dei servizi educativi, ma che si è anche guadagnata negli ultimi anni livelli di eccellenza a livello nazionale e oltre per la qualità anche della sua biblioteca pubblica, la nuova biblioteca San Giorgio.

Si tratta di un'Amministrazione Comunale quindi che molto investe sia nei servizi educativi sia nei servizi culturali, nello specifico della biblioteca e devo dire non è cosa frequente, considerate anche le difficoltà delle amministrazioni pubbliche, i tagli, le riduzioni dei finanziamenti etc., considerando anche che quando gli amministratori devono investire in questi servizi sanno benissimo che non sempre ripagano in termini di visibilità per quanto ci si investe, perché i servizi in generale, come tutti sappiamo come cittadini, finiscono sui giornali di solito quando non funzionano, allora raggiungono le prime pagine, quando funzionano si dà un po' per scontato.

Nel campo della cultura poi per le biblioteche, giacché di questo parliamo, sappiamo tanto bene che è difficile per una biblioteca, quando fa delle attività o quando funziona bene, guadagnarsi visibilità nel mondo della comunicazione, è molto più facile per uno spettacolo, per le mostre etc.. Quando poi in generale, nel campo della cultura, si lavora nell'ambito dei più piccoli, oltretutto scatta un altro meccanismo che è quello che le cose per i piccoli in fondo contano poco, non contano, ma in fondo parlare ai bambini è come parlare ai grandi, solo che i bambini sono più sciocchi, perché spesso c'è anche questa strana idea.

Per tutti questi motivi è importante invece che ci sia un'iniziativa come questa e è importante anche, e concludo, perché è il frutto della collaborazione proprio di questi due ambiti: servizi educativi, biblioteca e perché le persone, i relatori che interverranno come avete visto appartengono a mondi diversi complementari (l'editoria, i musei, la biblioteca etc.), perché nel campo della lettura, come ci dicono le statistiche, si legge poco, ma si legge poco anche perché la filiera del libro funziona poco. Sono tanti gli attori che devono promuovere il libro e da soli nessuno ce la fa, non ce la fa la famiglia da sola, non ce la fa la scuola da sola, non ce la fanno le biblioteche e via dicendo.

Quindi è importante che ci siano occasioni come queste, perché mettono intorno a uno stesso tavolo i diversi attori che devono operare in campo per raggiungere risultati poi di qualità in termini di civiltà e di innalzamento del livello complessivo della cultura di una collettività come quella locale, ma anche nazionale. Quindi grazie di questa iniziativa e buon lavoro.

 

ROSANNA MORONI  

Ringrazio molto Chiara, condivido le cose che ha detto. Posso assicurare che l'Amministrazione Comunale di Pistoia è molto tenace, determinata e persegue caparbiamente l'obiettivo di continuare a investire risorse umane e economiche, competenze e professionalità sia sul fronte dell'educazione, che sul fronte della biblioteca. La cultura, la lettura, la conoscenza sono fattori fondamentali, strategici di investimento per il futuro e noi crediamo che partire dai bambini e investire sui bambini sia un modo per garantire una società che si possa definire davvero civile.

Passo subito la parola al Presidente dell'Associazione italiana biblioteche Mauro Guerrini, che ringrazio molto per avere accolto il nostro invito. E tengo a dire - scusatemi, ma ogni tanto bisogna anche dare segno del proprio orgoglio e della soddisfazione di alcuni risultati - che proprio in questi giorni la biblioteca San Giorgio ha festeggiato un risultato importante, visto che è stata inaugurata poco più di 2 anni fa, 100 mila prestiti e abbiamo la sfrenata ambizione di raggiungere entro l'anno il numero di 140 mila Euro. Mi pare che in una fase culturale come l'attuale questo sia davvero un segnale di speranza.

 

MAURO GUERRINI  

Porto il saluto dell'Associazione italiana biblioteche nazionale e ringrazio anche la sezione locale, che mi pare sia presieduta da una persona un po' conosciuta qui a Pistoia, Maria Stella Rasetti, l'Aib ha contribuito credo in maniera decisiva all'organizzazione di questo convegno. Se posso porto anche il saluto dell'Università di Firenze, di cui sono un modestissimo professore.

La professione bibliotecaria degli ultimi anni ha maturato una specifica sensibilità sul fronte della qualità degli spazi di fruizione della lettura, dedicando attenzioni specifiche alle soluzioni architettoniche e alle conseguenze che esse possono avere nella fruizione dello spazio e nell'esperienza soggettiva del singolo cittadino. In Toscana si sono registrati cospicui investimenti sul fronte dell'edilizia bibliotecaria, con soluzioni importanti, come l'ha già ricordato la San Giorgio di Pistoia è una biblioteca molto bella e molto funzionale e molto vivace, come dimostra l'incontro di oggi, e in ambito universitario la biblioteca del polo dei centri sociali di Novoli, che secondo me è la più bella biblioteca universitaria d'Italia, ma forse qui sono un po' partigiano.

Vorrei ricordare anche tutte le ristrutturazioni che sono state fatte in tantissimi comuni di tutta la Toscana, che hanno fatto sì che la biblioteca acquisisse nel tempo maggiore importanza nei confronti degli amministratori prima e soprattutto della comunità dei cittadini poi e speriamo sempre.

Ben sappiamo quanto sia complesso il rapporto tra progetto biblioteconomico e progetto architettonico, in un contesto nel quale anche in presenza di un progetto biblioteconomico chiaro, le istanze dei progettisti tendono a prevalere secondo una logica di importanza e priorità non scritta e non formalmente giustificabile, con la conclusione di rendere scarsamente fruibile lo spazio destinato sulla carta al lettore. 

Il congresso IFLA di Milano del 23 e 27 agosto scorso ha ricordato, ancora una volta, la necessità di superare il ritardo che registriamo sul fronte del ruolo del riconoscimento e del peso specifico delle biblioteche in Italia. Il punto di vista del bibliotecario non può che coincidere con quello del lettore nella gestione degli spazi e nell'organizzazione dei servizi, prendendo il suo sguardo come elemento essenziale per misurare l'efficacia delle soluzioni adottate in termini di fruibilità, leggibilità e agio soggettivo. 

Ritorno a qualche considerazione sul tema specifico delle illustrazioni.

Dal punto di vista catalografico, che è il settore di cui un po' mi occupo, la presenza di immagini di qualità può costituire motivo di una nuova manifestazione, secondo un linguaggio di FRBR, un testo teorico importantissimo pubblicato qualche anno fa, la presenza di immagini fa parte integrante del testo: siamo stati nel 2005 a un congresso di Oslo a discutere una mattina intera se le immagini costituivano o non costituivano parte del testo e ci sono esempi clamorosi: nei libri per bambini in particolare le immagini sono il testo, sono parte integrante del testo.

Ma anche in testi più complessi, per esempio la Divina Commedia, le edizioni illustrate da Doré per esempio sono caratterizzanti, non solo edizioni qualsiasi una vale l'altra, ma sono edizioni particolari, o le edizioni del Pinocchio, a seconda dei vari illustratori, l'edizione acquista o non acquista un pregio e una sua connotazione molto precisa anche in base alle illustrazioni e in questo senso le illustrazioni fanno parte integrante del testo, anche se ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi sono state elaborate dopo, un po' come avviene - scusate il paragone un po' forte - in un film tra le scene del film, la rappresentazione del film e la colonna sonora. In quel momento un film senza colonna sonora non è più un film, è privo di una parte caratterizzante e addirittura la colonna sonora spesso ricorda il film nelle pubblicità via radio per esempio. 

Le immagini dei libri per bambini, ma non solo per bambini, sono oggi sempre più complesse e di qualità, raccontano storie dentro le storie, non completano il testo e quindi sono parte del testo, esprimono messaggi che vanno oltre il testo scritto in alcuni casi, gli amministratori sono artisti e insieme ricercatori. Roberto Innocenti, come Peter Sis tanto per citarne due, dimostrano quanta ricerca storico - ambientale debbono svolgere prima di illustrare una tavola e giungere alla raffinatezza dei tratti, alla complessità delle prospettive, alla scelta e alle peculiarità dei luoghi e dei soggetti rappresentati. Talora una sola immagine riesce a assumere il paradigma di una storia. 

Nel momento in cui insegnanti, educatori e bibliotecari propongono illustrazioni di qualità, educano al gusto, contribuiscono a sviluppare la creatività personale, a sostenere una comunicazione ricca, a trasformare il lavoro con i libri in una straordinaria occasione di piacere condiviso, un altro aspetto fondamentale del rapporto tra immagini e testo è il gioco di equilibrio e rispetto per le due parti, dal testo all'immagine e dall'immagine al testo, un sapiente equilibrio tra linguaggio letterario e linguaggio iconografico rende un libro un'esperienza emozionante, che arriva al profondo di chi legge o di chi ascolta. 

La funzione dell'immagine nella letteratura d'infanzia pertanto sta mutando radicalmente, l'immagine tende a stimolare ulteriori rappresentazioni mentali da parte dei bambini e del lettore in generale. Nelle sequenze di immagini, presenti in alcuni libri per bambini e ragazzi, c'è addirittura una storia parallela, che arricchisce la riflessione suscitata dalle parole. In altri casi è il testo che si fa immagine, la modalità di presentazione grafica dei testi è infatti profondamente cambiata, dalla grafica di Geromino Stilton, spesso contestata per la sua bassa qualità, ma che piaceva tanto ai bambini, si è passati a testi rappresentati con caratteri differenziati e con forme grafiche a spirale, che fanno diventare la parola cornice dell'immagine.

Sono tecniche grafiche e di costruzione della pagina che influenzano profondamente le modalità di lettura dell'opera, una lettura a strati si potrebbe dire, che permette di leggere e rileggere il libro su più livelli e con più modalità, c'è addirittura chi ipotizza una lettura in questo senso simile a quella che facciamo in Internet con i testi non più in forma sequenziale.

Alla Fiera internazionale del Libro per ragazzi di Bologna del marzo scorso, dedicata a Roberto Innocenti, abbiamo visto una grande varietà di tecniche illustrative provenienti da paesi di tutto il mondo, che dimostra come il mondo dell'illustrazione sia in pieno fermento, un fermento che sembra stia iniziando a contagiare anche i libri destinati al pubblico più adulto. Buon lavoro! 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie al Prof. Guerrini anche degli auguri di buon lavoro, passiamo ora la parola al Sindaco di Pistoia Renzo Berti.

 

RENZO BERTI  

Buonasera, innanzitutto mi scuso per essere arrivato un po' in ritardo, mi scuso con voi e con i relatori, anche perché il mio intervento sarà un intervento un po' improvvisato, forse era meglio svolgerlo all'inizio, ma ero impegnato in una discussione importante che riguarda la fabbrica più importante della città, Ansaldo Breda, quindi mi sono dovuto trattenere arrivando soltanto adesso.

Però sono molto felice di essere qua, anche perché devo dire che è un bello spettacolo. Vedo che alcuni facevano le fotografie, ma forse sarebbe meglio farle da questa parte, perché vedere questa sala così gremita, queste tante persone attente, con questo sguardo concentrato e appassionato, è veramente uno spettacolo prezioso e voglio fare i complimenti all'Assessorato, che come al solito riesce a mettere in piedi iniziative molto importanti. Ringrazio anche i soggetti che hanno contribuito con il loro sostegno a ché questo avvenisse.

Le poche cose che voglio dirvi riguarderanno un po' questo intreccio importante, in pillole, tra le esigenze, le prospettive delle attività educative e la crescita della città, ma sono anche affascinato dal tema specifico di questa iniziativa, ascoltavo ora le parole di Guerrini, questo accostamento tra lo scritto e le immagini ha un fascino che sento personalmente per tante ragioni, anche per una mia passione ormai un po' offuscata, che riguarda il cinema.

Ricordo per esempio con piacere una discussione che vedeva, nella figura di quel mitico regista che è Robert Bresson, sostenere che il cinema ha una dignità superiore a quella del teatro, perché è capace di trasferire emozioni e concetti, prescindendo dalla parola, attraverso il linguaggio delle immagini, con un linguaggio più immediato e diretto. Lui poi forse esagerava anche un po', se è consentito dirlo di fronte a cotanta cultura, ma io ricordo per esempio un film che da appassionato di cinema e impegnato in un cineclub insieme a altri amici proponemmo a una platea di persone che magari erano venute lì un po' tirate per la giacca e che lasciò sconcertate la gran parte di loro, che era Au Hazard  Balthazar, la storia di un ciuco, nella quale i linguaggi erano veramente ridotti all'osso e che magari non suscitava un interesse così molto immediato, molto superficiale, come purtroppo spesso si vorrebbe anche partecipando alla visione di pellicole cinematografiche.

In effetti la capacità di condividere, di essere messi a contatto, di assimilare che possono dare le immagini è una capacità formidabile e la speriamo nel bene e nel male sulla nostra pelle tutti i giorni, diventa perciò molto stimolante il concetto legato ai mezzi didattici, i mezzi educativi, estrapolato io penso, non soltanto ridotto allo strumento diretto, ma anche agli ambienti nei quali poi questa esperienza educativa si colloca, l'importanza cioè di condividere luoghi che siano davvero stimolanti, davvero capaci di trasfondere un calore, un senso di accoglienza, un senso di stimolo, affinché poi le potenzialità di ognuno possano esprimersi al meglio. 

Questo lo dico perché il tentativo che si fa nella gestione della cosa pubblica alla guida di una città cerca di dare risposte da questo punto di vista, ma è un tentativo estremamente complicato, laddove si sconta non soltanto con la consueta e aggravata penuria di risorse, ma anche con un modello culturale che è un modello non sempre di accompagnamento, non sempre di accompagnamento positivo. Ora io lo dico in una città che per fortuna ha dei capisaldi molto forti, che ha una tradizione e un'attualità formidabile, che quindi meglio di altri sa reagire, sa condividere, ha una rete di contatti estesa, che vede nelle famiglie dei soggetti di interlocuzione attiva.

Ma come anche in questa città, perché non esiste l'isola felice nel nostro villaggio globale, c'è una tendenza alla omologazione, all'appiattimento, a per esempio considerare questi aspetti del valore estetico, dello stimolo che può derivare dal frequentare spazi di qualità come fonte di spreco, come un qualcosa che ha una sua ridondanza, come un qualcosa che viene assimilato alla ciliegina sulla torta. Non credo che questo sia un concetto giusto.

Questa mattina abbiamo festeggiato l'inaugurazione della nuova sede dell'Università pistoiese, ne siamo tutti contenti, soddisfatti e orgogliosi, perché non soltanto abbiamo consentito di individuare un luogo unico per l'esercizio di queste attività didattiche e di ricerca, ma abbiamo realizzato degli spazi particolarmente belli, funzionali, accoglienti, anche in questo caso stimolanti, ovviamente con parametri diversi da quelli di cui qui parliamo, ma lo voglio ricordare perché penso che nella crescita della Città, delle città vorrei dire usando il plurale, si debba tenere conto non soltanto degli aspetti di carattere funzionale, ma anche degli aspetti che danno una caratteristica di qualità alla crescita e qui evidentemente ripeto il problema è di natura sostanziale, quindi economica e anche di natura culturale, perché c'è bisogno di una volontà di accompagnamento verso queste frontiere.

Abbiamo cercato di dimostrare, in questi anni, una intenzione accanita, che è quella di non perdere il passo con questa dimensione. L'abbiamo fatto convinti che l'impegno nel settore educativo costituisca una priorità fondamentale, abbiamo dovuto reggere l'urto di una pressione contraria, perché anche questo dobbiamo dircelo, perché il quadro generale non è stato un quadro di conforto, è un quadro che tende caso mai a penalizzare quelle realtà che in questa dimensione e in questi servizi hanno fiducia, hanno creduto e continuano a credere. 

Potrei fare tanti esempi, ma mi limito a rappresentarvene uno. Il Comune di Pistoia soffre maggiormente di altre realtà comunali il dato critico della finanza locale, per il fatto che è un comune che ha una capacità di offerta piuttosto estesa, siamo un comune che dà molto, ma è un molto relativo, perché sappiamo di non riuscire a soddisfare tutta la domanda, quindi è un molto relativo se comparato con quello di altre realtà. Abbiamo un'offerta estesa, abbiamo un'offerta di apprezzata qualità, e parlo dei servizi educatici.

Abbiamo accresciuto l'impegno in campo culturale, attraverso realtà importanti come quelle della biblioteca, che è stata ricordata all'inizio di questa seduta, abbiamo cercato di reggere l'urto di una sofferenza sociale che in questi anni è aumentata, incrementando le risorse nel campo di riferimento, nel campo della tutela sociale.

Tutto questo oggi si riflette in una sperequazione, anche perché nel contempo abbiamo cercato di limitare la richiesta di contributo economico alle famiglie, il Comune di Pistoia se confrontato con le realtà capoluogo della Toscana è il Comune che chiede meno alle famiglie dal punto di vista tributario e extra tributario. Chiediamo una media di circa 420 Euro a persona, quando la media è di quasi 700 e ci sono comuni che arrivano a chiedere fino a 1200 a persona, il triplo di quanto noi chiediamo, ma non perché si è voluto fare perché siamo poco attenti agli equilibri economici, ma perché abbiamo pensato che fosse giusto cercare di tenere una barra, che è una barra di una società che guarda all'equità, che cerca di dare risposte laddove c'è il bisogno, che cerca di produrre stimoli, opportunità, occasioni. Penso che altrimenti ci dovremo rassegnare a un'esperienza arida.

Lo voglio ricordare perché, nel momento in cui ci soffermiamo su dati che l'ho già segnalato, lungi da me considerarli come catalogabili nella ridondanza, nel superfluo, in qualcosa di non importante, ma la molla che io vedo essere stata innescata in modo molto potente è una molla che ha cercato di orientare le scelte del sistema pubblico verso l'arretramento, quello che ci viene da anni detto è che bisogna tirare indietro la coperta, che bisogna dare un contributo fondamentale al riequilibrio dei conti, che altri hanno disastrato diciamo anche questo, perché le amministrazioni comunali in genere, non dico soltanto quella di Pistoia che pure ha una tradizione di gestione rigorosa dei propri conti.

Ma nel complesso di questo nostro Paese, con qualche area magari più disattenta, la gestione comunale è sempre stata una gestione di qualità e di responsabilità, ma al di là di questo aspetto al quale nessuno si sottrae, sarebbe irresponsabile farlo, nessuno pensa di non dovere tenere in pareggio i propri bilanci, ma c'è un'idea che io giudico molto pericolosa: quella di immaginare uno stato che diventa pian piano meno presente, fino a farsi assente, e che quindi determina una situazione nella quale si torna a un modello che era un modello di anni e anni fa, dove davvero le occasioni e le opportunità non erano orientate all'equità, non erano distribuite in funzioni dei bisogni e dei meriti e delle capacità degli individui, ma erano distribuite in funzione del censo di appartenenza, delle risorse economiche delle famiglie.

Lo dico perché purtroppo questo dato, che a me pare molto banale, perché sarà che ci dobbiamo vivere tutti i giorni, il confronto quotidiano è fatto di questo, è il pane amaro di tutti i giorni, non credo che sia generalmente percepito nella società, credo che ormai ci sia un'anestesia molto diffusa, per cui si pensa che questi siano refrain poco significativi, fatti di tanto per fare, che non ci sia un portato reale dietro questa dimensione.

Vorrei - l'ho detto altre volte, Anna Lia Galardini lo sa bene come l'Assessore Moroni, le persone che lavorano nei servizi scolastici a Pistoia - che questa nostra grande esperienza, questa formidabile esperienza dei servizi educativi diventasse il luogo della contaminazione positiva, diventasse un insieme di molecole che tende a una progressiva aggregazione. Non possiamo rassegnarci a che accada il contrario, a dovere stare in un fortino a alzare ogni giorno un muro improbabile per difenderci da questi attacchi culturali in negativo, che vedono nei servizi alla persona una fonte di spreco e non una fonte di crescita delle comunità.

Bisogna cercare di resistere a questo, ma per farlo occorre che questo dialogo, questa capacità di interloquire con le famiglie, questa capacità di fare squadra, questa capacità di diffondere questo messaggio diventi un qualcosa di reale, deve diventare lo strumento dell'agire quotidiano per bisogna insomma ricreare le condizioni perché quella comunità responsabile, capace di associare ai diritti i doveri, capace di essere davvero consapevole, sia una comunità che sia ferma, non solo nelle dichiarazioni fatte in modo retorico e occasionale, ma nella prassi quotidiana.

Bisogna che tutti noi si diventi pienamente consapevoli e capaci di allargare questa area della conoscenza, questa area della responsabilità. In questo senso penso che occasioni come queste, che sono occasioni di confronto collettivo, che sono occasioni nelle quali si cerca di mantenere un'attenzione fondamentale alla qualità, perché non esiste educazione senza qualità e quindi la qualità è fatta anche delle cose di cui discuteremo, possono risultare vezzose per la crescita professionale di chi vi partecipa, ma anche per un messaggio di natura sociale se vogliamo, che può risultare molto prezioso per i tempi bui nei quali stiamo vivendo. Buon lavoro.

 

ROSANNA MORONI  

Ora passo la parola a Anna Lia Galardini, magnifica dirigente dei servizi alla persona del Comune di Pistoia, lasciatemelo dire anche se immagino sia abbastanza conosciuto e noto a tutti voi. Anna Lia è una delle maggiori protagoniste artefici di un affascinante e straordinario processo, iniziato circa 40 anni fa e non parlo ovviamente solo di Pistoia, che ha riconosciuto ai bambini e all'infanzia un riconoscimento della dignità, dell'identità, dei diritti, dei bisogni, da lì si è partiti per realizzare servizi eccellenti e per diffondere una cultura dell'infanzia, che sia davvero rispettosa di quello che l'infanzia nei fatti è. 

 

ANNA LIA GALARDINI  

Veramente dico grazie di cuore delle belle parole che abbiamo ascoltato dal Sindaco e anche ovviamente nell'introduzione da parte del nostro Assessore, ovviamente anche degli altri ospiti, ma voglio ringraziare in modo particolare i nostri amministratori che ci consentono di essere qui oggi e anche che ci consentono di investire in queste riflessioni e in queste occasioni di formazione. Le parole che abbiamo ascoltato ci confortano, ma anche noi vogliamo essere di conforto a chi amministra in momenti così difficili.

E vogliamo essere di conforto proprio perché in momenti che sono difficili per tanti motivi, che non c'è tempo qui ovviamente di ricordare, questi momenti richiedono proprio secondo il nostro punto di vista di non accanirsi sulle difficoltà, ma di guardare oltre. Quindi noi siamo qui proprio per guardare oltre, per guardare queste belle figure, per ascoltare le belle parole e per quindi ricaricarci di quella energia che ci ha sempre consentito di andare avanti, in una politica continua nel tempo, lunga, di piccoli passi, che ha fatto i passi più lunghi proprio quando i momenti erano più difficili, seguendo questa strategia che noi vogliamo riconfermare e che è anche una strategia prima di tutto della solidarietà e dell'aggregazione.

Quindi questo appello che il Sindaco faceva, che fa a una comunità, che è un appello giusto, trova conferma in un'occasione come questa, perché anche l'occasione che viviamo, queste giornate che sono state anche impegnative nell'organizzazione e nella riflessione, sono frutto di un lavoro di squadra, sono frutto di una grande condivisione e non sarebbero possibili, non sarebbe così efficaci questi eventi se questa squadra non fosse veramente forte e reale e non riguardasse anche segmenti diversi e variegati della nostra comunità, quindi è già stato ricordato che non è banale costruire delle forme di cooperazione forte tra aspetti diversi della vita sociale, quindi chi si occupa di educazione, chi vive nella scuola, insieme a chi vive all'interno degli istituti culturali nelle biblioteche, nei musei, nei teatri, chi ha come vocazione quella di fare crescere persone, quella di accompagnare persone nel cammino della vita e quella di arricchire un capitale importantissimo che è il capitale della conoscenza, ma anche che è il capitale cognitivo che appartiene a ciascuno, quindi si tratta veramente di fare crescere persone. 

Voglio dirvi dentro questo grande senso, questa sinergia che ci vede veramente in questo senso accaniti, uniti e veramente testimoni pieni di energia e di entusiasmo, voglio dare il senso della giornata di oggi, perché il messaggio di queste giornate è un messaggio che riguarda la sostanza dell'educazione e della cultura, però è anche un messaggio sofisticato e difficile, che va quindi anche interpretato, perché è vero come diceva il Sindaco ci sono degli ostacoli anche nelle visioni culturali che vanno in qualche modo rimossi.

Quello che noi vogliamo in qualche modo celebrare, affermare, socializzare, condividere in queste giornate è il valore del gusto estetico, il valore del bello, il diritto al bello da parte dei bambini e degli adulti e anche quello su cui vogliamo riflettere è come il gusto estetico si coltiva, come si consente a bambini e adulti la fruizione, la vicinanza alla fruizione e alla produzione del bello e come si creano delle circostanze in qualche modo esteticamente pregevoli intorno ai bambini, in modo particolare nei luoghi dell'educazione e della fruizione della cultura.

Questa è in qualche modo stata una vocazione peculiare della nostra città, una vocazione che è partita è vero dai servizi per l'infanzia, ma che vuole contaminare il più possibile e che lo vuole fare anche proprio con la forza della convinzione rispetto a questa idea. È proprio nella carta dei servizi, dei nostri servizi educativi, la carta che 5 o 6 anni il Comune di Pistoia ha varato, che declina anche le proprie vocazioni, si dice che l'educazione deve coltivare il gusto estetico. Questa non è un'affermazione così scontata.

Abbiamo scavato in questa, questo è stato un punto di arrivo di un percorso lungo, che è stato anche fortemente indagato. Quello che voglio dirvi brevemente è questo: nel percorso che abbiamo compiuto, abbiamo riconosciuto a rapporto con la qualità estetica dei libri per l'infanzia l'origine di questa vocazione, ecco perché siamo qui a parlare di belle figure, ecco perché siamo qui educatori e insegnanti di diversi ordini e scuole, insieme a chi è depositario della cultura del libro.

Riflettendo sul nostro percorso, abbiamo capito che questo desiderio di espandere il bello nei luoghi per i bambini è venuto proprio da una vicinanza appassionata e apprezzante rispetto alla qualità delle immagini dei libri per l'infanzia, è la creatività di alcuni straordinari artisti che hanno messo a servizio il loro impegno creativo verso l'infanzia, che ci ha fatto scoprire proprio il grande valore che c'è nella relazione educativa dell'immagine e dell'estetica, così dai libri siamo passati ai luoghi, quindi la qualità dell'immagine e la qualità dei luoghi per i bambini esteticamente pregevoli.

Quindi noi sentiamo un grande debito di riconoscenza alla cultura della qualità del libro illustrato per bambini, che nella nostra realtà si è espansa fino a impregnare di qualità estetica i luoghi per l'infanzia, e allora riflettendo poi su questo percorso che si è man mano dipanato, noi siamo forti di questa convinzione e attingiamo la nostra forza a varie riflessioni, senz'altro alle riflessioni che vengono proprio anche dalla consapevolezza dello sviluppo del bambino e di come si costruisce in ogni essere umano la conoscenza. 

La conoscenza ha bisogno, prima di tutto, di motivazione: si impara perché si vuole imparare, perché si ha il piacere di impara. C'è una molla, ci deve essere una molla perché un bambino e perché un adulto apprenda e questa molla - ce lo dicono le ricerche, ce lo dice la riflessione, ce lo dice anche l'esperienza, la nostra esperienza esistenziale di relazione educativa - è meno la curiosità, ma è piuttosto l'emozione, è qualcosa che ci emoziona e che ci coinvolge e che ci spinge a conoscere e che fa sì che quello che noi apprendiamo si radichi e lasci un segno in quello che noi siamo.

C'è un rapporto strettissimo tra conoscenza e emozioni, c'è una globalità dell'esperienza soprattutto del bambino che va rispettata, quindi è il coltivare un occhio meravigliato sul mondo che genera per i bambini la possibilità di apprendere e la volontà di apprendere, quindi è proprio questo sguardo meravigliato che deve poggiarsi chiaramente sul bello per eccellenza, che può essere l'opera d'arte, che possono essere i segni anche della grande cultura degli adulti, ma che è come dice un filosofo contemporaneo anche il sorriso estetico delle cose quotidiane, quindi circondare i bambini di cose belle suscita anche quella volontà di aderire alla realtà che vede e suscita anche quel sentimento positivo che è volontà, volontà positiva di crescere.

Ma non è soltanto questo aspetto strettamente legato alla dimensione cognitiva, che peraltro è importantissimo, perché attiene alla vocazione educativa di ciascuno di noi, c'è però anche qualcosa che lega l'estetica all'etica, a comportamenti virtuosi, perché un luogo quando è bello, quando è curato esteticamente, è sempre proprio un luogo segnato dalla cura, quindi segnato dalla volontà di accogliere, segnato dal rispetto degli altri, è un luogo che facilita i comportamenti, le relazioni, perché in un luogo bello si sta volentieri, perché un luogo bello genera benessere, perché un luogo trascurato, un luogo opaco, un luogo che non suscita emozioni genera disagio, genera proprio smarrimento, difficoltà, quindi questa dimensione della relazione è fortemente avvalorata da un contesto pregevole dal punto di vista estetico e quindi segnato dalla cura e dall'attenzione, segnato anche proprio dall'affezione di chi lo abita.

C'è dentro questa dimensione propriamente estetica, qualcosa che va oltre e che riguarda profondamente i comportamenti, quindi noi possiamo dire che riguarda l'etica. Diciamo che una pedagogia del buongusto è una pedagogia della speranza, perché è una pedagogia che si segna con una tonalità emotiva forte, che è la tonalità della gioia, e i bambini hanno bisogno di gioia e noi abbiamo bisogno di gioia, non perché la vita sia facile e non perché si debbano escludere momenti di difficoltà, di sforzo, di ostacolo, ma le difficoltà che sono ineliminabili nella vita, che sono anche ineliminabili nei percorsi di conoscenza, si superano solo se c'è questa energia che si genera da uno sguardo positivo sulla realtà. E questo è il secondo motivo che, scavato, indagato, condiviso, ci ha portato con accanimento a rendere belli i luoghi per i bambini.

C'è un terzo elemento, ugualmente importante, che marca più anche la sinergia tra dimensioni propriamente culturali e dimensioni educative. Noi viviamo in un paese che è segnato dalla bellezza, in un paese che deve essere rispettato e valorizzato nelle proprie risorse, che sono risorse di paesaggi straordinari, che sono tracce della cultura passata, quindi un'educazione estetica è un'educazione alla valorizzazione e al rispetto del patrimonio, è un'educazione che consente a tutti quanti, ai bambini e ai grandi, di appropriarsi in modo adeguato del pregevolissimo patrimonio che ci circonda.

Queste sono le motivazioni che ci rendono convinti rispetto a questa affermazione, legata al fatto che l'educazione deve coltivare il gusto estetico, quindi abbiamo appreso, non è che in questo percorso abbiamo avuto anche degli alleati e abbiamo avuto degli stimoli potentissimi, che sono venuti anche da altri contesti e che qui sono rappresentati.

Avremo anche le opportunità di confrontarsi con realtà a livello internazionale, che hanno veramente fatto di queste idee la loro missione e la loro tensione culturale, quindi siamo com'è già stato detto di fronte a un percorso compiuto, però siamo di fronte anche a un percorso che vuole prima di tutto espandersi, che vuole contaminare, che vuole socializzare, che vuole crescere, siamo di fronte a nuove sfide, anche la realtà della nostra biblioteca è una realtà che localmente non vogliamo trascurare, perché giustamente non è facile sentire parlare delle biblioteche, del loro valore, del valore della qualità dei luoghi che accolgono i libri, quindi è di questa biblioteca che vogliamo parlare, vogliamo parlare del suo futuro e vogliamo parlare delle opportunità che dà complessivamente alla nostra comunità.

Questo era il senso, così brevemente vi ho dato il senso di queste due giornate e dico che tra gli elementi di conforto c'è questa partecipazione così numerosa, che è nata proprio spontanea, sorgiva, c'è stata una risposta immediata, che non ha avuto bisogno di nessuna sollecitazione, anzi ci scusiamo perché qualcuno è rimasto in piedi e qualcuno è rimasto a casa, perché sapevamo bene di quante sedie questo locali disponeva e quando abbiamo immaginato questa iniziativa, pure credendo fortemente nel valore del messaggio, avevamo sottovalutato l'adesione immediata che poteva avere. 

Chiudo ringraziando moltissimo tutti quanti della partecipazione, ovviamente in modo particolare tutti i relatori, anche quelli che sono venuti da molto lontano per testimoniare l'importanza di queste riflessioni.

Però io chiudo facendo come commento, anche molto leggero, di queste mie parole un video, che testimonia attraverso le parole dei bambini come sia possibile mettere insieme le belle figure, i luoghi esteticamente curati, come i libri generino buone relazioni, come dalle buone relazioni si generino elementi anche di conforto e di grande disponibilità da parte dei bambini nella volontà di fare espandere le loro potenzialità. Sono le immagini che vengono dalla biblioteca di una nostra scuola dell'infanzia, oggi sono protagoniste in qualche modo le biblioteche, ma questo messaggio potrebbe applicarsi a tanti altri ambiti della vita sociale, della realtà della Città come diceva il Sindaco. Grazie, passiamo a vedere questo video.

 Viene proiettato il video.  

 

ROSANNA MORONI  

Dopo la relazione appassionata e appassionante di Anna Lia e la visione di quando video, che mi pare emblematico di una filosofia, di una visione, che mi è parso perfino toccante - guardavo i vostri volti -, passiamo a un altro dei nostri autorevoli relatori, un'amica storica è Lella Gandini, che ha rapporti con il Comune di Pistoia e con i nostri servizi educatici da poco più di 30 anni, ha un dottorato in pedagogia dell'Università del Massachusetts, dove ha insegnato diversi anni, cura la formazione professionale delle insegnanti della prima infanzia negli Stati Uniti, ha un incarico di collaborazione e una relazione consolidata con Reggio Children e all'attivo numerose pubblicazioni di pedagogia... 

 Come immaginavo Lella Gandini non ha bisogno di ulteriori presentazioni, quindi non vale la pena che mi perda parole. Sono ben lieta di passare a lei la parola.

 

LELLA GANDINI

Rosanna è gentilissima, veramente io ero un po' lenta a venire perché ero ancora emozionata dal video che abbiamo visto insieme. Mi alzo in piedi perché ho l'impressione di non vedervi. Devo fare due cose molto difficili: pensare alle immagini, schiacciare un bottone e vedere di non fare dei pasticci! 

La mia proposta è un po' ambiziosa: passare dalla proposta di entrare nelle immagini a leggere gli spazi dei bambini, in effetti vedrete moltissimi collegamenti con quello che Anna Lia ha presentato, perché abbiamo pensato insieme un po' di questi aspetti, ma a me il privilegio di portarvi dentro le immagini di alcuni illustratori, famosi disegnatori degli anni 70. Molti di voi vedo dai vostri bei visi siete troppo giovani per ricordare quegli anni, ma in quegli anni questi disegnatori, e qui vediamo un bellissimo libro di Iela Mari "Il palloncino rosso", che tra l'altro ha segnato la mia prima venuta a Pistoia perché c'era una mostra di questi bellissimi libri e io sono stata invitata, qui stiamo parlando del 1977 e da allora sono sempre tornata, quindi sono qua anche oggi per farvi entrare nelle immagini.

Perché entrare nelle immagini? Perché le immagini di questi disegnatori in quell'epoca hanno veramente aperto ai nostri occhi un altro modo di vedere lo spazio, lo spazio della pagina e vedrete poi anche da quello che Rosemary Agoglia ci presenterà, il potere dello spazio di una pagina e come lo spazio di una pagina può diventare significativo, invitante, metterci in un senso di equilibrio, darci piacere e in un certo senso creare un senso di relazione per noi. Io passo attraverso queste immagini, naturalmente (sic) è stato molto importante anche in questo, in questo caso questa immagine ci dà un senso di allegria, allora noi entriamo veramente in relazione con le immagini.

La mia ambizione è stata di includere anche un libro che avevamo preparato insieme con Carlo De Simone e Laura Mancini, ci chiamavano "Collettivo 3" e questo segnava la nostra situazione degli anni 70. Il signor Valdemaro era un signore che andava in giro per la città, forse una città come Pistoia ma un po' più moderna, per cercare delle storie da raccogliere per i bambini. Passiamo dalle immagini delle pagine e invitavi a leggere gli spazi per i bambini, gli spazi per l'infanzia, che sono qua a Pistoia come avete visto da questo fantastico video, gli spazi diventano veramente molto importanti per la relazione, per la conoscenza.

Io sto rubando delle immagini della città di Pistoia per parlarvi di cosa si può trovare, per cercare di invitarvi a leggere queste immagini e in particolare passando al nido: questo nido ha uno spazio che è intitolato alla poetica dei luoghi e con le voci dei bambini noi riusciamo a prepararci a entrare, a vedere i bambini, è il luogo dove guardo, tocco, osservo, sperimento, conosco e gioco, dove mi muovo, cammino, corro, esploro il mio spazio. Questo continua a essere descritto, ma noi vogliamo guardare adesso a dei bambini che non sono i bambini di quel nido, sono i bambini di un posto molto lontano, che poi vi dirò, per vedere come si può guardare i bambini e leggere quello che i bambini possono provare nello spazio.

Questi bambini hanno 4 o 5 mesi, non stanno ancora seduti, si sono incontrati e quindi lo spazio, gli oggetti che gli adulti hanno saputo mettere per loro cominciano a creare una relazione, ma perché possiamo vedere questo? Perché cominciamo a leggere quello che lo spazio ci può dare, poi veniamo a Pistoia, eravamo prima in Oklaoma e guardate quello che questi bimbi ci presentano: le relazioni dello spazio. In effetti a Pistoia si può parlare di uno spazio come riflesso di una cultura dell'infanzia, che è stata costruita per il benessere e l'armonia dei bambini, ma ricordiamoci che vicino a questi bambini ci sono tanti adulti che hanno contribuito a creare questo e che sono parte e godono anche di questo benessere, quindi essere vicini ai bambini a costruire per loro è una fonte di grande forza e benessere.

Perché è stato possibile qui creare queste giornate e costruire queste scuole? Perché c'è stata una risposta molto positiva di motivazione, come diceva Anna Lia, un'emozione molto forte nel rispondere alle iniziative prese dall'alto. Spazi luminosi per i bambini e per gli adulti, questa è un'area bambini che si dedica a bambini e genitori e anche a nonni, con degli spazi pensati in tanti tanti dettagli e tra l'altro è interessante per me vederli fissati in una fotografia, perché ieri sera li abbiamo visti già trasformati, ogni volta che si viene questi spazi cambiano, crescono e si alternano con la partecipazione dei bambini e degli insegnanti. Una biblioteca che è una biblioteca che richiede di salire su uno sgabello per raggiungere un libro per questo bambino.

Cosa leggete qui tra questi bambini? Lo stupore, il piacere, l'emozione di trovare delle immagini che parlano. Ci sono altri modi di leggere e di comunicare, per esempio la luce che si può utilizzare con delle tavole luminose, può diventare una fonte di scoperte, ma anche di relazioni profonde tra bambini e con i genitori e anche con gli adulti che rendono possibile queste esperienze.

Qui mi piace l'idea di citare Loris Malaguzzi, che penso molti di voi conosciate, comunque si può considerare un po' il filosofo di quello che è successo nella prima infanzia in Italia e anche naturalmente delle scuole di Reggio Emilia. Pensiamo alla scuola come a un organismo vivente, a un luogo di convivenza, di scambi, dove si pensa, si discute, si lavora, mettendo insieme quello che si sa e che non si sa, in una rete di interazioni cooperative, che producono per gli adulti e soprattutto per i bambini un sentimento di  appartenenza, un mondo vivo, accogliente e non fittizio. Pensiamo allora ai luoghi che offrono, ma anche che documentano - perché possiamo discutere di queste immagini e leggerle insieme? Perché sono state documentate dalle insegnanti che erano presenti - il piacere e l'estetica degli apprendimenti condivisi. 

Per quanto riguarda l'estetica, per raggiungere soltanto un dettaglio a quello che Anna Lia ha detto, c'è uno scrittore americano che si chiama Gregory Bateson, che dice che l'estetica in effetti è in sostanza la connessione di due punti, la connessione tra due punti di vista, tra due esperienze, perché deve essere sempre un piacere condiviso. Mi piace questa idea, non è detto che sia l'unica, ma perché no?

Piacere condiviso di imparare, qua vediamo dei bambini che stanno esplorando, ancora l'uso della luce e Anna Lia diceva "troppe immagini sulla luce", ma a me piace tantissimo e quindi qui vedete l'interpretazione della Gandini. Guardate queste bambine insieme che scoprono, altri materiali, altre costruzioni fatte insieme. E questa bellissima esperienza con la natura, nell'area verde, che veramente danno la possibilità ai bambini di costruire e anche di imparare tante cose che sono scientifiche, natura e scienza insieme. I genitori contribuiscono, tanti petali di tutti i colori che diventano veramente dei materiali per potere dipingere.

Un altro aspetto della luce sono le ombre, questa è una storia che mi piace molto, che ha avuto luogo all'asilo nido Il Faro: i bambini una mattina sono entrati e dalle finestre hanno visto la luce in un modo nuovo, un piacere condiviso, un modo di vedere lo spazio e per i bambini stessi di leggerlo in un modo nuovo. Qui c'è la striscia della funivia che va su, su fino in cima e l'altro bambino dice "mi sembra che viene a scivolo", quindi dalla luce della finestra si passa a scoprire la luce e le ombre che si formano nella stanza, ma la luce dalla finestra può avere tanti colori e non è casuale, le insegnanti hanno preparato quello spazio in modo che la luce potesse essere una luce colorata. Ma anche con i genitori fuori i bambini improvvisamente scoprono l'ombra, "ma si vede solo l'ombra del papà, dov'è Giulio?" "eccola l'ombra".

Giocare con le ombre è un gioco antico, è un apprendimento antico, che può essere una ricerca scientifica, può essere un modo di esplorare la matematica, può essere un modo di esplorare il teatro, quindi è molto economico come mezzo per imparare.  

Prima di passare a altri posti del mondo, di cui vi do solamente due esempi, voglio dirvi perché, cos'è che mi ha spinto a volere mostrare qualcosa di un altro paese. È una riflessione che ho trovato da parte degli educatori di Pistoia, questo è quello che hanno detto: "lo sforzo che abbiamo compiuto, in questi lunghi e affascinanti anni di lavoro, è stato quello di rendere i servizi educativi spazi che parlano del buon vivere e del vivere gentile di una comunità, fatta di bambini, adulti, insegnanti e genitori", ma hanno aggiunto anche qualcos'altro che voglio condividere con voi e che mi ha spinto veramente. 

Hanno aggiunto "ma all'interno delle singole realtà, per mettere in pratica questi obiettivi che sono stati così importanti per noi, sono necessari progetti ben mirati, che possono avere anche dimensioni piccole, contenute, rapportate alle risorse umane e finanziarie di quel particolare contesto". Le persone di Pistoia si rendono ben conto, anche quando vengono a trovarci negli Stati Uniti, che quello che succede a Pistoia non è facile, è stato lo sforzo di 30 anni di tante persone. Come si può dare ai bambini la possibilità di vivere in spazi significativi? Si può, purché si proceda con una continuità e coerenza, la politica dei piccoli passi paga, soprattutto se condivisa dalle scuole e dalle famiglie, cioè da tutti coloro che accompagnato continuamente e quotidianamente la crescita dei bambini. 

Allora vi faccio vedere i bambini di 4 anni in una scuola elementare di Boston, dove le persone che si occupano dell'aggiornamento e della formazione delle insegnanti sono state in Italia e in particolare anche a Pistoia, quindi diciamo estendono queste idee... (intervento fuori microfono) grazie Rosanna, è importante spiegare che in varie città degli Stati Uniti, per venire incontro alla grande richiesta da parte dei genitori di posti per i bambini di 4, 3, 5 anni, hanno creato degli spazi per i bambini più piccoli. Non è una cosa semplice, perché non ci sono insegnanti preparate abbastanza, quindi qualche volta è necessario lavorare molto con le insegnanti, prima di potere avere questa possibilità. 

In questo caso questa è una scuola elementare molto grande, i bambini sono fino alla quinta, saranno 150 bambini e c'è questa piccola classe di bambini di 4 anni. Quando siamo arrivati c'era questo genitore che accompagnava la bambina e i bambini avevano scritto sulla porta i nostri nomi di visitatori per darci il benvenuto. Questo è lo spazio dove sono questi bambini, sono 15 bambini e la prima cosa che mi ha colpito è l'uso del colore, anzi sono stata leggermente messa a disagio dall'uso del colore, però stando quella mattina tutta la mattina con loro mi sono resa conto come ci sia una tendenza a reagire in un modo troppo immediato a quello che si vede, ma quello che è importante di capire chi è in quello spazio, come vivono, quali sono gli spazi, perché. 

E così ho sentito una storia di una bambina, che è quella con la camicetta bianca, che aveva avuto delle grandi difficoltà e quella mattina era ritornata, dopo 4 o 5 giorni di assenza, quindi ho cominciato a seguire l'insegnante e guardare, osservare, lei mi aveva dato il permesso di fotografare questo rapporto. Allora l'insegnante decide di offrire alla bambina qualche cosa che ogni giorno uno dei bambini della classe fa, di essere il fotografo della classe e quindi la prende per mano, la accompagna al cartello che indica quali sono le regole per essere fotografo per il giorno: solo una persona può essere il fotografo, deve tenere in mano la macchina fotografica con cura e deve divertirsi e essere più creativo possibile. Qui vediamo la bambina che fa le fotografie, mentre i bambini sono tutti insieme. 

Da un altro angolo della stanza c'era un gruppetto di bambini che faceva un disegno dal vero e copiavano un nido che avevano trovato in una passeggiata, qui c'è l'insegnante che facilita la situazione, i bambini che usano la lente di ingrandimento e tutti insieme poi disegnano.  

Avete visto una situazione molto diversa, uno spazio molto diverso, ma cosa succede in termini di relazioni? Abbiamo visto delle relazioni molto forti, molto attente, certo io vi do solamente un piccolo frammento, non è tanto giusto ma vi offro anche un po' la mia interpretazione. L'altra situazione è una scuola dove i bambini di 5 anni sono, è ancora una scuola elementare a Chicago che ha quasi 300 bambini e vorrei che voi guardaste e un po' cerchiate di leggere quella che è l'attenzione alla cultura del singolo bambino e del gruppo. La scuola è molto grande, nuova, in quel giorno pioveva come vedete e questi erano i bambini di 5 anni che stavano facendo un incontro con l'insegnante. 

Guardate quello che c'è in classe: in un'altra classe, dove sono andata, c'erano i bambini di 4 anni e quello che ho notato era quante fotografie c'erano dei bambini. Questi bambini sono in gran parte bambini o afroamericani o di origine messicana, perché la zona dove questa scuola è ha questo tipo di popolazione, e anche bambini bianchi naturalmente. Guardate lo spazio com'è ben suddiviso, quante cose ci sono per questi bambini e anche c'era quel giorno nella classe dei 4 anni un insegnante che doveva essere un po' incaricato di sperimentare con dei materiali d'arte, oppure tipo atelier e queste sono cose che i bambini avevano fatto in precedenza.

Qui i bambini sono occupati a lavorare, ma mentre i bambini stanno lavorando così vicini all'insegnante ho notato quello che forse state notando anche voi: in fondo alla stanza c'erano dei bambini che erano seduti su una tavola e avevano una scatola con il ripiano luminoso. Erano completamente autonomi, cioè il rapporto del gruppetto con l'insegnante era molto diverso dal rapporto di questi due tra di loro e anche di bambini in altre zone della stanza. La grande attenzione che c'era era di fotografie di bambini, i loro nomi scritti da loro, iniziavano a scrivere loro e qualche cosa sulla loro esperienza a casa, per esempio Jennifer dice "mio papà e mamma mi chiamano Erendina, è un sopranome". 

Un'altra cosa che era interessante era che per ogni bambino presente c'era un grande cartello che parlava delle sue origini culturali, in particolare vi faccio vedere questo di un bambino che viene dal Guatemala, dove ci sono piccoli giocattoli, poi qualcosa scritto dal bambino, ma anche una ricetta che la mamma offre. E poi in un'altra parte della stessa scuola ci sono alcune poesie che vedete "?un coche en la noche?", i bambini giocano con le parole, "?erraton è nel corasson?" "?el gatto nel platto", quindi la loro abilità di lettura e di scrittura viene curata rispettando tutte e due le lingue e questa mente un'intervista con una mamma e c'era per ogni bambino, che dice "Alfonso, vorrei che impari moltissimo, tante cose quest'anno, per esempio a cantare, disegnare, condividere con i suoi compagni, tenere le sue cose in ordine, fare tutto il suo lavoro per i compiti e che lo faccia ogni giorno".

Adesso torniamo a Pistoia, vi ho portato lontano e abbiamo visto come Anna Lia ha parlato di questa costruzione così attenta. Quello che è importante non dimenticare è anche che cos'è la Città, la bellezza della Città di cui Anna Lia ha parlato, che è un aspetto dell'estetica che così forte, così positivo che veramente contagia tutti quanti e di fatti quello che vediamo sono i bambini che diventano parte della Città, non solo la vedono e la visitano, ma la disegnano e questa è una cosa che mi ha sempre colpito moltissimo: l'abilità dei bambini di osservare e di rendere lo spazio della loro Città, ce lo fanno leggere, ci fanno leggere lo spazio, lo spazio artistico, le bellezze e la loro gioia di essere lì, quindi spero che la prossima persona che parla con voi vi parlerà di un museo negli Stati Uniti che in un certo senso cerca di creare lo stesso tipo di comunità che pensa insieme e apprezza il bello, come Pistoia fa a Pistoia.

 

APPLAUSI 

 

ROSANNA MORONI  

Cedo subito la parola a Rosemary Agoglia, il museo naturalmente è il Museo Eric Carle. 

 

ROSEMARY AGOGLIA  

"Vorrei dirvi quanto sono felice di essere nuovamente a Pistoia, un posto che ha una tale grande importanza per l'estetica dei bambini e naturalmente un posto per istruzione e per amicizia per me. La collaborazione tra il Museo Eric Carle e i servizi per l'infanzia di Pistoia è iniziata nel 2004, grazie a molto lavoro da parte di Lella Gandini.  

Vi descrivo veramente il Museo Eric Carle e naturalmente quello che valorizza, come pure valorizza Pistoia, è la bellezza del luogo. Vi faccio vedere qualcosa di questo Museo. Il Museo fu concepito e costruito dall'autore Eric Carle, che come le persone che hanno parlato oggi condivide il pensiero sulla bellezza dei luoghi. Uno degli obiettivi è di creare un ponte tra l'imparare non solo a parlare, ma l'imparare anche a vedere e naturalmente vuole dare l'opportunità a tutte le persone che vanno al Museo di collegarsi in qualche modo all'arte e di entrare nelle immagini.  

Il Bruco ha festeggiato i suoi 40 anni e Carle invece ha festeggiato invece i suoi 80 anni. È un posto dove persone vengono a trovare i vecchi amici e fare nuovi amici.

C'è un auditorium dove i bambini possono vedere degli spettacoli e hanno l'opportunità di esplorare la loro creatività nello studio, che si tratti di parlare di quello che hanno visto oppure ascoltare un racconto in biblioteca oppure sperimentare l'uso di diversi materiali. Si tratta tutto di imparare a guardare e guardare e imparare, quindi oggi vi vorrei parlare come impariamo a guardare.

Cosa succede a una persona quando la mettete davanti a un'immagine? Potrebbe essere un dipinto in un museo oppure una bella illustrazione su un libro, naturalmente è difficile per noi cercare di dare un significato a quello che vediamo, è l'intelligenza del vedere come viene citato e quindi naturalmente uno degli obiettivi del museo è di cercare di ampliare questa intelligenza del vedere.

?Cris Rasca? ha parlato di quanto tempo è devoluto nelle scuole, quanto tempo si impiega, quanto tempo è dedicato a imparare a parlare, ma è altrettanto importante insegnare la grammatica dell'occhio e cioè imparare a guardare. Naturalmente la grande domanda è come si fa e un modo per cominciare naturalmente è condividere i libri con i bambini, visitare musei.

Di solito quando si va a visitare un museo si fa parte di un gruppo guidato, quindi in questo disegno si vede un bambino più grande che accompagna dei bambini più piccoli nel museo e dice "io so più di voi, quindi vi faccio vedere", ma non è così che si fa al Museo Eric Carle. Chiediamo alle persone di parlare delle illustrazioni, in questo disegno invece c'è un gruppo di bambini che guardano il disegno e dice "sembra che sia tipo un picnic dove si mangia fuori"! 

Naturalmente quello che noi usiamo è una strategia che si chiama "la strategia del vedere le cose", naturalmente la persona che guarda è una persona competente, che è in grado di spiegare le proprie competenze e naturalmente dà anche importanza al gruppo e il ruolo dell'adulto è quello di essere un facilitatore e un ascoltatore. Quindi potete vedere la grande connessione che c'è con gli educatori di Pistoia, perché è in questo modo che loro lavorano. 

Allora cosa può succedere quando guardate una foto? Le persone molto spesso creano una storia davanti a questa foto, possono fare dei commenti sull'arte che è stata usata, dei commenti sulla luce, sul colore, sui motivi, si possono relazionare al loro passato, oppure avere una reazione emotiva. E quindi ci sono molti modi di vedere un disegno e un'illustrazione. 

?Molly Bang? è un'artista, è un'illustratrice, ma non capiva come mai funzionava il suo apprezzamento dei disegni, perché le piacevano alcuni disegni e perché non le piacevano altri disegni e quindi lei voleva imparare la grammatica del vedere. I modi a cui lei ha pensato erano quelli di andare a visitare dei musei, di leggere dei libri, oppure di fare dei corsi, però ci ha ripensato e ha deciso che non era il modo migliore.

Forse il modo migliore era quello di insegnarlo e ha usato la terza elementare classe di sua figlia. La lezione che lei voleva insegnare era quella di creare un disegno pauroso, intendeva usare Cappuccetto Rosso, perché sapeva che tutti conoscevano questa storia, doveva essere una cosa molto semplice e quindi disse ai bambini che potevano usare solo 3 colori e il bianco e che avrebbero dovuto cercare di essere alquanto astratti, ma non era quello che volevano fare loro ha scoperto!

Allora è andata a casa e ha fatto un po' di pratica, l'ha studiato un po' e ha cominciato a pensare che forse c'erano dei principi che andavano seguiti: iniziò a insegnarli a studenti più grandi e scrisse questo libro. Quindi vorrei guardare con voi insieme questi principi. 

Quando noi guardiamo qualcosa, ci creiamo un contesto: se questo fosse l'oceano, potrebbe essere una vela, potrebbe essere la pinna di un pescecane o una boa. Lei decise che questo rappresentava Cappuccetto Rosso, allora si chiese come si sentiva davanti a questo triangolo rosso: è un colore forte, quindi deve essere una persona attiva, deve essere qualcuno con stabilità, perché ha una base larga e è rosso proprio come il cappuccio di Cappuccetto Rosso.  

Se questo è Cappuccetto Rosso, la mamma come dovrebbe essere rappresentata? Alcune mamme sono più grandi dei loro bambini, quindi un grande triangolo rosso: così non va bene però, perché il personaggio più importante è Cappuccetto Rosso e quindi se la mamma è più grande, diventa poi la mamma il personaggio più grande. E poi con tutte queste punte, non è che si possa abbracciare molto, facciamola un po' più soffice, però porta ancora via il palcoscenico perché è grande e rossa, allora cambiamo il colore. La mamma è diventata un colore più pallido e meno importante e la connessione tra i due è il fatto che il viola viene formato anche con il rosso: questo creava la connessione tra i due.  

Ricordate che si possono usare solo tre colori, quindi c'è ancora un colore che si può usare per l'elemento pauroso della storia. Conoscete la storia, sapete che la cosa importante è il cestino che porta alla nonna e il nero è il cestino. Ecco i tre colori, lo sfondo bianco.

La storia avviene nella foresta e Molly ha sperimentato molti modi di rappresentare questa foresta. Ha iniziato con i triangoli, ma non era la cosa giusta perché sembravano tanti "cappuccetti rossi" che erano però neri, quindi li ha messi uno sopra l'altro, ma ancora troppi triangoli! Ha provato con i rettangoli "mi dà l'impressione di essere in una foresta, perché non posso vedere la cima degli alberi", quindi aggiunse Cappuccetto Rosso alla foresta e sembrava che ci fosse nella foresta perché l'ha messa dietro uno degli alberi, però non fa abbastanza paura.

Cosa si potrebbe fare solo al triangolo? Farlo più piccolo, questo lo rende più pauroso, perché quando le cose sono più piccole si sentono più vulnerabili, c'è più difficile superare il pericolo, perché naturalmente i predatori sembrano molto grandi e quindi l'ha fatta ancora più piccola.

È ora di aggiungere il lupo. Ha giocato un po' con il posto dove mettere Cappuccetto Rosso per farlo ancora un po' più pauroso, però spostando Cappuccetto Rosso più indietro nel bosco, più dentro il bosco, si è sentita che aveva perso un po' della connessione con Cappuccetto Rosso, allora ha deciso di piegare alcuni degli alberi e piegando gli alberi ha creato un po' più di paura, perché sembra che Cappuccetto Rosso sia intrappolata tra gli alberi. In questo modo non c'è moto di scappare, se avesse angolato gli alberi nell'altra direzione ci sarebbe stata una via di fuga. E quindi l'altra scoperta è che le linee diagonali creano tensione nella foto, nel disegno. 

Pensando al lupo, pensiamo alla forma e alla misura. Tre triangoli hanno creato il lupo: è pauroso, è appuntito, è grande e è piegato nella direzione di Cappuccetto Rosso. L'ha fatto un po' più piccolo per vedere, l'ha fatto un po' più rotondo e ha provato un altro colore, ma quel colore non andava bene perché veniva identificato subito con la mamma. È tornata al nero.

Cosa si può fare per rendere il lupo ancora più pauroso? Cosa si può aggiungere a questo lupo? Denti, nuovamente dei piccoli triangoli, per farlo sembrare un po' più lupo un occhio e ha sperimentato un po' con il colore dell'occhio: così va bene, perché avendo l'occhio dello stesso colore sembra proprio che stia guardando Cappuccetto Rosso. Un'altra scoperta è che quando noi guardiamo un'immagine, creiamo una relazione tra le cose che hanno lo stesso colore.

Ha provato una forma diversa per l'occhio, ma lo fa sembrare un po' stupido, così non va bene. Il disegno in questo modo perde un po' tutto il suo significato, perché sembra che i due triangoli rossi vogliano venire fuori dal disegno e quindi è tornato all'occhio di prima. 

Facciamo questo lupo ancora più pauroso, una grande lingua rossa e l'associazione di colore vi fa pensare che Cappuccetto Rosso è già nella bocca del lupo e evidenzia il lupo mettendo invece in seconda posizione gli alberi. Ricordate che si parlava di tre colori, però qui ce ne sono solo due, allora si cambia uno dei colori. E come mai questo viola rende il disegno ancora più pauroso? Perché quando non possiamo vedere bene, abbiamo più paura, ci sentiamo più sicuri alla luce del giorno. Però possiamo ancora usare il bianco e quindi dobbiamo, possiamo mettere questo bianco? Ecco i denti che diventano bianchi.

Quindi lei ha scoperto che mentre guardiamo un disegno attraversiamo delle emozioni e naturalmente sono emozioni che sono collegate alle nostre esperienze, quindi in questo modo lei ha messo in pratica questi 10 principi e sono nella vostra cartella in italiano. Lei ora vi farà vedere i lavori di alcuni artisti americani e come hanno lavorato con questi 10 principi. 

Questi due disegni ci fanno sentire molto calmi, questo è il primo principio e quindi queste forme piatte ci danno un senso di stabilità e calma. Queste sono linee verticali esagerate, questo ci dà un senso di libertà e di volo, quindi le forme verticali sono più emozionanti e sono più attive, perché sono contro la gravità della terra e quindi ci danno un'indicazione di energia e di raggiungimento dell'alto o del cielo, quindi nella prima qualcuno che non sembra affatto calmo e nella seconda che non sembra affatto sicuro, quindi le forme in diagonale sono più dinamiche, perché implicano emozione e tensione.

Guardando questa immagine, vi rendete conto che è divisa in tre parti, la parte superiore, la parte inferiore e la parte centrale, quindi se date un significato vedete che gli oggetti posizionati in alto appaiono oggetti più liberi e dinamici. Trovarsi nella parte bassa di un disegno dà anche un senso di vulnerabilità, quindi ci rende più vulnerabili: guardate il gatto che guarda il topo, però la posizione del topo gli dà una via di fuga. Naturalmente il posto più importante è al centro della pagina e naturalmente i bordi delle pagine sono i bordi del libro delle immagini.

Riconoscete che i colori più scuri sono quelli più minacciosi e meno sicuri, però se guardate anche la posizione di queste figure vi rendete conto che alcune posizioni vi danno un po' di conforto e nella figura a destra vedete che la posizione rotonda non è così minacciosa come nella figura sinistra. I disegni che ci fanno più paura sono quelli che hanno più angoli e più punte, mentre quelli invece arrotondati ci fanno meno paura.

La misura naturalmente è importante. In questo disegno lei urlava a sua mamma e gli diceva che la odiava e la sua bocca è così grande in questo disegno perché la cosa più importante è quello che diceva. Associamo i colori, gli stessi colori in un disegno e dà all'occhio una cartina per seguire il disegno e il contrasto ci aiuta naturalmente a notare, a vedere, come questo cane bianco su uno spazio nero.

Spera di avere dato degli spunti per potere lavorare insieme ai vostri studenti, avete questi principi ai quali fare riferimento per aiutarli a parlare di quello che vedono. Vi fa anche molti auguri per la nuova biblioteca, che spera sia un luogo dove possiamo lavorare tanto. Ci sono molti molti modi in cui questi principi possono incoraggiare lo sviluppo del linguaggio e la creatività."  

 

ROSANNA MORONI  

Ringrazio Rosemary, molto interessante e istruttivo. Per l'ultimo intervento, prima del racconto, la parola a Lucia Scuderi che è al mio fianco, catanese, scrittrice di libri per bambini, illustratrice, ha vinto anche un premio qualche anno fa, il premio Andersen. Si occupa attivamente di diffusione di libri per bambini.

 

LUCIA SCUDERI  

Sono emozionatissima di parlare questa sera, dopo questi due grandi personaggi, con esperienze che sono quelle a cui io ho guardato, sono quelle che hanno scritto le cose che io ho letto quando ho cominciato a occuparmi di libri per bambini e illustrazione, una viene dal mondo dello spazio children dell'Emilia Romagna, un mito per chiunque si è occupato di bambini, di libri, di educazione all'immagine, una che cita Malaguzzi come un amico oppure dei miti che loro hanno potuto toccare, l'altra viene dal Museo di Eric Carle.

Con me scendiamo molto più al sud, io vengo da Catania, dalla Sicilia, da esperienze di libri, di biblioteche diverse, ma con sogni uguali. Per fare capire un po' come io sono arrivata ai libri per bambini e alle illustrazioni, vi racconto un po' la mia storia, che è la storia anche penso di tanti adulti italiani che oggi si occupano di libri con i bambini. È la storia di chi ha conosciuto i libri illustrati da adulto, cioè la storia di quegli adulti che non hanno avuto questi libri da bambini e questo può essere anche un fatto positivo, può essere anche che questo ce li abbia fatti amare, a dismisura assolutamente per quanto mi riguarda, ma per molti di quelli che si occupano di bambini e che comprano i libri e che fanno le biblioteche delle scuole, sicuramente un amore enorme.

Vi racconto. Molti anni fa nel 91, e oggi lo ricordavamo, cercavo di dare una data nel 90 o 91 forse, andata per la prima volta alla fiera del libro di Bologna, e perché sono andata alla fiera del libro di Bologna? Perché mia cognata era allora una giornalista aspirante scrittrice di libri per bambini, aveva visto degli acquerelli che io facevo per passatempo e mi disse che erano molto adatti a eventuali libri per bambini. La conoscenza che avevo fino a allora dei libri per bambini era legata esclusivamente alla mia esperienza di bambina degli ultimi anni 60 a Catania, molto limitata quindi direi, assolutamente limitata. Non avevo idea di quello che era successo nel frattempo nel mondo dell'editoria.

Quando arrivai a Bologna mi innamorai immediatamente, non solo c'erano libri italiani profondamente diversi da quelli che avevo avuto io  - e parlo dei libri di Babalibri, parlo di Iela Mari, di Mario Lodi, di Leo Lionni, il mondo di Munari, i laboratori di educazione all'immagine di Munari - , quindi non solo questi libri di questo mondo dell'editoria legato ai bambini che è esploso negli anni 70, meravigliosi e molto fertili da questo punto di vista, ma c'erano libri per bambini che venivano da tutto il mondo, libri molto diversi tra loro, che giustamente tradivano le tradizioni del paese dove venivano pubblicati. Dico questo per inciso per riflettere, in era di globalizzazione, sul mondo un po' più piatto e uguale di libri che oggi forse abbiamo, forse un po' di diversità in più ancora oggi la vorrei.

Soprattutto c'era gli albi illustrati, questi meravigliosi libri dalle grandi pagine, con figure enormi, le poetiche e da atmosfera, altre ironiche e comiche in modo irresistibile, o ancora rigorosamente scientifiche nella loro rappresentazione realistica, tutte illustrazioni che vidi sfogliando questi nuovi libri che per me erano nuovi. Mi sentivo come Pinocchio nel paese dei Balocchi e mi dicevo stupita "allora esiste un mondo così!", io che facevo parte di un'ampia schiera ho scoperto dopo di quelle che si soffermava e sapeva a memoria tutte le illustrazioni delle enciclopedie o dei libri di testo della scuola elementare. Rimasi molto colpita dall'originalità delle illustrazioni, non avevo mai visto una tale varietà di stili, una tale varietà di interpretazioni della realtà, per non parlare delle tecniche. Le tecniche nel mondo dell'illustrazione erano usate in modo assolutamente fuori dai canoni accademici, mi sembrò proprio una fucina di idee. 

Il mondo dell'editoria per bambini mi sembrò un motore di energie nuove e rivoluzionarie, assolutamente per caso ero in grado di capire o di leggere l'inglese o il francese e cominciai il mio viaggio anche nei testi. Il risultato fu strabiliante, non tutti naturalmente, ma c'erano testi che riuscivano in poche pagine a toccare l'anima, a stupire, a farti fare domande, testi in qualche modo filosofici o poetici, senza essere retorici, ma al contrario leggeri. Fu così che cominciò il mio viaggio nel mondo dei libri per bambini, con un amore adulto, con un bisogno adulto di giocare con le figure.

Quella rivelazione della prima fiera del libro di Bologna continua ogni volta che trovo un libro per bambini che mi piace veramente, certo adesso succede più raramente, il mio palato si è fatto più esigente e forse i libri meno originali, ma quando succede è magia pura! Altre volte ho fatto questo paragone con i libri, che secondo me calza bene: è come quando ascolti nel momento giusto un brano di musica che ti piace, ti rapisce, ti fa capire, ti dà energia, ti fa sognare, è nutrimento dell'anima. Questo mi piace pensare che siano i bei libri illustrati per bambini: nutrimento dell'anima.

Il libro illustrato per bambini è un oggetto molto particolare, ha delle sue regole che vanno rispettate perché funzioni, perché il libro è un oggetto d'uso. Ogni autore illustratore vi darà la sua versione di queste regole, perché ogni artista individua delle priorità diverse e ancora non è detto che queste priorità rimangano sempre le stesse, o che siano le stesse per tutti i suoi libri. Per me da lettore, nonostante sia anche illustratrice, è molto importante che ci sia una bella storia.

Se un albo illustrato ha delle bellissime illustrazioni, ma una brutta storia, diventa un oggetto usa e getta, la forza dell'illustrazione deve essere legata a doppio filo con il testo, l'uno deve essere detonatore dell'altro. Io stessa mi sono appassionata a libri dalla bella storia, ma dalle orribili immagini e credetemi per un'illustratrice è difficile, difficilmente mi succede il contrario: se sfogliando un libro delle illustrazioni mi attirano, ma poi leggendo la storia mi delude, oppure non trovo interessante il dialogo tra parola e immagine, allora lo abbandono. In sostanza mai sottovalutare, nell'albo illustrato, l'importanza della parola, a dispetto dello spazio fisico che la parola occupa nella pagina, è di fondamentale importanza. 

Altra storia è invece per i silent book, cioè per quei meravigliosi libri e ne abbiamo pochissimi in Italia dove non ci sono parole, quei libri in cui la storia viene raccontata solamente dalle immagini. Ma qui entriamo in un altro ambito, quello di cui mi interessa parlare con voi adesso è proprio di questo rapporto, di questo intreccio tra parola e immagine. 

L'albo illustrato viene pensato nel grande formato, perché possa essere letto la prima volta almeno insieme a un adulto, questo mi scuseranno le signore americane per loro è normale, per noi no. Le prime volte che ho visto un adulto che guarda un libro con un bambino messo dallo stesso lato è stato nei film americani, da noi è una cosa nuova, noi da bambini non abbiamo mai avuto dei genitori coricati insieme a noi che sfogliavano un albo illustrato. Quindi la prima volta almeno l'albo illustrato viene guardato insieme a un adulto, l'adulto è un veicolo importantissimo, non solo perché decodifica il testo quando il bambino non è in grado, ma per il suo peso affettivo e emotivo nella scoperta del nuovo piccolo universo racchiuso nel libro, per entrare nello spazio del libro di cui hanno parlato altri questa sera.

Condividere un libro è un'occasione preziosa di complicità che non vale la pena di perdere. L'adulto legge il testo, il bambino ascolta e guarda le figure. A che servono le figure? Certo non a tradurre in immagini stereotipate le parole del testo, ma a raccontare quello che le parole non dicono attraverso un altro codice che ben ha spiegato la relatrice prima di me, un codice visivo. Gli strumenti, i portatori di informazioni nelle illustrazioni sono diversi, sono come ha detto i colori, il tipo di segno, la composizione, il verticale, l'orizzontale e il diagonale, non mi ripeto perché sono state appena dette benissimo queste cose.

Non è solo quello che viene raffigurato, ma come. Il linguaggio grafico ha un suo codice, che noi che guardiamo o il bambino percepisce istintivamente, così le forme, i colori hanno una loro storia da raccontare e una storia che viene evocata dalle parole, ma che rimane muta. Quando guardiamo un quadro, al di là del contenuto narrativo - questo per il quadro c'è ben chiaro ma meno per le illustrazioni - sempre che nel quadro ci sia un contenuto narrativo, perché nell'arte contemporanea astratta delle volte il contenuto narrativo non c'è, quindi al di là del contenuto narrativo del soggetto c'è un racconto emotivo che nasce dalla scelta del tipo di segno, dal colore, dalla tecnica. C'è un racconto che nasce dal senso estetico. 

La forza dell'illustrazione è in questa sua capacità di comunicare autonomamente, grazie alle regole del senso estetico, ma intrecciandosi con il testo. È solo nell'albo illustrato che sempre più non è solo per bambini, perché questo dialogo tra questi due codici è troppo interessante, perché rimanga solo per bambini, sempre più anche gli adulti ne stanno scoprendo il potenziale.

Insomma quello che è stato detto più volte: due linguaggi paralleli che si arricchiscono a vicenda, in un gioco di rimandi l'uno all'altro, gioco che il bambino dopo la prima lettura potrà fare autonomamente, con i tempi e i ritmi che più gli piacciono.

Ritmo: ecco un altro elemento per me molto importante. Inutile dire che un testo deve avere un ritmo, un buon ritmo lo sappiamo tutti, ma nell'albo il ritmo del testo deve accordarsi con il girare la pagina, è con quello che l'occhio percepirà prima del significato delle parole. Il vedere viene sempre prima delle parole, il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare, dice John Berger in un saggio che ho letto da poco molto interessante, intitolato "Questione di sguardi: 7 inviti a vedere tra storia dell'arte e quotidianità", ve lo cito perché se vi interessa vale la pena. 

In questo caso il lavoro dello scrittore e dell'illustratore dovrà essere programmato nello svelare con tempi diversi, se non uno dei due risulterà inutile, perché scopriamo già con l'occhio quello che il testo ci dice dopo con il suono. Una parte del mio lavoro, del lavoro di progettazione di albi, ha riguardato proprio le potenzialità dello spazio della pagina e del ritmo non solo nel modo di sfogliare tradizionale il libro, ma in alto, in lungo, in modo perché la regola fondamentale del libro è che deve essere un oggetto sfogliabile, oltre questo possiamo fare tutto, ma possiamo sfogliare in tanti modi, in modo da dilatare questo spazio della pagina a seconda di quello che ci serve nel nostro racconto, a seconda del ritmo di cui abbiamo bisogno.

Parlare del mio lavoro è molto difficile, mi sono mantenuta sul generico, è imbarazzante, diciamo che preferisco che a raccontare la mia esperienza in concreto poi siano i libri piuttosto, per questo non mi piaceva mostrare adesso delle immagini. Ma mi vorrei un po' raccontare: scrivo e illustro storie e per quanto possa sembrare strano è molto più difficile per me illustrare un testo mio che un testo di altri, come mi succede anche, perché per me è molto importante mantenere i due ambiti separati, per non rischiare di sovrapporli, quindi io devo raccontare in due modi la mia stessa storia. 

Ma le mie storie spesso nascono da immagini, ma non perché faccio prima le immagini e poi il testo, ma perché ho prima delle visioni che si palesano, un'immagine che si palesa, che magari butto giù in uno schizzo, ma sulla quale costruisco una storia. 

Scrivo un testo e su questo testo poi progetto il libro vero e proprio, vi vorrei citare delle parole di Maurice Sendak, che dice a questo proposito su questo lavoro di progettare le immagini e il testo di un libro "un patchbook non è solo quello che la maggior parte della gente crede, un libro facile pieno di immagini, per me è una cosa tremendamente difficile da realizzare, molto simile a una forma poetica complessa, che necessita di sintesi e controllo continui, bisogna riuscire a dominare costantemente la situazione per ottenere una apparente semplicità, questa incredibile leggerezza che in realtà nasconde l'imbastitura, come un abito di buona fattura, basta che un solo punto salti all'occhio e hai rovinato tutto. Nel mondo dell'illustrazione non c'è niente di più intrigante."  Questo è il lavoro faticoso che un illustratore e scrittore di albi per bambini fa. Ci riesco, ci provo, non so se ci riesco, spero sempre di riuscirci nel libro che sto per fare. 

Vorrei, prima di concludere, leggervi una storia senza figure, perché è bello - mi piace proprio dirlo in questa situazione in cui si parla tanto di albi illustrati e di figure - che alcune figure che vengono evocate dalle storie restino vaganti nella nostra mente, nella nostra immagine, che non si fissino da nessuna parte.  

"C'era una volta, qualche tempo fa, un bambino che amava il mare. L'inverno passa lento lento, ma Pino continua a nuotare per la casa. "Finirai per romperti l'osso del collo a camminare con quelle stupide pinne per la casa!" gli urla ogni volta sua madre. Non appena arriva la primavera Pino va sulla scogliera a guardare il mare e a sognare e mentre sogna, con gli occhi nell'acqua, qualche schizzo, un movimento, forse un pesce salta. Ogni volta Pino si spinge più in là, più vicino al mare, prende l'abitudine di portare qualcosa da mangiare per i pesci che si vedono attraverso l'acqua.

Ma un giorno, proprio mentre Pino è in cima a uno scoglio, all'improvviso un'onda, un'onda gigantesca lo cattura, forse una nave al largo l'ha provocata o un vento lontano giorni e giorni. Pino viene come risucchiato dal fondo del mare, sviene. Quando si risveglia non vede che occhi, occhi di pesce intorno a sé, qualcuno gli pare di riconoscerlo tra quelli che mangiavano la sua merenda. Si disimpiglia dai coralli e non si sa come dalla sua bocca escono delle bollicine e lui riesce a respirare. È leggero, si muove sott'acqua come se non avesse fatto altro sin dalla nascita. Ecco forse il segreto sta lì: in effetti nella pancia della mamma viviamo nell'acqua.

Un delfino sembra invitarlo a risalire, ma lui non può, non può, non può ancora, non vuole! L'ebbrezza per il nuovo mondo gli dà un'energia speciale, continua a nuotare verso il blu quasi nero, ormai i piccoli pesci d'argento non lo seguono più, una grotta, è buio, nuota, guarda, tocca, ascolta. Qualcosa ci muove, è grande e potrebbe essere uno squalo. "Veloce, forza veloce", è tutto quello che Pino riesce a pensare "veloce, forza veloce" e mentre nuota verso l'acqua azzurra delle corde, una rete: non può più scappare. Ma la rete all'improvviso si chiude e sale veloce. Mentre sale capisce che la sua avventura è finita, Pino vuole andare e vuole restare, il cuore gli batte forte in tutto il corpo, è confuso. L'aria asciutta piace a Pino, le voci dei pescatori sono forti, urlano, ridono, lo toccano.

Da quel giorno molte altre volte Pino si è tuffato e ha provato a respirare, ma mai più si è ripetuto l'incanto. Oggi Pino è un famoso fotografo subacqueo, passa buona parte della sua vita con i pesci, in silenzio si è rassegnato a respirare sott'acqua con delle bombole sulle spalle, ripetendosi che forse quel giorno era solo svenuto." 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie a Lucia. Concludiamo con le parole, il racconto della nostra Marisa Schiano che non vedo, dopo di lei ci diamo appuntamento a domani, ancora qui e ancora alle 9, parleremo di libri, di biblioteche e naturalmente anche di bambini. 

MARISA SCHIANO  

Vi racconterò la storia di una novella popolare, che parla di un drago, e l'ho scelta proprio perché in questo convegno le biblioteche hanno un ruolo molto importante, quindi è dedicato alla nostra biblioteca, alla Biblioteca San Giorgio, che ha nel simbolo il drago trafitto dalla freccia, dalla lancia del cavaliere San Giorgio. 

"C'era una volta un uomo e una donna che erano sposati e vivevano in un bosco. Erano sposati da tanti anni e ormai avevano perso la speranza di potere avere un bambino. Spesso il pescatore se ne andava a pescare in un laghetto che non era molto lontano dalla sua casa e quel giorno era lì da tante ore, ma non aveva pescato niente. Stava già per alzarsi, per raccogliere le sue cose e andarsene via, quando vide qualcosa che aveva abboccato e allora con tutte le sue forze tirò su la canna e dall'acqua uscì un pesce grande così. Il fatto è che era tutto d'oro e il pesce gli parlò con una voce flebile flebile e gli disse "portami a casa, cuocimi e dai da mangiare la testa alla tua cavalla, la coda alla tua cagna, la carne a tua moglie e le lische sotterrale nell'orto".

Il pescatore esterrefatto non sapeva cosa fare, certo era un pesce molto strano quello e lo voleva ributtare nell'acqua, poi però all'improvviso decise di fare come lui aveva detto: tornò a casa, lo cosse e dette da mangiare la testa alla cavalla, la coda alla cagna, la carne a sua moglie e le lische le sotterrò nell'orto. E dopo 9 mesi la cavalla fece un cavallino, la cagna fece un cagnolino, sua moglie fece un bellissimo bambino, un maschio, e nell'orto dove aveva sepolto le lische era spuntata una spada bellissima, lucente. 

Passarono gli anni, il bambino si chiamava Giovanni, il nome del nonno, e Giovanni aveva 20 anni, un giorno decise di partire, di andare in giro per il mondo a vedere che cosa c'era, era stanco di stare lì in quel bosco da solo, solo con suo padre e sua madre. I genitori non volevano lasciarlo partire, ma alla fine lui li convinse e così Giovanni montò a cavallo e il suo cavallo si chiamava Passamontagne, prese con sé il cane che si chiamava Melampo per la velocità con cui correva e si mise al fianco la spada lucente. 

Attraversò tante città, vide tanti paesi, ebbe tante avventure, ma un giorno arrivò in una città molto strana. Le campane suonavano a morto, dalle finestre penzolavano giù dei tappeti neri, tutti piangevano, allora Giovanni si fermò in una osteria e chiese all'oste "mi scusi tanto, ma che città strana che è questa, che è successo qua? Chi è morto?" e l'oste disse "oh cavaliere, lei certo non è di queste parti, perché altrimenti lo saprebbe. Lo vede lassù? Lassù in cima alla collina, lassù c'è la tana del drago dalle 7 teste e lui tutti gli anni, in questo giorno a mezzogiorno, vuole una fanciulla da mangiare e se non gli venisse data lui verrebbe giù e sbranerebbe tutti quelli che trova. Per questo il re tutti gli anni deve tirare a sorte tra le fanciulle del paese e quest'anno è toccato proprio alla principessa, a sua figlia." 

Infatti Giovanni dopo un po' vide un corteo di persone e in cima c'era il re, la regina e la principessa. Ai piedi della collina tutti quanti abbracciarono piangendo la principessa e la lasciarono sola. Lei cominciò a camminare e si avviò verso la tana. Giovanni la seguiva da distante. Arrivata davanti alla tana, la principessa si inginocchiò davanti a una madonnina e si mise a pregare. All'improvviso sentì dei rumori dietro di sé, si voltò "cavaliere, vi prego andate via, perché tra poco arriverà qui il drago e se vi vede mangerà anche voi, vi prego andatevene, salvatevi!", ma Giovanni disse "ascolta non ho mai visto un drago con 7 teste, sono proprio curioso e poi bah voglio vedere se ti posso aiutare" e così Giovanni rimase lì accanto a lei. 

Ecco che l'orologio del campanile della piazza principale della città dette 12 rintocchi e al dodicesimo rintocco la terra tremò come se ci fosse il terremoto e dalla tana venne su un'aria gelida. Eccolo all'improvviso il drago, enorme, con le sue 7 teste, una sopra l'altra e subito fece una grande risata "ahahahahah come mi hanno trattato bene quest'anno, non soltanto una fanciulla ma anche un cavaliere, un cane, un cavallo! Ahahah pancia mia fatti capanna!" e subito spalancò tutte e 7 le bocche e fece per mangiare tutti quanti, ma Giovanni velocissimo sfoderò la spada e zac gli tagliò la testa vicina. La testa cadde in terra, ma il drago la prese e se la rimise, e allora Giovanni nuovamente zac gli ritagliò la testa, questa cadde in terra, il drago la prese e se la rimise.

Allora Giovanni disse "qui bisogna giocare d'astuzia" e così, appena gli ebbe tagliato la testa, prima che questa toccasse terra lui fece "Melampo, portala via" e Melampo veloce come il lampo la portò via e in un secondo era già di ritorno. E allora Giovanni zac la seconda testa, Melampo la prese in volo e la portò via, zac la terza testa, Melampo la prese in volo e la portò via e così una dopo l'altra tutte e 7 le teste furono tagliate e il drago cadde in terra morto. 

La principessa "cavaliere, mi avete salvato la vita, adesso dovete venire da mio padre, perché lui vi darà tutto quello che voi desiderate", "ma io non voglio proprio niente sai, io sono contento di averti salvato e di avere ucciso un bestione del genere. Facciamo un po' di strada insieme", così cominciarono a camminare e Giovanni ad un certo punto fece "Melampo, portami dove hai messo le teste" e Melampo lo portò sulle rive di un ruscello, dove c'erano tutte e 7 le teste. Giovanni aprì le 7 bocche, strappò le lingue, scuci la sua sella e le infilò lì dentro. La principessa non capiva perché lui faceva così, ma era così frastornata che non gli chiese proprio niente.

Così si salutarono, Giovanni se ne andò e lei veniva giù trotterellando per la discesa. E cantava, era proprio felice! Ma passava di lì per caso un carbonaio, vide la principessa e subito pensò "guarda guarda la principessa, o non doveva essere mangiata dal drago? Che cosa ci fa qui?", quindi la fermò e glielo chiese e lei subito "se sapeste che cosa è successo! Un cavaliere coraggioso ha ucciso il drago, gli ha tagliato tutte e 7 le teste!", allora il carbonaio tirò fuori un coltello arrugginito, glielo mise alla gola e fece "adesso tu mi porti da tuo padre e gli dirai che io ho ucciso il drago, altrimenti ti taglio la gola". E la principessa disse sì, poi lui aggiunse "ascoltami un po', se questo cavaliere ha ucciso il drago e gli ha tagliato le teste, dove sono queste teste?" e allora lei, sotto la minaccia del coltello, lo portò sulle rive di quel ruscello dove c'erano tutte e 7 le teste. Lui aprì un sacco, ce le buttò dentro e insieme alla principessa andarono al Palazzo.

Immaginatevi il re e la regina quando videro la loro figlia salva, la abbracciarono e lei subito disse "padre, madre, è stato questo carbonaio che mi ha salvato dal drago e gli ha tagliato tutte e 7 le teste. Il re abbracciò subito il carbonaio e disse "avete salvato mia figlia, io vi do tutto quello che volete! Chiedete, qualunque cosa voi chiediate io ve la darò" e il carbonaio fece "qualunque cosa?" "ma certamente, qualunque cosa!" "allora io voglio sposare vostra figlia". La principessa si sentì svenire all'idea di dovere sposare quell'essere così brutto, sporco, cattivo, ma sapete parola di re è parola di re. Il re aveva promesso e doveva mantenere, così alla fine della settimana si sarebbe celebrato il matrimonio tra il carbonaio e la principessa. 

E alla fine della settimana Giovanni per caso ripassò da quella città: vide fiori alle finestre, le campane che suonavano a festa, tutta la gente per le strade che saltava, ballava, cantava. E lui tornò alla solita osteria e disse all'oste "ma scusate siete proprio buffi in questa città! Sono venuto una settimana fa e tutti piangevano, e adesso che è successo?" "cavaliere, cavaliere! Se sapeste! Un carbonaio coraggioso ha ucciso il drago, gli ha tagliato tutte e 7 le teste e allora per premio oggi sposa la principessa e allora tutta la città è invitata, anzi scusate devo chiudere perché sono invitato anch'io".

Così, siccome non c'era una sala abbastanza grande nel Palazzo da contenere tutti i cittadini, fu apparecchiato nel parco del Palazzo e in questo grande tavolo a forma di ferro di cavallo c'erano a capotavola il re, la regina, la principessa e il carbonaio. Giovanni si mise a spiare tra le piante vicino al cancello e guardò tutti gli invitati che si mettevano seduti e i servitori che cominciarono a versare il brodo nei piatti. Allora lui fece "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo veloce come il lampo andò lì, agguantò una becca della tovaglia e trum tirò giù tutto.

Vi immaginate voi tutti i bicchieri rotti, i piatti rotti, tutta la gente schizzata di brodo, le signore elegantissime schizzinose tutte arrabbiate! Dovettero nuovamente apparecchiare tutto da capo e nuovamente versarono il brodo e nuovamente Giovanni fece "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo andò, agguantò nuovamente una becca della tovaglia e brum tirò giù tutto, tutto rotto nuovamente da capo, un disastro terribile, tutti arrabbiati e nuovamente dovettero riapparecchiare e nuovamente versarono il brodo e nuovamente Giovanni disse "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo fece ancora una volta questa cosa che lui gli aveva ordinato. 

Ma la principessa lo vide mentre correva e allora fece "guardie prendete quel cane, è lui che ha causato questo guaio" e così le guardie arrivarono fino a Giovanni. Lo portarono lì davanti al re e appena la principessa lo vide disse "padre, è stato questo cavaliere che mi ha salvato dal drago, non il carbonaio" e il carbonaio subito "che discorsi sono questi? Sono io che ho ucciso il drago e ne ho anche la prova: portate qua le teste!", portarono il sacco e rovesciarono le teste. E Giovanni le guardò e disse "è vero, quelle sono proprio le teste del drago, ma apritegli un po' la bocca", aprirono tutte e 7 le bocche e le lingue non c'erano. "Se volete le lingue, andate a vedere nella sella del mio cavallo, le ho messe lì".

A quel punto il carbonaio ero scoperto e cercò di scappare, ma il re ordinò che venisse preso e venisse portato nella piazza principale del paese e lì, sopra una catasta di legna e con una camicia di pece, fu bruciato vivo e non fece più del male a nessuno. E invece Giovanni sposò la principessa e diventò principe e quando poi il re morì, lui diventò re e la sua principessa regina e se ne stettero insieme per tanti e tanti anni sapete, molto felici. A questo punto io vi devo dire che la mia novella è finita e se non vi è garbata leccatevi le dita!" 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie, buonasera a tutti e a domani. 

 

 

"BELLE FIGURE"

ESTETICA DELLE IMMAGINI, ESTETICA DEI LUOGHI

PER LA LETTURA E L'EDUCAZIONE

Pistoia, Piccolo Teatro "Mauro Bolognini", 9 ottobre 2009

 

Trascrizione degli interventi

 

ROSANNA MORONI 

Buonasera a tutti e a tutte voi, benvenuti. Siamo in leggero ritardo perché il Sindaco ha avuto un imprevisto, un incontro delicato e importante, quindi tarderà ancora un po'. A questo punto, visto che i nostri tempi erano calibrati con una certa precisione, direi di invertire l'ordine degli interventi e l'ordine dei saluti, perché il Sindaco ci raggiungerà tra poco, e passerei direttamente la parola a Chiara Silla, la nostra gradita ospite, dirigente della Regione Toscana per il settore biblioteche.

 

CHIARA SILLA  

Buonasera a tutti. Come diceva l'Assessore, io sono qui in rappresentanza dell'Assessore Paolo Cocchi, che ha avuto una concomitanza di impegni e non può essere presente, quindi ho il piacere di essere qui tra gli amici pistoiesi a portare il suo saluto. Non vi tedierò particolarmente, perché ho un intervento in programma per domani e quindi nel merito del convegno potrò entrare domani.

Mi limito a fare una brevissima considerazione e cioè che non è un caso che sia l'Amministrazione Comunale di Pistoia a promuovere un seminario su questi temi, un'Amministrazione Comunale che è nota a livello nazionale per la qualità dei servizi educativi, ma che si è anche guadagnata negli ultimi anni livelli di eccellenza a livello nazionale e oltre per la qualità anche della sua biblioteca pubblica, la nuova biblioteca San Giorgio.

Si tratta di un'Amministrazione Comunale quindi che molto investe sia nei servizi educativi sia nei servizi culturali, nello specifico della biblioteca e devo dire non è cosa frequente, considerate anche le difficoltà delle amministrazioni pubbliche, i tagli, le riduzioni dei finanziamenti etc., considerando anche che quando gli amministratori devono investire in questi servizi sanno benissimo che non sempre ripagano in termini di visibilità per quanto ci si investe, perché i servizi in generale, come tutti sappiamo come cittadini, finiscono sui giornali di solito quando non funzionano, allora raggiungono le prime pagine, quando funzionano si dà un po' per scontato.

Nel campo della cultura poi per le biblioteche, giacché di questo parliamo, sappiamo tanto bene che è difficile per una biblioteca, quando fa delle attività o quando funziona bene, guadagnarsi visibilità nel mondo della comunicazione, è molto più facile per uno spettacolo, per le mostre etc.. Quando poi in generale, nel campo della cultura, si lavora nell'ambito dei più piccoli, oltretutto scatta un altro meccanismo che è quello che le cose per i piccoli in fondo contano poco, non contano, ma in fondo parlare ai bambini è come parlare ai grandi, solo che i bambini sono più sciocchi, perché spesso c'è anche questa strana idea.

Per tutti questi motivi è importante invece che ci sia un'iniziativa come questa e è importante anche, e concludo, perché è il frutto della collaborazione proprio di questi due ambiti: servizi educativi, biblioteca e perché le persone, i relatori che interverranno come avete visto appartengono a mondi diversi complementari (l'editoria, i musei, la biblioteca etc.), perché nel campo della lettura, come ci dicono le statistiche, si legge poco, ma si legge poco anche perché la filiera del libro funziona poco. Sono tanti gli attori che devono promuovere il libro e da soli nessuno ce la fa, non ce la fa la famiglia da sola, non ce la fa la scuola da sola, non ce la fanno le biblioteche e via dicendo.

Quindi è importante che ci siano occasioni come queste, perché mettono intorno a uno stesso tavolo i diversi attori che devono operare in campo per raggiungere risultati poi di qualità in termini di civiltà e di innalzamento del livello complessivo della cultura di una collettività come quella locale, ma anche nazionale. Quindi grazie di questa iniziativa e buon lavoro.

 

ROSANNA MORONI  

Ringrazio molto Chiara, condivido le cose che ha detto. Posso assicurare che l'Amministrazione Comunale di Pistoia è molto tenace, determinata e persegue caparbiamente l'obiettivo di continuare a investire risorse umane e economiche, competenze e professionalità sia sul fronte dell'educazione, che sul fronte della biblioteca. La cultura, la lettura, la conoscenza sono fattori fondamentali, strategici di investimento per il futuro e noi crediamo che partire dai bambini e investire sui bambini sia un modo per garantire una società che si possa definire davvero civile.

Passo subito la parola al Presidente dell'Associazione italiana biblioteche Mauro Guerrini, che ringrazio molto per avere accolto il nostro invito. E tengo a dire - scusatemi, ma ogni tanto bisogna anche dare segno del proprio orgoglio e della soddisfazione di alcuni risultati - che proprio in questi giorni la biblioteca San Giorgio ha festeggiato un risultato importante, visto che è stata inaugurata poco più di 2 anni fa, 100 mila prestiti e abbiamo la sfrenata ambizione di raggiungere entro l'anno il numero di 140 mila Euro. Mi pare che in una fase culturale come l'attuale questo sia davvero un segnale di speranza.

 

MAURO GUERRINI  

Porto il saluto dell'Associazione italiana biblioteche nazionale e ringrazio anche la sezione locale, che mi pare sia presieduta da una persona un po' conosciuta qui a Pistoia, Maria Stella Rasetti, l'Aib ha contribuito credo in maniera decisiva all'organizzazione di questo convegno. Se posso porto anche il saluto dell'Università di Firenze, di cui sono un modestissimo professore.

La professione bibliotecaria degli ultimi anni ha maturato una specifica sensibilità sul fronte della qualità degli spazi di fruizione della lettura, dedicando attenzioni specifiche alle soluzioni architettoniche e alle conseguenze che esse possono avere nella fruizione dello spazio e nell'esperienza soggettiva del singolo cittadino. In Toscana si sono registrati cospicui investimenti sul fronte dell'edilizia bibliotecaria, con soluzioni importanti, come l'ha già ricordato la San Giorgio di Pistoia è una biblioteca molto bella e molto funzionale e molto vivace, come dimostra l'incontro di oggi, e in ambito universitario la biblioteca del polo dei centri sociali di Novoli, che secondo me è la più bella biblioteca universitaria d'Italia, ma forse qui sono un po' partigiano.

Vorrei ricordare anche tutte le ristrutturazioni che sono state fatte in tantissimi comuni di tutta la Toscana, che hanno fatto sì che la biblioteca acquisisse nel tempo maggiore importanza nei confronti degli amministratori prima e soprattutto della comunità dei cittadini poi e speriamo sempre.

Ben sappiamo quanto sia complesso il rapporto tra progetto biblioteconomico e progetto architettonico, in un contesto nel quale anche in presenza di un progetto biblioteconomico chiaro, le istanze dei progettisti tendono a prevalere secondo una logica di importanza e priorità non scritta e non formalmente giustificabile, con la conclusione di rendere scarsamente fruibile lo spazio destinato sulla carta al lettore. 

Il congresso IFLA di Milano del 23 e 27 agosto scorso ha ricordato, ancora una volta, la necessità di superare il ritardo che registriamo sul fronte del ruolo del riconoscimento e del peso specifico delle biblioteche in Italia. Il punto di vista del bibliotecario non può che coincidere con quello del lettore nella gestione degli spazi e nell'organizzazione dei servizi, prendendo il suo sguardo come elemento essenziale per misurare l'efficacia delle soluzioni adottate in termini di fruibilità, leggibilità e agio soggettivo. 

Ritorno a qualche considerazione sul tema specifico delle illustrazioni.

Dal punto di vista catalografico, che è il settore di cui un po' mi occupo, la presenza di immagini di qualità può costituire motivo di una nuova manifestazione, secondo un linguaggio di FRBR, un testo teorico importantissimo pubblicato qualche anno fa, la presenza di immagini fa parte integrante del testo: siamo stati nel 2005 a un congresso di Oslo a discutere una mattina intera se le immagini costituivano o non costituivano parte del testo e ci sono esempi clamorosi: nei libri per bambini in particolare le immagini sono il testo, sono parte integrante del testo.

Ma anche in testi più complessi, per esempio la Divina Commedia, le edizioni illustrate da Doré per esempio sono caratterizzanti, non solo edizioni qualsiasi una vale l'altra, ma sono edizioni particolari, o le edizioni del Pinocchio, a seconda dei vari illustratori, l'edizione acquista o non acquista un pregio e una sua connotazione molto precisa anche in base alle illustrazioni e in questo senso le illustrazioni fanno parte integrante del testo, anche se ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi sono state elaborate dopo, un po' come avviene - scusate il paragone un po' forte - in un film tra le scene del film, la rappresentazione del film e la colonna sonora. In quel momento un film senza colonna sonora non è più un film, è privo di una parte caratterizzante e addirittura la colonna sonora spesso ricorda il film nelle pubblicità via radio per esempio. 

Le immagini dei libri per bambini, ma non solo per bambini, sono oggi sempre più complesse e di qualità, raccontano storie dentro le storie, non completano il testo e quindi sono parte del testo, esprimono messaggi che vanno oltre il testo scritto in alcuni casi, gli amministratori sono artisti e insieme ricercatori. Roberto Innocenti, come Peter Sis tanto per citarne due, dimostrano quanta ricerca storico - ambientale debbono svolgere prima di illustrare una tavola e giungere alla raffinatezza dei tratti, alla complessità delle prospettive, alla scelta e alle peculiarità dei luoghi e dei soggetti rappresentati. Talora una sola immagine riesce a assumere il paradigma di una storia. 

Nel momento in cui insegnanti, educatori e bibliotecari propongono illustrazioni di qualità, educano al gusto, contribuiscono a sviluppare la creatività personale, a sostenere una comunicazione ricca, a trasformare il lavoro con i libri in una straordinaria occasione di piacere condiviso, un altro aspetto fondamentale del rapporto tra immagini e testo è il gioco di equilibrio e rispetto per le due parti, dal testo all'immagine e dall'immagine al testo, un sapiente equilibrio tra linguaggio letterario e linguaggio iconografico rende un libro un'esperienza emozionante, che arriva al profondo di chi legge o di chi ascolta. 

La funzione dell'immagine nella letteratura d'infanzia pertanto sta mutando radicalmente, l'immagine tende a stimolare ulteriori rappresentazioni mentali da parte dei bambini e del lettore in generale. Nelle sequenze di immagini, presenti in alcuni libri per bambini e ragazzi, c'è addirittura una storia parallela, che arricchisce la riflessione suscitata dalle parole. In altri casi è il testo che si fa immagine, la modalità di presentazione grafica dei testi è infatti profondamente cambiata, dalla grafica di Geromino Stilton, spesso contestata per la sua bassa qualità, ma che piaceva tanto ai bambini, si è passati a testi rappresentati con caratteri differenziati e con forme grafiche a spirale, che fanno diventare la parola cornice dell'immagine.

Sono tecniche grafiche e di costruzione della pagina che influenzano profondamente le modalità di lettura dell'opera, una lettura a strati si potrebbe dire, che permette di leggere e rileggere il libro su più livelli e con più modalità, c'è addirittura chi ipotizza una lettura in questo senso simile a quella che facciamo in Internet con i testi non più in forma sequenziale.

Alla Fiera internazionale del Libro per ragazzi di Bologna del marzo scorso, dedicata a Roberto Innocenti, abbiamo visto una grande varietà di tecniche illustrative provenienti da paesi di tutto il mondo, che dimostra come il mondo dell'illustrazione sia in pieno fermento, un fermento che sembra stia iniziando a contagiare anche i libri destinati al pubblico più adulto. Buon lavoro! 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie al Prof. Guerrini anche degli auguri di buon lavoro, passiamo ora la parola al Sindaco di Pistoia Renzo Berti.

 

RENZO BERTI  

Buonasera, innanzitutto mi scuso per essere arrivato un po' in ritardo, mi scuso con voi e con i relatori, anche perché il mio intervento sarà un intervento un po' improvvisato, forse era meglio svolgerlo all'inizio, ma ero impegnato in una discussione importante che riguarda la fabbrica più importante della città, Ansaldo Breda, quindi mi sono dovuto trattenere arrivando soltanto adesso.

Però sono molto felice di essere qua, anche perché devo dire che è un bello spettacolo. Vedo che alcuni facevano le fotografie, ma forse sarebbe meglio farle da questa parte, perché vedere questa sala così gremita, queste tante persone attente, con questo sguardo concentrato e appassionato, è veramente uno spettacolo prezioso e voglio fare i complimenti all'Assessorato, che come al solito riesce a mettere in piedi iniziative molto importanti. Ringrazio anche i soggetti che hanno contribuito con il loro sostegno a ché questo avvenisse.

Le poche cose che voglio dirvi riguarderanno un po' questo intreccio importante, in pillole, tra le esigenze, le prospettive delle attività educative e la crescita della città, ma sono anche affascinato dal tema specifico di questa iniziativa, ascoltavo ora le parole di Guerrini, questo accostamento tra lo scritto e le immagini ha un fascino che sento personalmente per tante ragioni, anche per una mia passione ormai un po' offuscata, che riguarda il cinema.

Ricordo per esempio con piacere una discussione che vedeva, nella figura di quel mitico regista che è Robert Bresson, sostenere che il cinema ha una dignità superiore a quella del teatro, perché è capace di trasferire emozioni e concetti, prescindendo dalla parola, attraverso il linguaggio delle immagini, con un linguaggio più immediato e diretto. Lui poi forse esagerava anche un po', se è consentito dirlo di fronte a cotanta cultura, ma io ricordo per esempio un film che da appassionato di cinema e impegnato in un cineclub insieme a altri amici proponemmo a una platea di persone che magari erano venute lì un po' tirate per la giacca e che lasciò sconcertate la gran parte di loro, che era Au Hazard  Balthazar, la storia di un ciuco, nella quale i linguaggi erano veramente ridotti all'osso e che magari non suscitava un interesse così molto immediato, molto superficiale, come purtroppo spesso si vorrebbe anche partecipando alla visione di pellicole cinematografiche.

In effetti la capacità di condividere, di essere messi a contatto, di assimilare che possono dare le immagini è una capacità formidabile e la speriamo nel bene e nel male sulla nostra pelle tutti i giorni, diventa perciò molto stimolante il concetto legato ai mezzi didattici, i mezzi educativi, estrapolato io penso, non soltanto ridotto allo strumento diretto, ma anche agli ambienti nei quali poi questa esperienza educativa si colloca, l'importanza cioè di condividere luoghi che siano davvero stimolanti, davvero capaci di trasfondere un calore, un senso di accoglienza, un senso di stimolo, affinché poi le potenzialità di ognuno possano esprimersi al meglio. 

Questo lo dico perché il tentativo che si fa nella gestione della cosa pubblica alla guida di una città cerca di dare risposte da questo punto di vista, ma è un tentativo estremamente complicato, laddove si sconta non soltanto con la consueta e aggravata penuria di risorse, ma anche con un modello culturale che è un modello non sempre di accompagnamento, non sempre di accompagnamento positivo. Ora io lo dico in una città che per fortuna ha dei capisaldi molto forti, che ha una tradizione e un'attualità formidabile, che quindi meglio di altri sa reagire, sa condividere, ha una rete di contatti estesa, che vede nelle famiglie dei soggetti di interlocuzione attiva.

Ma come anche in questa città, perché non esiste l'isola felice nel nostro villaggio globale, c'è una tendenza alla omologazione, all'appiattimento, a per esempio considerare questi aspetti del valore estetico, dello stimolo che può derivare dal frequentare spazi di qualità come fonte di spreco, come un qualcosa che ha una sua ridondanza, come un qualcosa che viene assimilato alla ciliegina sulla torta. Non credo che questo sia un concetto giusto.

Questa mattina abbiamo festeggiato l'inaugurazione della nuova sede dell'Università pistoiese, ne siamo tutti contenti, soddisfatti e orgogliosi, perché non soltanto abbiamo consentito di individuare un luogo unico per l'esercizio di queste attività didattiche e di ricerca, ma abbiamo realizzato degli spazi particolarmente belli, funzionali, accoglienti, anche in questo caso stimolanti, ovviamente con parametri diversi da quelli di cui qui parliamo, ma lo voglio ricordare perché penso che nella crescita della Città, delle città vorrei dire usando il plurale, si debba tenere conto non soltanto degli aspetti di carattere funzionale, ma anche degli aspetti che danno una caratteristica di qualità alla crescita e qui evidentemente ripeto il problema è di natura sostanziale, quindi economica e anche di natura culturale, perché c'è bisogno di una volontà di accompagnamento verso queste frontiere.

Abbiamo cercato di dimostrare, in questi anni, una intenzione accanita, che è quella di non perdere il passo con questa dimensione. L'abbiamo fatto convinti che l'impegno nel settore educativo costituisca una priorità fondamentale, abbiamo dovuto reggere l'urto di una pressione contraria, perché anche questo dobbiamo dircelo, perché il quadro generale non è stato un quadro di conforto, è un quadro che tende caso mai a penalizzare quelle realtà che in questa dimensione e in questi servizi hanno fiducia, hanno creduto e continuano a credere. 

Potrei fare tanti esempi, ma mi limito a rappresentarvene uno. Il Comune di Pistoia soffre maggiormente di altre realtà comunali il dato critico della finanza locale, per il fatto che è un comune che ha una capacità di offerta piuttosto estesa, siamo un comune che dà molto, ma è un molto relativo, perché sappiamo di non riuscire a soddisfare tutta la domanda, quindi è un molto relativo se comparato con quello di altre realtà. Abbiamo un'offerta estesa, abbiamo un'offerta di apprezzata qualità, e parlo dei servizi educatici.

Abbiamo accresciuto l'impegno in campo culturale, attraverso realtà importanti come quelle della biblioteca, che è stata ricordata all'inizio di questa seduta, abbiamo cercato di reggere l'urto di una sofferenza sociale che in questi anni è aumentata, incrementando le risorse nel campo di riferimento, nel campo della tutela sociale.

Tutto questo oggi si riflette in una sperequazione, anche perché nel contempo abbiamo cercato di limitare la richiesta di contributo economico alle famiglie, il Comune di Pistoia se confrontato con le realtà capoluogo della Toscana è il Comune che chiede meno alle famiglie dal punto di vista tributario e extra tributario. Chiediamo una media di circa 420 Euro a persona, quando la media è di quasi 700 e ci sono comuni che arrivano a chiedere fino a 1200 a persona, il triplo di quanto noi chiediamo, ma non perché si è voluto fare perché siamo poco attenti agli equilibri economici, ma perché abbiamo pensato che fosse giusto cercare di tenere una barra, che è una barra di una società che guarda all'equità, che cerca di dare risposte laddove c'è il bisogno, che cerca di produrre stimoli, opportunità, occasioni. Penso che altrimenti ci dovremo rassegnare a un'esperienza arida.

Lo voglio ricordare perché, nel momento in cui ci soffermiamo su dati che l'ho già segnalato, lungi da me considerarli come catalogabili nella ridondanza, nel superfluo, in qualcosa di non importante, ma la molla che io vedo essere stata innescata in modo molto potente è una molla che ha cercato di orientare le scelte del sistema pubblico verso l'arretramento, quello che ci viene da anni detto è che bisogna tirare indietro la coperta, che bisogna dare un contributo fondamentale al riequilibrio dei conti, che altri hanno disastrato diciamo anche questo, perché le amministrazioni comunali in genere, non dico soltanto quella di Pistoia che pure ha una tradizione di gestione rigorosa dei propri conti.

Ma nel complesso di questo nostro Paese, con qualche area magari più disattenta, la gestione comunale è sempre stata una gestione di qualità e di responsabilità, ma al di là di questo aspetto al quale nessuno si sottrae, sarebbe irresponsabile farlo, nessuno pensa di non dovere tenere in pareggio i propri bilanci, ma c'è un'idea che io giudico molto pericolosa: quella di immaginare uno stato che diventa pian piano meno presente, fino a farsi assente, e che quindi determina una situazione nella quale si torna a un modello che era un modello di anni e anni fa, dove davvero le occasioni e le opportunità non erano orientate all'equità, non erano distribuite in funzioni dei bisogni e dei meriti e delle capacità degli individui, ma erano distribuite in funzione del censo di appartenenza, delle risorse economiche delle famiglie.

Lo dico perché purtroppo questo dato, che a me pare molto banale, perché sarà che ci dobbiamo vivere tutti i giorni, il confronto quotidiano è fatto di questo, è il pane amaro di tutti i giorni, non credo che sia generalmente percepito nella società, credo che ormai ci sia un'anestesia molto diffusa, per cui si pensa che questi siano refrain poco significativi, fatti di tanto per fare, che non ci sia un portato reale dietro questa dimensione.

Vorrei - l'ho detto altre volte, Anna Lia Galardini lo sa bene come l'Assessore Moroni, le persone che lavorano nei servizi scolastici a Pistoia - che questa nostra grande esperienza, questa formidabile esperienza dei servizi educativi diventasse il luogo della contaminazione positiva, diventasse un insieme di molecole che tende a una progressiva aggregazione. Non possiamo rassegnarci a che accada il contrario, a dovere stare in un fortino a alzare ogni giorno un muro improbabile per difenderci da questi attacchi culturali in negativo, che vedono nei servizi alla persona una fonte di spreco e non una fonte di crescita delle comunità.

Bisogna cercare di resistere a questo, ma per farlo occorre che questo dialogo, questa capacità di interloquire con le famiglie, questa capacità di fare squadra, questa capacità di diffondere questo messaggio diventi un qualcosa di reale, deve diventare lo strumento dell'agire quotidiano per bisogna insomma ricreare le condizioni perché quella comunità responsabile, capace di associare ai diritti i doveri, capace di essere davvero consapevole, sia una comunità che sia ferma, non solo nelle dichiarazioni fatte in modo retorico e occasionale, ma nella prassi quotidiana.

Bisogna che tutti noi si diventi pienamente consapevoli e capaci di allargare questa area della conoscenza, questa area della responsabilità. In questo senso penso che occasioni come queste, che sono occasioni di confronto collettivo, che sono occasioni nelle quali si cerca di mantenere un'attenzione fondamentale alla qualità, perché non esiste educazione senza qualità e quindi la qualità è fatta anche delle cose di cui discuteremo, possono risultare vezzose per la crescita professionale di chi vi partecipa, ma anche per un messaggio di natura sociale se vogliamo, che può risultare molto prezioso per i tempi bui nei quali stiamo vivendo. Buon lavoro.

 

ROSANNA MORONI  

Ora passo la parola a Anna Lia Galardini, magnifica dirigente dei servizi alla persona del Comune di Pistoia, lasciatemelo dire anche se immagino sia abbastanza conosciuto e noto a tutti voi. Anna Lia è una delle maggiori protagoniste artefici di un affascinante e straordinario processo, iniziato circa 40 anni fa e non parlo ovviamente solo di Pistoia, che ha riconosciuto ai bambini e all'infanzia un riconoscimento della dignità, dell'identità, dei diritti, dei bisogni, da lì si è partiti per realizzare servizi eccellenti e per diffondere una cultura dell'infanzia, che sia davvero rispettosa di quello che l'infanzia nei fatti è. 

 

ANNA LIA GALARDINI  

Veramente dico grazie di cuore delle belle parole che abbiamo ascoltato dal Sindaco e anche ovviamente nell'introduzione da parte del nostro Assessore, ovviamente anche degli altri ospiti, ma voglio ringraziare in modo particolare i nostri amministratori che ci consentono di essere qui oggi e anche che ci consentono di investire in queste riflessioni e in queste occasioni di formazione. Le parole che abbiamo ascoltato ci confortano, ma anche noi vogliamo essere di conforto a chi amministra in momenti così difficili.

E vogliamo essere di conforto proprio perché in momenti che sono difficili per tanti motivi, che non c'è tempo qui ovviamente di ricordare, questi momenti richiedono proprio secondo il nostro punto di vista di non accanirsi sulle difficoltà, ma di guardare oltre. Quindi noi siamo qui proprio per guardare oltre, per guardare queste belle figure, per ascoltare le belle parole e per quindi ricaricarci di quella energia che ci ha sempre consentito di andare avanti, in una politica continua nel tempo, lunga, di piccoli passi, che ha fatto i passi più lunghi proprio quando i momenti erano più difficili, seguendo questa strategia che noi vogliamo riconfermare e che è anche una strategia prima di tutto della solidarietà e dell'aggregazione.

Quindi questo appello che il Sindaco faceva, che fa a una comunità, che è un appello giusto, trova conferma in un'occasione come questa, perché anche l'occasione che viviamo, queste giornate che sono state anche impegnative nell'organizzazione e nella riflessione, sono frutto di un lavoro di squadra, sono frutto di una grande condivisione e non sarebbero possibili, non sarebbe così efficaci questi eventi se questa squadra non fosse veramente forte e reale e non riguardasse anche segmenti diversi e variegati della nostra comunità, quindi è già stato ricordato che non è banale costruire delle forme di cooperazione forte tra aspetti diversi della vita sociale, quindi chi si occupa di educazione, chi vive nella scuola, insieme a chi vive all'interno degli istituti culturali nelle biblioteche, nei musei, nei teatri, chi ha come vocazione quella di fare crescere persone, quella di accompagnare persone nel cammino della vita e quella di arricchire un capitale importantissimo che è il capitale della conoscenza, ma anche che è il capitale cognitivo che appartiene a ciascuno, quindi si tratta veramente di fare crescere persone. 

Voglio dirvi dentro questo grande senso, questa sinergia che ci vede veramente in questo senso accaniti, uniti e veramente testimoni pieni di energia e di entusiasmo, voglio dare il senso della giornata di oggi, perché il messaggio di queste giornate è un messaggio che riguarda la sostanza dell'educazione e della cultura, però è anche un messaggio sofisticato e difficile, che va quindi anche interpretato, perché è vero come diceva il Sindaco ci sono degli ostacoli anche nelle visioni culturali che vanno in qualche modo rimossi.

Quello che noi vogliamo in qualche modo celebrare, affermare, socializzare, condividere in queste giornate è il valore del gusto estetico, il valore del bello, il diritto al bello da parte dei bambini e degli adulti e anche quello su cui vogliamo riflettere è come il gusto estetico si coltiva, come si consente a bambini e adulti la fruizione, la vicinanza alla fruizione e alla produzione del bello e come si creano delle circostanze in qualche modo esteticamente pregevoli intorno ai bambini, in modo particolare nei luoghi dell'educazione e della fruizione della cultura.

Questa è in qualche modo stata una vocazione peculiare della nostra città, una vocazione che è partita è vero dai servizi per l'infanzia, ma che vuole contaminare il più possibile e che lo vuole fare anche proprio con la forza della convinzione rispetto a questa idea. È proprio nella carta dei servizi, dei nostri servizi educativi, la carta che 5 o 6 anni il Comune di Pistoia ha varato, che declina anche le proprie vocazioni, si dice che l'educazione deve coltivare il gusto estetico. Questa non è un'affermazione così scontata.

Abbiamo scavato in questa, questo è stato un punto di arrivo di un percorso lungo, che è stato anche fortemente indagato. Quello che voglio dirvi brevemente è questo: nel percorso che abbiamo compiuto, abbiamo riconosciuto a rapporto con la qualità estetica dei libri per l'infanzia l'origine di questa vocazione, ecco perché siamo qui a parlare di belle figure, ecco perché siamo qui educatori e insegnanti di diversi ordini e scuole, insieme a chi è depositario della cultura del libro.

Riflettendo sul nostro percorso, abbiamo capito che questo desiderio di espandere il bello nei luoghi per i bambini è venuto proprio da una vicinanza appassionata e apprezzante rispetto alla qualità delle immagini dei libri per l'infanzia, è la creatività di alcuni straordinari artisti che hanno messo a servizio il loro impegno creativo verso l'infanzia, che ci ha fatto scoprire proprio il grande valore che c'è nella relazione educativa dell'immagine e dell'estetica, così dai libri siamo passati ai luoghi, quindi la qualità dell'immagine e la qualità dei luoghi per i bambini esteticamente pregevoli.

Quindi noi sentiamo un grande debito di riconoscenza alla cultura della qualità del libro illustrato per bambini, che nella nostra realtà si è espansa fino a impregnare di qualità estetica i luoghi per l'infanzia, e allora riflettendo poi su questo percorso che si è man mano dipanato, noi siamo forti di questa convinzione e attingiamo la nostra forza a varie riflessioni, senz'altro alle riflessioni che vengono proprio anche dalla consapevolezza dello sviluppo del bambino e di come si costruisce in ogni essere umano la conoscenza. 

La conoscenza ha bisogno, prima di tutto, di motivazione: si impara perché si vuole imparare, perché si ha il piacere di impara. C'è una molla, ci deve essere una molla perché un bambino e perché un adulto apprenda e questa molla - ce lo dicono le ricerche, ce lo dice la riflessione, ce lo dice anche l'esperienza, la nostra esperienza esistenziale di relazione educativa - è meno la curiosità, ma è piuttosto l'emozione, è qualcosa che ci emoziona e che ci coinvolge e che ci spinge a conoscere e che fa sì che quello che noi apprendiamo si radichi e lasci un segno in quello che noi siamo.

C'è un rapporto strettissimo tra conoscenza e emozioni, c'è una globalità dell'esperienza soprattutto del bambino che va rispettata, quindi è il coltivare un occhio meravigliato sul mondo che genera per i bambini la possibilità di apprendere e la volontà di apprendere, quindi è proprio questo sguardo meravigliato che deve poggiarsi chiaramente sul bello per eccellenza, che può essere l'opera d'arte, che possono essere i segni anche della grande cultura degli adulti, ma che è come dice un filosofo contemporaneo anche il sorriso estetico delle cose quotidiane, quindi circondare i bambini di cose belle suscita anche quella volontà di aderire alla realtà che vede e suscita anche quel sentimento positivo che è volontà, volontà positiva di crescere.

Ma non è soltanto questo aspetto strettamente legato alla dimensione cognitiva, che peraltro è importantissimo, perché attiene alla vocazione educativa di ciascuno di noi, c'è però anche qualcosa che lega l'estetica all'etica, a comportamenti virtuosi, perché un luogo quando è bello, quando è curato esteticamente, è sempre proprio un luogo segnato dalla cura, quindi segnato dalla volontà di accogliere, segnato dal rispetto degli altri, è un luogo che facilita i comportamenti, le relazioni, perché in un luogo bello si sta volentieri, perché un luogo bello genera benessere, perché un luogo trascurato, un luogo opaco, un luogo che non suscita emozioni genera disagio, genera proprio smarrimento, difficoltà, quindi questa dimensione della relazione è fortemente avvalorata da un contesto pregevole dal punto di vista estetico e quindi segnato dalla cura e dall'attenzione, segnato anche proprio dall'affezione di chi lo abita.

C'è dentro questa dimensione propriamente estetica, qualcosa che va oltre e che riguarda profondamente i comportamenti, quindi noi possiamo dire che riguarda l'etica. Diciamo che una pedagogia del buongusto è una pedagogia della speranza, perché è una pedagogia che si segna con una tonalità emotiva forte, che è la tonalità della gioia, e i bambini hanno bisogno di gioia e noi abbiamo bisogno di gioia, non perché la vita sia facile e non perché si debbano escludere momenti di difficoltà, di sforzo, di ostacolo, ma le difficoltà che sono ineliminabili nella vita, che sono anche ineliminabili nei percorsi di conoscenza, si superano solo se c'è questa energia che si genera da uno sguardo positivo sulla realtà. E questo è il secondo motivo che, scavato, indagato, condiviso, ci ha portato con accanimento a rendere belli i luoghi per i bambini.

C'è un terzo elemento, ugualmente importante, che marca più anche la sinergia tra dimensioni propriamente culturali e dimensioni educative. Noi viviamo in un paese che è segnato dalla bellezza, in un paese che deve essere rispettato e valorizzato nelle proprie risorse, che sono risorse di paesaggi straordinari, che sono tracce della cultura passata, quindi un'educazione estetica è un'educazione alla valorizzazione e al rispetto del patrimonio, è un'educazione che consente a tutti quanti, ai bambini e ai grandi, di appropriarsi in modo adeguato del pregevolissimo patrimonio che ci circonda.

Queste sono le motivazioni che ci rendono convinti rispetto a questa affermazione, legata al fatto che l'educazione deve coltivare il gusto estetico, quindi abbiamo appreso, non è che in questo percorso abbiamo avuto anche degli alleati e abbiamo avuto degli stimoli potentissimi, che sono venuti anche da altri contesti e che qui sono rappresentati.

Avremo anche le opportunità di confrontarsi con realtà a livello internazionale, che hanno veramente fatto di queste idee la loro missione e la loro tensione culturale, quindi siamo com'è già stato detto di fronte a un percorso compiuto, però siamo di fronte anche a un percorso che vuole prima di tutto espandersi, che vuole contaminare, che vuole socializzare, che vuole crescere, siamo di fronte a nuove sfide, anche la realtà della nostra biblioteca è una realtà che localmente non vogliamo trascurare, perché giustamente non è facile sentire parlare delle biblioteche, del loro valore, del valore della qualità dei luoghi che accolgono i libri, quindi è di questa biblioteca che vogliamo parlare, vogliamo parlare del suo futuro e vogliamo parlare delle opportunità che dà complessivamente alla nostra comunità.

Questo era il senso, così brevemente vi ho dato il senso di queste due giornate e dico che tra gli elementi di conforto c'è questa partecipazione così numerosa, che è nata proprio spontanea, sorgiva, c'è stata una risposta immediata, che non ha avuto bisogno di nessuna sollecitazione, anzi ci scusiamo perché qualcuno è rimasto in piedi e qualcuno è rimasto a casa, perché sapevamo bene di quante sedie questo locali disponeva e quando abbiamo immaginato questa iniziativa, pure credendo fortemente nel valore del messaggio, avevamo sottovalutato l'adesione immediata che poteva avere. 

Chiudo ringraziando moltissimo tutti quanti della partecipazione, ovviamente in modo particolare tutti i relatori, anche quelli che sono venuti da molto lontano per testimoniare l'importanza di queste riflessioni.

Però io chiudo facendo come commento, anche molto leggero, di queste mie parole un video, che testimonia attraverso le parole dei bambini come sia possibile mettere insieme le belle figure, i luoghi esteticamente curati, come i libri generino buone relazioni, come dalle buone relazioni si generino elementi anche di conforto e di grande disponibilità da parte dei bambini nella volontà di fare espandere le loro potenzialità. Sono le immagini che vengono dalla biblioteca di una nostra scuola dell'infanzia, oggi sono protagoniste in qualche modo le biblioteche, ma questo messaggio potrebbe applicarsi a tanti altri ambiti della vita sociale, della realtà della Città come diceva il Sindaco. Grazie, passiamo a vedere questo video.

 Viene proiettato il video.  

 

ROSANNA MORONI  

Dopo la relazione appassionata e appassionante di Anna Lia e la visione di quando video, che mi pare emblematico di una filosofia, di una visione, che mi è parso perfino toccante - guardavo i vostri volti -, passiamo a un altro dei nostri autorevoli relatori, un'amica storica è Lella Gandini, che ha rapporti con il Comune di Pistoia e con i nostri servizi educatici da poco più di 30 anni, ha un dottorato in pedagogia dell'Università del Massachusetts, dove ha insegnato diversi anni, cura la formazione professionale delle insegnanti della prima infanzia negli Stati Uniti, ha un incarico di collaborazione e una relazione consolidata con Reggio Children e all'attivo numerose pubblicazioni di pedagogia... 

 Come immaginavo Lella Gandini non ha bisogno di ulteriori presentazioni, quindi non vale la pena che mi perda parole. Sono ben lieta di passare a lei la parola.

 

LELLA GANDINI

Rosanna è gentilissima, veramente io ero un po' lenta a venire perché ero ancora emozionata dal video che abbiamo visto insieme. Mi alzo in piedi perché ho l'impressione di non vedervi. Devo fare due cose molto difficili: pensare alle immagini, schiacciare un bottone e vedere di non fare dei pasticci! 

La mia proposta è un po' ambiziosa: passare dalla proposta di entrare nelle immagini a leggere gli spazi dei bambini, in effetti vedrete moltissimi collegamenti con quello che Anna Lia ha presentato, perché abbiamo pensato insieme un po' di questi aspetti, ma a me il privilegio di portarvi dentro le immagini di alcuni illustratori, famosi disegnatori degli anni 70. Molti di voi vedo dai vostri bei visi siete troppo giovani per ricordare quegli anni, ma in quegli anni questi disegnatori, e qui vediamo un bellissimo libro di Iela Mari "Il palloncino rosso", che tra l'altro ha segnato la mia prima venuta a Pistoia perché c'era una mostra di questi bellissimi libri e io sono stata invitata, qui stiamo parlando del 1977 e da allora sono sempre tornata, quindi sono qua anche oggi per farvi entrare nelle immagini.

Perché entrare nelle immagini? Perché le immagini di questi disegnatori in quell'epoca hanno veramente aperto ai nostri occhi un altro modo di vedere lo spazio, lo spazio della pagina e vedrete poi anche da quello che Rosemary Agoglia ci presenterà, il potere dello spazio di una pagina e come lo spazio di una pagina può diventare significativo, invitante, metterci in un senso di equilibrio, darci piacere e in un certo senso creare un senso di relazione per noi. Io passo attraverso queste immagini, naturalmente (sic) è stato molto importante anche in questo, in questo caso questa immagine ci dà un senso di allegria, allora noi entriamo veramente in relazione con le immagini.

La mia ambizione è stata di includere anche un libro che avevamo preparato insieme con Carlo De Simone e Laura Mancini, ci chiamavano "Collettivo 3" e questo segnava la nostra situazione degli anni 70. Il signor Valdemaro era un signore che andava in giro per la città, forse una città come Pistoia ma un po' più moderna, per cercare delle storie da raccogliere per i bambini. Passiamo dalle immagini delle pagine e invitavi a leggere gli spazi per i bambini, gli spazi per l'infanzia, che sono qua a Pistoia come avete visto da questo fantastico video, gli spazi diventano veramente molto importanti per la relazione, per la conoscenza.

Io sto rubando delle immagini della città di Pistoia per parlarvi di cosa si può trovare, per cercare di invitarvi a leggere queste immagini e in particolare passando al nido: questo nido ha uno spazio che è intitolato alla poetica dei luoghi e con le voci dei bambini noi riusciamo a prepararci a entrare, a vedere i bambini, è il luogo dove guardo, tocco, osservo, sperimento, conosco e gioco, dove mi muovo, cammino, corro, esploro il mio spazio. Questo continua a essere descritto, ma noi vogliamo guardare adesso a dei bambini che non sono i bambini di quel nido, sono i bambini di un posto molto lontano, che poi vi dirò, per vedere come si può guardare i bambini e leggere quello che i bambini possono provare nello spazio.

Questi bambini hanno 4 o 5 mesi, non stanno ancora seduti, si sono incontrati e quindi lo spazio, gli oggetti che gli adulti hanno saputo mettere per loro cominciano a creare una relazione, ma perché possiamo vedere questo? Perché cominciamo a leggere quello che lo spazio ci può dare, poi veniamo a Pistoia, eravamo prima in Oklaoma e guardate quello che questi bimbi ci presentano: le relazioni dello spazio. In effetti a Pistoia si può parlare di uno spazio come riflesso di una cultura dell'infanzia, che è stata costruita per il benessere e l'armonia dei bambini, ma ricordiamoci che vicino a questi bambini ci sono tanti adulti che hanno contribuito a creare questo e che sono parte e godono anche di questo benessere, quindi essere vicini ai bambini a costruire per loro è una fonte di grande forza e benessere.

Perché è stato possibile qui creare queste giornate e costruire queste scuole? Perché c'è stata una risposta molto positiva di motivazione, come diceva Anna Lia, un'emozione molto forte nel rispondere alle iniziative prese dall'alto. Spazi luminosi per i bambini e per gli adulti, questa è un'area bambini che si dedica a bambini e genitori e anche a nonni, con degli spazi pensati in tanti tanti dettagli e tra l'altro è interessante per me vederli fissati in una fotografia, perché ieri sera li abbiamo visti già trasformati, ogni volta che si viene questi spazi cambiano, crescono e si alternano con la partecipazione dei bambini e degli insegnanti. Una biblioteca che è una biblioteca che richiede di salire su uno sgabello per raggiungere un libro per questo bambino.

Cosa leggete qui tra questi bambini? Lo stupore, il piacere, l'emozione di trovare delle immagini che parlano. Ci sono altri modi di leggere e di comunicare, per esempio la luce che si può utilizzare con delle tavole luminose, può diventare una fonte di scoperte, ma anche di relazioni profonde tra bambini e con i genitori e anche con gli adulti che rendono possibile queste esperienze.

Qui mi piace l'idea di citare Loris Malaguzzi, che penso molti di voi conosciate, comunque si può considerare un po' il filosofo di quello che è successo nella prima infanzia in Italia e anche naturalmente delle scuole di Reggio Emilia. Pensiamo alla scuola come a un organismo vivente, a un luogo di convivenza, di scambi, dove si pensa, si discute, si lavora, mettendo insieme quello che si sa e che non si sa, in una rete di interazioni cooperative, che producono per gli adulti e soprattutto per i bambini un sentimento di  appartenenza, un mondo vivo, accogliente e non fittizio. Pensiamo allora ai luoghi che offrono, ma anche che documentano - perché possiamo discutere di queste immagini e leggerle insieme? Perché sono state documentate dalle insegnanti che erano presenti - il piacere e l'estetica degli apprendimenti condivisi. 

Per quanto riguarda l'estetica, per raggiungere soltanto un dettaglio a quello che Anna Lia ha detto, c'è uno scrittore americano che si chiama Gregory Bateson, che dice che l'estetica in effetti è in sostanza la connessione di due punti, la connessione tra due punti di vista, tra due esperienze, perché deve essere sempre un piacere condiviso. Mi piace questa idea, non è detto che sia l'unica, ma perché no?

Piacere condiviso di imparare, qua vediamo dei bambini che stanno esplorando, ancora l'uso della luce e Anna Lia diceva "troppe immagini sulla luce", ma a me piace tantissimo e quindi qui vedete l'interpretazione della Gandini. Guardate queste bambine insieme che scoprono, altri materiali, altre costruzioni fatte insieme. E questa bellissima esperienza con la natura, nell'area verde, che veramente danno la possibilità ai bambini di costruire e anche di imparare tante cose che sono scientifiche, natura e scienza insieme. I genitori contribuiscono, tanti petali di tutti i colori che diventano veramente dei materiali per potere dipingere.

Un altro aspetto della luce sono le ombre, questa è una storia che mi piace molto, che ha avuto luogo all'asilo nido Il Faro: i bambini una mattina sono entrati e dalle finestre hanno visto la luce in un modo nuovo, un piacere condiviso, un modo di vedere lo spazio e per i bambini stessi di leggerlo in un modo nuovo. Qui c'è la striscia della funivia che va su, su fino in cima e l'altro bambino dice "mi sembra che viene a scivolo", quindi dalla luce della finestra si passa a scoprire la luce e le ombre che si formano nella stanza, ma la luce dalla finestra può avere tanti colori e non è casuale, le insegnanti hanno preparato quello spazio in modo che la luce potesse essere una luce colorata. Ma anche con i genitori fuori i bambini improvvisamente scoprono l'ombra, "ma si vede solo l'ombra del papà, dov'è Giulio?" "eccola l'ombra".

Giocare con le ombre è un gioco antico, è un apprendimento antico, che può essere una ricerca scientifica, può essere un modo di esplorare la matematica, può essere un modo di esplorare il teatro, quindi è molto economico come mezzo per imparare.  

Prima di passare a altri posti del mondo, di cui vi do solamente due esempi, voglio dirvi perché, cos'è che mi ha spinto a volere mostrare qualcosa di un altro paese. È una riflessione che ho trovato da parte degli educatori di Pistoia, questo è quello che hanno detto: "lo sforzo che abbiamo compiuto, in questi lunghi e affascinanti anni di lavoro, è stato quello di rendere i servizi educativi spazi che parlano del buon vivere e del vivere gentile di una comunità, fatta di bambini, adulti, insegnanti e genitori", ma hanno aggiunto anche qualcos'altro che voglio condividere con voi e che mi ha spinto veramente. 

Hanno aggiunto "ma all'interno delle singole realtà, per mettere in pratica questi obiettivi che sono stati così importanti per noi, sono necessari progetti ben mirati, che possono avere anche dimensioni piccole, contenute, rapportate alle risorse umane e finanziarie di quel particolare contesto". Le persone di Pistoia si rendono ben conto, anche quando vengono a trovarci negli Stati Uniti, che quello che succede a Pistoia non è facile, è stato lo sforzo di 30 anni di tante persone. Come si può dare ai bambini la possibilità di vivere in spazi significativi? Si può, purché si proceda con una continuità e coerenza, la politica dei piccoli passi paga, soprattutto se condivisa dalle scuole e dalle famiglie, cioè da tutti coloro che accompagnato continuamente e quotidianamente la crescita dei bambini. 

Allora vi faccio vedere i bambini di 4 anni in una scuola elementare di Boston, dove le persone che si occupano dell'aggiornamento e della formazione delle insegnanti sono state in Italia e in particolare anche a Pistoia, quindi diciamo estendono queste idee... (intervento fuori microfono) grazie Rosanna, è importante spiegare che in varie città degli Stati Uniti, per venire incontro alla grande richiesta da parte dei genitori di posti per i bambini di 4, 3, 5 anni, hanno creato degli spazi per i bambini più piccoli. Non è una cosa semplice, perché non ci sono insegnanti preparate abbastanza, quindi qualche volta è necessario lavorare molto con le insegnanti, prima di potere avere questa possibilità. 

In questo caso questa è una scuola elementare molto grande, i bambini sono fino alla quinta, saranno 150 bambini e c'è questa piccola classe di bambini di 4 anni. Quando siamo arrivati c'era questo genitore che accompagnava la bambina e i bambini avevano scritto sulla porta i nostri nomi di visitatori per darci il benvenuto. Questo è lo spazio dove sono questi bambini, sono 15 bambini e la prima cosa che mi ha colpito è l'uso del colore, anzi sono stata leggermente messa a disagio dall'uso del colore, però stando quella mattina tutta la mattina con loro mi sono resa conto come ci sia una tendenza a reagire in un modo troppo immediato a quello che si vede, ma quello che è importante di capire chi è in quello spazio, come vivono, quali sono gli spazi, perché. 

E così ho sentito una storia di una bambina, che è quella con la camicetta bianca, che aveva avuto delle grandi difficoltà e quella mattina era ritornata, dopo 4 o 5 giorni di assenza, quindi ho cominciato a seguire l'insegnante e guardare, osservare, lei mi aveva dato il permesso di fotografare questo rapporto. Allora l'insegnante decide di offrire alla bambina qualche cosa che ogni giorno uno dei bambini della classe fa, di essere il fotografo della classe e quindi la prende per mano, la accompagna al cartello che indica quali sono le regole per essere fotografo per il giorno: solo una persona può essere il fotografo, deve tenere in mano la macchina fotografica con cura e deve divertirsi e essere più creativo possibile. Qui vediamo la bambina che fa le fotografie, mentre i bambini sono tutti insieme. 

Da un altro angolo della stanza c'era un gruppetto di bambini che faceva un disegno dal vero e copiavano un nido che avevano trovato in una passeggiata, qui c'è l'insegnante che facilita la situazione, i bambini che usano la lente di ingrandimento e tutti insieme poi disegnano.  

Avete visto una situazione molto diversa, uno spazio molto diverso, ma cosa succede in termini di relazioni? Abbiamo visto delle relazioni molto forti, molto attente, certo io vi do solamente un piccolo frammento, non è tanto giusto ma vi offro anche un po' la mia interpretazione. L'altra situazione è una scuola dove i bambini di 5 anni sono, è ancora una scuola elementare a Chicago che ha quasi 300 bambini e vorrei che voi guardaste e un po' cerchiate di leggere quella che è l'attenzione alla cultura del singolo bambino e del gruppo. La scuola è molto grande, nuova, in quel giorno pioveva come vedete e questi erano i bambini di 5 anni che stavano facendo un incontro con l'insegnante. 

Guardate quello che c'è in classe: in un'altra classe, dove sono andata, c'erano i bambini di 4 anni e quello che ho notato era quante fotografie c'erano dei bambini. Questi bambini sono in gran parte bambini o afroamericani o di origine messicana, perché la zona dove questa scuola è ha questo tipo di popolazione, e anche bambini bianchi naturalmente. Guardate lo spazio com'è ben suddiviso, quante cose ci sono per questi bambini e anche c'era quel giorno nella classe dei 4 anni un insegnante che doveva essere un po' incaricato di sperimentare con dei materiali d'arte, oppure tipo atelier e queste sono cose che i bambini avevano fatto in precedenza.

Qui i bambini sono occupati a lavorare, ma mentre i bambini stanno lavorando così vicini all'insegnante ho notato quello che forse state notando anche voi: in fondo alla stanza c'erano dei bambini che erano seduti su una tavola e avevano una scatola con il ripiano luminoso. Erano completamente autonomi, cioè il rapporto del gruppetto con l'insegnante era molto diverso dal rapporto di questi due tra di loro e anche di bambini in altre zone della stanza. La grande attenzione che c'era era di fotografie di bambini, i loro nomi scritti da loro, iniziavano a scrivere loro e qualche cosa sulla loro esperienza a casa, per esempio Jennifer dice "mio papà e mamma mi chiamano Erendina, è un sopranome". 

Un'altra cosa che era interessante era che per ogni bambino presente c'era un grande cartello che parlava delle sue origini culturali, in particolare vi faccio vedere questo di un bambino che viene dal Guatemala, dove ci sono piccoli giocattoli, poi qualcosa scritto dal bambino, ma anche una ricetta che la mamma offre. E poi in un'altra parte della stessa scuola ci sono alcune poesie che vedete "?un coche en la noche?", i bambini giocano con le parole, "?erraton è nel corasson?" "?el gatto nel platto", quindi la loro abilità di lettura e di scrittura viene curata rispettando tutte e due le lingue e questa mente un'intervista con una mamma e c'era per ogni bambino, che dice "Alfonso, vorrei che impari moltissimo, tante cose quest'anno, per esempio a cantare, disegnare, condividere con i suoi compagni, tenere le sue cose in ordine, fare tutto il suo lavoro per i compiti e che lo faccia ogni giorno".

Adesso torniamo a Pistoia, vi ho portato lontano e abbiamo visto come Anna Lia ha parlato di questa costruzione così attenta. Quello che è importante non dimenticare è anche che cos'è la Città, la bellezza della Città di cui Anna Lia ha parlato, che è un aspetto dell'estetica che così forte, così positivo che veramente contagia tutti quanti e di fatti quello che vediamo sono i bambini che diventano parte della Città, non solo la vedono e la visitano, ma la disegnano e questa è una cosa che mi ha sempre colpito moltissimo: l'abilità dei bambini di osservare e di rendere lo spazio della loro Città, ce lo fanno leggere, ci fanno leggere lo spazio, lo spazio artistico, le bellezze e la loro gioia di essere lì, quindi spero che la prossima persona che parla con voi vi parlerà di un museo negli Stati Uniti che in un certo senso cerca di creare lo stesso tipo di comunità che pensa insieme e apprezza il bello, come Pistoia fa a Pistoia.

 

APPLAUSI 

 

ROSANNA MORONI  

Cedo subito la parola a Rosemary Agoglia, il museo naturalmente è il Museo Eric Carle. 

 

ROSEMARY AGOGLIA  

"Vorrei dirvi quanto sono felice di essere nuovamente a Pistoia, un posto che ha una tale grande importanza per l'estetica dei bambini e naturalmente un posto per istruzione e per amicizia per me. La collaborazione tra il Museo Eric Carle e i servizi per l'infanzia di Pistoia è iniziata nel 2004, grazie a molto lavoro da parte di Lella Gandini.  

Vi descrivo veramente il Museo Eric Carle e naturalmente quello che valorizza, come pure valorizza Pistoia, è la bellezza del luogo. Vi faccio vedere qualcosa di questo Museo. Il Museo fu concepito e costruito dall'autore Eric Carle, che come le persone che hanno parlato oggi condivide il pensiero sulla bellezza dei luoghi. Uno degli obiettivi è di creare un ponte tra l'imparare non solo a parlare, ma l'imparare anche a vedere e naturalmente vuole dare l'opportunità a tutte le persone che vanno al Museo di collegarsi in qualche modo all'arte e di entrare nelle immagini.  

Il Bruco ha festeggiato i suoi 40 anni e Carle invece ha festeggiato invece i suoi 80 anni. È un posto dove persone vengono a trovare i vecchi amici e fare nuovi amici.

C'è un auditorium dove i bambini possono vedere degli spettacoli e hanno l'opportunità di esplorare la loro creatività nello studio, che si tratti di parlare di quello che hanno visto oppure ascoltare un racconto in biblioteca oppure sperimentare l'uso di diversi materiali. Si tratta tutto di imparare a guardare e guardare e imparare, quindi oggi vi vorrei parlare come impariamo a guardare.

Cosa succede a una persona quando la mettete davanti a un'immagine? Potrebbe essere un dipinto in un museo oppure una bella illustrazione su un libro, naturalmente è difficile per noi cercare di dare un significato a quello che vediamo, è l'intelligenza del vedere come viene citato e quindi naturalmente uno degli obiettivi del museo è di cercare di ampliare questa intelligenza del vedere.

?Cris Rasca? ha parlato di quanto tempo è devoluto nelle scuole, quanto tempo si impiega, quanto tempo è dedicato a imparare a parlare, ma è altrettanto importante insegnare la grammatica dell'occhio e cioè imparare a guardare. Naturalmente la grande domanda è come si fa e un modo per cominciare naturalmente è condividere i libri con i bambini, visitare musei.

Di solito quando si va a visitare un museo si fa parte di un gruppo guidato, quindi in questo disegno si vede un bambino più grande che accompagna dei bambini più piccoli nel museo e dice "io so più di voi, quindi vi faccio vedere", ma non è così che si fa al Museo Eric Carle. Chiediamo alle persone di parlare delle illustrazioni, in questo disegno invece c'è un gruppo di bambini che guardano il disegno e dice "sembra che sia tipo un picnic dove si mangia fuori"! 

Naturalmente quello che noi usiamo è una strategia che si chiama "la strategia del vedere le cose", naturalmente la persona che guarda è una persona competente, che è in grado di spiegare le proprie competenze e naturalmente dà anche importanza al gruppo e il ruolo dell'adulto è quello di essere un facilitatore e un ascoltatore. Quindi potete vedere la grande connessione che c'è con gli educatori di Pistoia, perché è in questo modo che loro lavorano. 

Allora cosa può succedere quando guardate una foto? Le persone molto spesso creano una storia davanti a questa foto, possono fare dei commenti sull'arte che è stata usata, dei commenti sulla luce, sul colore, sui motivi, si possono relazionare al loro passato, oppure avere una reazione emotiva. E quindi ci sono molti modi di vedere un disegno e un'illustrazione. 

?Molly Bang? è un'artista, è un'illustratrice, ma non capiva come mai funzionava il suo apprezzamento dei disegni, perché le piacevano alcuni disegni e perché non le piacevano altri disegni e quindi lei voleva imparare la grammatica del vedere. I modi a cui lei ha pensato erano quelli di andare a visitare dei musei, di leggere dei libri, oppure di fare dei corsi, però ci ha ripensato e ha deciso che non era il modo migliore.

Forse il modo migliore era quello di insegnarlo e ha usato la terza elementare classe di sua figlia. La lezione che lei voleva insegnare era quella di creare un disegno pauroso, intendeva usare Cappuccetto Rosso, perché sapeva che tutti conoscevano questa storia, doveva essere una cosa molto semplice e quindi disse ai bambini che potevano usare solo 3 colori e il bianco e che avrebbero dovuto cercare di essere alquanto astratti, ma non era quello che volevano fare loro ha scoperto!

Allora è andata a casa e ha fatto un po' di pratica, l'ha studiato un po' e ha cominciato a pensare che forse c'erano dei principi che andavano seguiti: iniziò a insegnarli a studenti più grandi e scrisse questo libro. Quindi vorrei guardare con voi insieme questi principi. 

Quando noi guardiamo qualcosa, ci creiamo un contesto: se questo fosse l'oceano, potrebbe essere una vela, potrebbe essere la pinna di un pescecane o una boa. Lei decise che questo rappresentava Cappuccetto Rosso, allora si chiese come si sentiva davanti a questo triangolo rosso: è un colore forte, quindi deve essere una persona attiva, deve essere qualcuno con stabilità, perché ha una base larga e è rosso proprio come il cappuccio di Cappuccetto Rosso.  

Se questo è Cappuccetto Rosso, la mamma come dovrebbe essere rappresentata? Alcune mamme sono più grandi dei loro bambini, quindi un grande triangolo rosso: così non va bene però, perché il personaggio più importante è Cappuccetto Rosso e quindi se la mamma è più grande, diventa poi la mamma il personaggio più grande. E poi con tutte queste punte, non è che si possa abbracciare molto, facciamola un po' più soffice, però porta ancora via il palcoscenico perché è grande e rossa, allora cambiamo il colore. La mamma è diventata un colore più pallido e meno importante e la connessione tra i due è il fatto che il viola viene formato anche con il rosso: questo creava la connessione tra i due.  

Ricordate che si possono usare solo tre colori, quindi c'è ancora un colore che si può usare per l'elemento pauroso della storia. Conoscete la storia, sapete che la cosa importante è il cestino che porta alla nonna e il nero è il cestino. Ecco i tre colori, lo sfondo bianco.

La storia avviene nella foresta e Molly ha sperimentato molti modi di rappresentare questa foresta. Ha iniziato con i triangoli, ma non era la cosa giusta perché sembravano tanti "cappuccetti rossi" che erano però neri, quindi li ha messi uno sopra l'altro, ma ancora troppi triangoli! Ha provato con i rettangoli "mi dà l'impressione di essere in una foresta, perché non posso vedere la cima degli alberi", quindi aggiunse Cappuccetto Rosso alla foresta e sembrava che ci fosse nella foresta perché l'ha messa dietro uno degli alberi, però non fa abbastanza paura.

Cosa si potrebbe fare solo al triangolo? Farlo più piccolo, questo lo rende più pauroso, perché quando le cose sono più piccole si sentono più vulnerabili, c'è più difficile superare il pericolo, perché naturalmente i predatori sembrano molto grandi e quindi l'ha fatta ancora più piccola.

È ora di aggiungere il lupo. Ha giocato un po' con il posto dove mettere Cappuccetto Rosso per farlo ancora un po' più pauroso, però spostando Cappuccetto Rosso più indietro nel bosco, più dentro il bosco, si è sentita che aveva perso un po' della connessione con Cappuccetto Rosso, allora ha deciso di piegare alcuni degli alberi e piegando gli alberi ha creato un po' più di paura, perché sembra che Cappuccetto Rosso sia intrappolata tra gli alberi. In questo modo non c'è moto di scappare, se avesse angolato gli alberi nell'altra direzione ci sarebbe stata una via di fuga. E quindi l'altra scoperta è che le linee diagonali creano tensione nella foto, nel disegno. 

Pensando al lupo, pensiamo alla forma e alla misura. Tre triangoli hanno creato il lupo: è pauroso, è appuntito, è grande e è piegato nella direzione di Cappuccetto Rosso. L'ha fatto un po' più piccolo per vedere, l'ha fatto un po' più rotondo e ha provato un altro colore, ma quel colore non andava bene perché veniva identificato subito con la mamma. È tornata al nero.

Cosa si può fare per rendere il lupo ancora più pauroso? Cosa si può aggiungere a questo lupo? Denti, nuovamente dei piccoli triangoli, per farlo sembrare un po' più lupo un occhio e ha sperimentato un po' con il colore dell'occhio: così va bene, perché avendo l'occhio dello stesso colore sembra proprio che stia guardando Cappuccetto Rosso. Un'altra scoperta è che quando noi guardiamo un'immagine, creiamo una relazione tra le cose che hanno lo stesso colore.

Ha provato una forma diversa per l'occhio, ma lo fa sembrare un po' stupido, così non va bene. Il disegno in questo modo perde un po' tutto il suo significato, perché sembra che i due triangoli rossi vogliano venire fuori dal disegno e quindi è tornato all'occhio di prima. 

Facciamo questo lupo ancora più pauroso, una grande lingua rossa e l'associazione di colore vi fa pensare che Cappuccetto Rosso è già nella bocca del lupo e evidenzia il lupo mettendo invece in seconda posizione gli alberi. Ricordate che si parlava di tre colori, però qui ce ne sono solo due, allora si cambia uno dei colori. E come mai questo viola rende il disegno ancora più pauroso? Perché quando non possiamo vedere bene, abbiamo più paura, ci sentiamo più sicuri alla luce del giorno. Però possiamo ancora usare il bianco e quindi dobbiamo, possiamo mettere questo bianco? Ecco i denti che diventano bianchi.

Quindi lei ha scoperto che mentre guardiamo un disegno attraversiamo delle emozioni e naturalmente sono emozioni che sono collegate alle nostre esperienze, quindi in questo modo lei ha messo in pratica questi 10 principi e sono nella vostra cartella in italiano. Lei ora vi farà vedere i lavori di alcuni artisti americani e come hanno lavorato con questi 10 principi. 

Questi due disegni ci fanno sentire molto calmi, questo è il primo principio e quindi queste forme piatte ci danno un senso di stabilità e calma. Queste sono linee verticali esagerate, questo ci dà un senso di libertà e di volo, quindi le forme verticali sono più emozionanti e sono più attive, perché sono contro la gravità della terra e quindi ci danno un'indicazione di energia e di raggiungimento dell'alto o del cielo, quindi nella prima qualcuno che non sembra affatto calmo e nella seconda che non sembra affatto sicuro, quindi le forme in diagonale sono più dinamiche, perché implicano emozione e tensione.

Guardando questa immagine, vi rendete conto che è divisa in tre parti, la parte superiore, la parte inferiore e la parte centrale, quindi se date un significato vedete che gli oggetti posizionati in alto appaiono oggetti più liberi e dinamici. Trovarsi nella parte bassa di un disegno dà anche un senso di vulnerabilità, quindi ci rende più vulnerabili: guardate il gatto che guarda il topo, però la posizione del topo gli dà una via di fuga. Naturalmente il posto più importante è al centro della pagina e naturalmente i bordi delle pagine sono i bordi del libro delle immagini.

Riconoscete che i colori più scuri sono quelli più minacciosi e meno sicuri, però se guardate anche la posizione di queste figure vi rendete conto che alcune posizioni vi danno un po' di conforto e nella figura a destra vedete che la posizione rotonda non è così minacciosa come nella figura sinistra. I disegni che ci fanno più paura sono quelli che hanno più angoli e più punte, mentre quelli invece arrotondati ci fanno meno paura.

La misura naturalmente è importante. In questo disegno lei urlava a sua mamma e gli diceva che la odiava e la sua bocca è così grande in questo disegno perché la cosa più importante è quello che diceva. Associamo i colori, gli stessi colori in un disegno e dà all'occhio una cartina per seguire il disegno e il contrasto ci aiuta naturalmente a notare, a vedere, come questo cane bianco su uno spazio nero.

Spera di avere dato degli spunti per potere lavorare insieme ai vostri studenti, avete questi principi ai quali fare riferimento per aiutarli a parlare di quello che vedono. Vi fa anche molti auguri per la nuova biblioteca, che spera sia un luogo dove possiamo lavorare tanto. Ci sono molti molti modi in cui questi principi possono incoraggiare lo sviluppo del linguaggio e la creatività."  

 

ROSANNA MORONI  

Ringrazio Rosemary, molto interessante e istruttivo. Per l'ultimo intervento, prima del racconto, la parola a Lucia Scuderi che è al mio fianco, catanese, scrittrice di libri per bambini, illustratrice, ha vinto anche un premio qualche anno fa, il premio Andersen. Si occupa attivamente di diffusione di libri per bambini.

 

LUCIA SCUDERI  

Sono emozionatissima di parlare questa sera, dopo questi due grandi personaggi, con esperienze che sono quelle a cui io ho guardato, sono quelle che hanno scritto le cose che io ho letto quando ho cominciato a occuparmi di libri per bambini e illustrazione, una viene dal mondo dello spazio children dell'Emilia Romagna, un mito per chiunque si è occupato di bambini, di libri, di educazione all'immagine, una che cita Malaguzzi come un amico oppure dei miti che loro hanno potuto toccare, l'altra viene dal Museo di Eric Carle.

Con me scendiamo molto più al sud, io vengo da Catania, dalla Sicilia, da esperienze di libri, di biblioteche diverse, ma con sogni uguali. Per fare capire un po' come io sono arrivata ai libri per bambini e alle illustrazioni, vi racconto un po' la mia storia, che è la storia anche penso di tanti adulti italiani che oggi si occupano di libri con i bambini. È la storia di chi ha conosciuto i libri illustrati da adulto, cioè la storia di quegli adulti che non hanno avuto questi libri da bambini e questo può essere anche un fatto positivo, può essere anche che questo ce li abbia fatti amare, a dismisura assolutamente per quanto mi riguarda, ma per molti di quelli che si occupano di bambini e che comprano i libri e che fanno le biblioteche delle scuole, sicuramente un amore enorme.

Vi racconto. Molti anni fa nel 91, e oggi lo ricordavamo, cercavo di dare una data nel 90 o 91 forse, andata per la prima volta alla fiera del libro di Bologna, e perché sono andata alla fiera del libro di Bologna? Perché mia cognata era allora una giornalista aspirante scrittrice di libri per bambini, aveva visto degli acquerelli che io facevo per passatempo e mi disse che erano molto adatti a eventuali libri per bambini. La conoscenza che avevo fino a allora dei libri per bambini era legata esclusivamente alla mia esperienza di bambina degli ultimi anni 60 a Catania, molto limitata quindi direi, assolutamente limitata. Non avevo idea di quello che era successo nel frattempo nel mondo dell'editoria.

Quando arrivai a Bologna mi innamorai immediatamente, non solo c'erano libri italiani profondamente diversi da quelli che avevo avuto io  - e parlo dei libri di Babalibri, parlo di Iela Mari, di Mario Lodi, di Leo Lionni, il mondo di Munari, i laboratori di educazione all'immagine di Munari - , quindi non solo questi libri di questo mondo dell'editoria legato ai bambini che è esploso negli anni 70, meravigliosi e molto fertili da questo punto di vista, ma c'erano libri per bambini che venivano da tutto il mondo, libri molto diversi tra loro, che giustamente tradivano le tradizioni del paese dove venivano pubblicati. Dico questo per inciso per riflettere, in era di globalizzazione, sul mondo un po' più piatto e uguale di libri che oggi forse abbiamo, forse un po' di diversità in più ancora oggi la vorrei.

Soprattutto c'era gli albi illustrati, questi meravigliosi libri dalle grandi pagine, con figure enormi, le poetiche e da atmosfera, altre ironiche e comiche in modo irresistibile, o ancora rigorosamente scientifiche nella loro rappresentazione realistica, tutte illustrazioni che vidi sfogliando questi nuovi libri che per me erano nuovi. Mi sentivo come Pinocchio nel paese dei Balocchi e mi dicevo stupita "allora esiste un mondo così!", io che facevo parte di un'ampia schiera ho scoperto dopo di quelle che si soffermava e sapeva a memoria tutte le illustrazioni delle enciclopedie o dei libri di testo della scuola elementare. Rimasi molto colpita dall'originalità delle illustrazioni, non avevo mai visto una tale varietà di stili, una tale varietà di interpretazioni della realtà, per non parlare delle tecniche. Le tecniche nel mondo dell'illustrazione erano usate in modo assolutamente fuori dai canoni accademici, mi sembrò proprio una fucina di idee. 

Il mondo dell'editoria per bambini mi sembrò un motore di energie nuove e rivoluzionarie, assolutamente per caso ero in grado di capire o di leggere l'inglese o il francese e cominciai il mio viaggio anche nei testi. Il risultato fu strabiliante, non tutti naturalmente, ma c'erano testi che riuscivano in poche pagine a toccare l'anima, a stupire, a farti fare domande, testi in qualche modo filosofici o poetici, senza essere retorici, ma al contrario leggeri. Fu così che cominciò il mio viaggio nel mondo dei libri per bambini, con un amore adulto, con un bisogno adulto di giocare con le figure.

Quella rivelazione della prima fiera del libro di Bologna continua ogni volta che trovo un libro per bambini che mi piace veramente, certo adesso succede più raramente, il mio palato si è fatto più esigente e forse i libri meno originali, ma quando succede è magia pura! Altre volte ho fatto questo paragone con i libri, che secondo me calza bene: è come quando ascolti nel momento giusto un brano di musica che ti piace, ti rapisce, ti fa capire, ti dà energia, ti fa sognare, è nutrimento dell'anima. Questo mi piace pensare che siano i bei libri illustrati per bambini: nutrimento dell'anima.

Il libro illustrato per bambini è un oggetto molto particolare, ha delle sue regole che vanno rispettate perché funzioni, perché il libro è un oggetto d'uso. Ogni autore illustratore vi darà la sua versione di queste regole, perché ogni artista individua delle priorità diverse e ancora non è detto che queste priorità rimangano sempre le stesse, o che siano le stesse per tutti i suoi libri. Per me da lettore, nonostante sia anche illustratrice, è molto importante che ci sia una bella storia.

Se un albo illustrato ha delle bellissime illustrazioni, ma una brutta storia, diventa un oggetto usa e getta, la forza dell'illustrazione deve essere legata a doppio filo con il testo, l'uno deve essere detonatore dell'altro. Io stessa mi sono appassionata a libri dalla bella storia, ma dalle orribili immagini e credetemi per un'illustratrice è difficile, difficilmente mi succede il contrario: se sfogliando un libro delle illustrazioni mi attirano, ma poi leggendo la storia mi delude, oppure non trovo interessante il dialogo tra parola e immagine, allora lo abbandono. In sostanza mai sottovalutare, nell'albo illustrato, l'importanza della parola, a dispetto dello spazio fisico che la parola occupa nella pagina, è di fondamentale importanza. 

Altra storia è invece per i silent book, cioè per quei meravigliosi libri e ne abbiamo pochissimi in Italia dove non ci sono parole, quei libri in cui la storia viene raccontata solamente dalle immagini. Ma qui entriamo in un altro ambito, quello di cui mi interessa parlare con voi adesso è proprio di questo rapporto, di questo intreccio tra parola e immagine. 

L'albo illustrato viene pensato nel grande formato, perché possa essere letto la prima volta almeno insieme a un adulto, questo mi scuseranno le signore americane per loro è normale, per noi no. Le prime volte che ho visto un adulto che guarda un libro con un bambino messo dallo stesso lato è stato nei film americani, da noi è una cosa nuova, noi da bambini non abbiamo mai avuto dei genitori coricati insieme a noi che sfogliavano un albo illustrato. Quindi la prima volta almeno l'albo illustrato viene guardato insieme a un adulto, l'adulto è un veicolo importantissimo, non solo perché decodifica il testo quando il bambino non è in grado, ma per il suo peso affettivo e emotivo nella scoperta del nuovo piccolo universo racchiuso nel libro, per entrare nello spazio del libro di cui hanno parlato altri questa sera.

Condividere un libro è un'occasione preziosa di complicità che non vale la pena di perdere. L'adulto legge il testo, il bambino ascolta e guarda le figure. A che servono le figure? Certo non a tradurre in immagini stereotipate le parole del testo, ma a raccontare quello che le parole non dicono attraverso un altro codice che ben ha spiegato la relatrice prima di me, un codice visivo. Gli strumenti, i portatori di informazioni nelle illustrazioni sono diversi, sono come ha detto i colori, il tipo di segno, la composizione, il verticale, l'orizzontale e il diagonale, non mi ripeto perché sono state appena dette benissimo queste cose.

Non è solo quello che viene raffigurato, ma come. Il linguaggio grafico ha un suo codice, che noi che guardiamo o il bambino percepisce istintivamente, così le forme, i colori hanno una loro storia da raccontare e una storia che viene evocata dalle parole, ma che rimane muta. Quando guardiamo un quadro, al di là del contenuto narrativo - questo per il quadro c'è ben chiaro ma meno per le illustrazioni - sempre che nel quadro ci sia un contenuto narrativo, perché nell'arte contemporanea astratta delle volte il contenuto narrativo non c'è, quindi al di là del contenuto narrativo del soggetto c'è un racconto emotivo che nasce dalla scelta del tipo di segno, dal colore, dalla tecnica. C'è un racconto che nasce dal senso estetico. 

La forza dell'illustrazione è in questa sua capacità di comunicare autonomamente, grazie alle regole del senso estetico, ma intrecciandosi con il testo. È solo nell'albo illustrato che sempre più non è solo per bambini, perché questo dialogo tra questi due codici è troppo interessante, perché rimanga solo per bambini, sempre più anche gli adulti ne stanno scoprendo il potenziale.

Insomma quello che è stato detto più volte: due linguaggi paralleli che si arricchiscono a vicenda, in un gioco di rimandi l'uno all'altro, gioco che il bambino dopo la prima lettura potrà fare autonomamente, con i tempi e i ritmi che più gli piacciono.

Ritmo: ecco un altro elemento per me molto importante. Inutile dire che un testo deve avere un ritmo, un buon ritmo lo sappiamo tutti, ma nell'albo il ritmo del testo deve accordarsi con il girare la pagina, è con quello che l'occhio percepirà prima del significato delle parole. Il vedere viene sempre prima delle parole, il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare, dice John Berger in un saggio che ho letto da poco molto interessante, intitolato "Questione di sguardi: 7 inviti a vedere tra storia dell'arte e quotidianità", ve lo cito perché se vi interessa vale la pena. 

In questo caso il lavoro dello scrittore e dell'illustratore dovrà essere programmato nello svelare con tempi diversi, se non uno dei due risulterà inutile, perché scopriamo già con l'occhio quello che il testo ci dice dopo con il suono. Una parte del mio lavoro, del lavoro di progettazione di albi, ha riguardato proprio le potenzialità dello spazio della pagina e del ritmo non solo nel modo di sfogliare tradizionale il libro, ma in alto, in lungo, in modo perché la regola fondamentale del libro è che deve essere un oggetto sfogliabile, oltre questo possiamo fare tutto, ma possiamo sfogliare in tanti modi, in modo da dilatare questo spazio della pagina a seconda di quello che ci serve nel nostro racconto, a seconda del ritmo di cui abbiamo bisogno.

Parlare del mio lavoro è molto difficile, mi sono mantenuta sul generico, è imbarazzante, diciamo che preferisco che a raccontare la mia esperienza in concreto poi siano i libri piuttosto, per questo non mi piaceva mostrare adesso delle immagini. Ma mi vorrei un po' raccontare: scrivo e illustro storie e per quanto possa sembrare strano è molto più difficile per me illustrare un testo mio che un testo di altri, come mi succede anche, perché per me è molto importante mantenere i due ambiti separati, per non rischiare di sovrapporli, quindi io devo raccontare in due modi la mia stessa storia. 

Ma le mie storie spesso nascono da immagini, ma non perché faccio prima le immagini e poi il testo, ma perché ho prima delle visioni che si palesano, un'immagine che si palesa, che magari butto giù in uno schizzo, ma sulla quale costruisco una storia. 

Scrivo un testo e su questo testo poi progetto il libro vero e proprio, vi vorrei citare delle parole di Maurice Sendak, che dice a questo proposito su questo lavoro di progettare le immagini e il testo di un libro "un patchbook non è solo quello che la maggior parte della gente crede, un libro facile pieno di immagini, per me è una cosa tremendamente difficile da realizzare, molto simile a una forma poetica complessa, che necessita di sintesi e controllo continui, bisogna riuscire a dominare costantemente la situazione per ottenere una apparente semplicità, questa incredibile leggerezza che in realtà nasconde l'imbastitura, come un abito di buona fattura, basta che un solo punto salti all'occhio e hai rovinato tutto. Nel mondo dell'illustrazione non c'è niente di più intrigante."  Questo è il lavoro faticoso che un illustratore e scrittore di albi per bambini fa. Ci riesco, ci provo, non so se ci riesco, spero sempre di riuscirci nel libro che sto per fare. 

Vorrei, prima di concludere, leggervi una storia senza figure, perché è bello - mi piace proprio dirlo in questa situazione in cui si parla tanto di albi illustrati e di figure - che alcune figure che vengono evocate dalle storie restino vaganti nella nostra mente, nella nostra immagine, che non si fissino da nessuna parte.  

"C'era una volta, qualche tempo fa, un bambino che amava il mare. L'inverno passa lento lento, ma Pino continua a nuotare per la casa. "Finirai per romperti l'osso del collo a camminare con quelle stupide pinne per la casa!" gli urla ogni volta sua madre. Non appena arriva la primavera Pino va sulla scogliera a guardare il mare e a sognare e mentre sogna, con gli occhi nell'acqua, qualche schizzo, un movimento, forse un pesce salta. Ogni volta Pino si spinge più in là, più vicino al mare, prende l'abitudine di portare qualcosa da mangiare per i pesci che si vedono attraverso l'acqua.

Ma un giorno, proprio mentre Pino è in cima a uno scoglio, all'improvviso un'onda, un'onda gigantesca lo cattura, forse una nave al largo l'ha provocata o un vento lontano giorni e giorni. Pino viene come risucchiato dal fondo del mare, sviene. Quando si risveglia non vede che occhi, occhi di pesce intorno a sé, qualcuno gli pare di riconoscerlo tra quelli che mangiavano la sua merenda. Si disimpiglia dai coralli e non si sa come dalla sua bocca escono delle bollicine e lui riesce a respirare. È leggero, si muove sott'acqua come se non avesse fatto altro sin dalla nascita. Ecco forse il segreto sta lì: in effetti nella pancia della mamma viviamo nell'acqua.

Un delfino sembra invitarlo a risalire, ma lui non può, non può, non può ancora, non vuole! L'ebbrezza per il nuovo mondo gli dà un'energia speciale, continua a nuotare verso il blu quasi nero, ormai i piccoli pesci d'argento non lo seguono più, una grotta, è buio, nuota, guarda, tocca, ascolta. Qualcosa ci muove, è grande e potrebbe essere uno squalo. "Veloce, forza veloce", è tutto quello che Pino riesce a pensare "veloce, forza veloce" e mentre nuota verso l'acqua azzurra delle corde, una rete: non può più scappare. Ma la rete all'improvviso si chiude e sale veloce. Mentre sale capisce che la sua avventura è finita, Pino vuole andare e vuole restare, il cuore gli batte forte in tutto il corpo, è confuso. L'aria asciutta piace a Pino, le voci dei pescatori sono forti, urlano, ridono, lo toccano.

Da quel giorno molte altre volte Pino si è tuffato e ha provato a respirare, ma mai più si è ripetuto l'incanto. Oggi Pino è un famoso fotografo subacqueo, passa buona parte della sua vita con i pesci, in silenzio si è rassegnato a respirare sott'acqua con delle bombole sulle spalle, ripetendosi che forse quel giorno era solo svenuto." 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie a Lucia. Concludiamo con le parole, il racconto della nostra Marisa Schiano che non vedo, dopo di lei ci diamo appuntamento a domani, ancora qui e ancora alle 9, parleremo di libri, di biblioteche e naturalmente anche di bambini. 

MARISA SCHIANO  

Vi racconterò la storia di una novella popolare, che parla di un drago, e l'ho scelta proprio perché in questo convegno le biblioteche hanno un ruolo molto importante, quindi è dedicato alla nostra biblioteca, alla Biblioteca San Giorgio, che ha nel simbolo il drago trafitto dalla freccia, dalla lancia del cavaliere San Giorgio. 

"C'era una volta un uomo e una donna che erano sposati e vivevano in un bosco. Erano sposati da tanti anni e ormai avevano perso la speranza di potere avere un bambino. Spesso il pescatore se ne andava a pescare in un laghetto che non era molto lontano dalla sua casa e quel giorno era lì da tante ore, ma non aveva pescato niente. Stava già per alzarsi, per raccogliere le sue cose e andarsene via, quando vide qualcosa che aveva abboccato e allora con tutte le sue forze tirò su la canna e dall'acqua uscì un pesce grande così. Il fatto è che era tutto d'oro e il pesce gli parlò con una voce flebile flebile e gli disse "portami a casa, cuocimi e dai da mangiare la testa alla tua cavalla, la coda alla tua cagna, la carne a tua moglie e le lische sotterrale nell'orto".

Il pescatore esterrefatto non sapeva cosa fare, certo era un pesce molto strano quello e lo voleva ributtare nell'acqua, poi però all'improvviso decise di fare come lui aveva detto: tornò a casa, lo cosse e dette da mangiare la testa alla cavalla, la coda alla cagna, la carne a sua moglie e le lische le sotterrò nell'orto. E dopo 9 mesi la cavalla fece un cavallino, la cagna fece un cagnolino, sua moglie fece un bellissimo bambino, un maschio, e nell'orto dove aveva sepolto le lische era spuntata una spada bellissima, lucente. 

Passarono gli anni, il bambino si chiamava Giovanni, il nome del nonno, e Giovanni aveva 20 anni, un giorno decise di partire, di andare in giro per il mondo a vedere che cosa c'era, era stanco di stare lì in quel bosco da solo, solo con suo padre e sua madre. I genitori non volevano lasciarlo partire, ma alla fine lui li convinse e così Giovanni montò a cavallo e il suo cavallo si chiamava Passamontagne, prese con sé il cane che si chiamava Melampo per la velocità con cui correva e si mise al fianco la spada lucente. 

Attraversò tante città, vide tanti paesi, ebbe tante avventure, ma un giorno arrivò in una città molto strana. Le campane suonavano a morto, dalle finestre penzolavano giù dei tappeti neri, tutti piangevano, allora Giovanni si fermò in una osteria e chiese all'oste "mi scusi tanto, ma che città strana che è questa, che è successo qua? Chi è morto?" e l'oste disse "oh cavaliere, lei certo non è di queste parti, perché altrimenti lo saprebbe. Lo vede lassù? Lassù in cima alla collina, lassù c'è la tana del drago dalle 7 teste e lui tutti gli anni, in questo giorno a mezzogiorno, vuole una fanciulla da mangiare e se non gli venisse data lui verrebbe giù e sbranerebbe tutti quelli che trova. Per questo il re tutti gli anni deve tirare a sorte tra le fanciulle del paese e quest'anno è toccato proprio alla principessa, a sua figlia." 

Infatti Giovanni dopo un po' vide un corteo di persone e in cima c'era il re, la regina e la principessa. Ai piedi della collina tutti quanti abbracciarono piangendo la principessa e la lasciarono sola. Lei cominciò a camminare e si avviò verso la tana. Giovanni la seguiva da distante. Arrivata davanti alla tana, la principessa si inginocchiò davanti a una madonnina e si mise a pregare. All'improvviso sentì dei rumori dietro di sé, si voltò "cavaliere, vi prego andate via, perché tra poco arriverà qui il drago e se vi vede mangerà anche voi, vi prego andatevene, salvatevi!", ma Giovanni disse "ascolta non ho mai visto un drago con 7 teste, sono proprio curioso e poi bah voglio vedere se ti posso aiutare" e così Giovanni rimase lì accanto a lei. 

Ecco che l'orologio del campanile della piazza principale della città dette 12 rintocchi e al dodicesimo rintocco la terra tremò come se ci fosse il terremoto e dalla tana venne su un'aria gelida. Eccolo all'improvviso il drago, enorme, con le sue 7 teste, una sopra l'altra e subito fece una grande risata "ahahahahah come mi hanno trattato bene quest'anno, non soltanto una fanciulla ma anche un cavaliere, un cane, un cavallo! Ahahah pancia mia fatti capanna!" e subito spalancò tutte e 7 le bocche e fece per mangiare tutti quanti, ma Giovanni velocissimo sfoderò la spada e zac gli tagliò la testa vicina. La testa cadde in terra, ma il drago la prese e se la rimise, e allora Giovanni nuovamente zac gli ritagliò la testa, questa cadde in terra, il drago la prese e se la rimise.

Allora Giovanni disse "qui bisogna giocare d'astuzia" e così, appena gli ebbe tagliato la testa, prima che questa toccasse terra lui fece "Melampo, portala via" e Melampo veloce come il lampo la portò via e in un secondo era già di ritorno. E allora Giovanni zac la seconda testa, Melampo la prese in volo e la portò via, zac la terza testa, Melampo la prese in volo e la portò via e così una dopo l'altra tutte e 7 le teste furono tagliate e il drago cadde in terra morto. 

La principessa "cavaliere, mi avete salvato la vita, adesso dovete venire da mio padre, perché lui vi darà tutto quello che voi desiderate", "ma io non voglio proprio niente sai, io sono contento di averti salvato e di avere ucciso un bestione del genere. Facciamo un po' di strada insieme", così cominciarono a camminare e Giovanni ad un certo punto fece "Melampo, portami dove hai messo le teste" e Melampo lo portò sulle rive di un ruscello, dove c'erano tutte e 7 le teste. Giovanni aprì le 7 bocche, strappò le lingue, scuci la sua sella e le infilò lì dentro. La principessa non capiva perché lui faceva così, ma era così frastornata che non gli chiese proprio niente.

Così si salutarono, Giovanni se ne andò e lei veniva giù trotterellando per la discesa. E cantava, era proprio felice! Ma passava di lì per caso un carbonaio, vide la principessa e subito pensò "guarda guarda la principessa, o non doveva essere mangiata dal drago? Che cosa ci fa qui?", quindi la fermò e glielo chiese e lei subito "se sapeste che cosa è successo! Un cavaliere coraggioso ha ucciso il drago, gli ha tagliato tutte e 7 le teste!", allora il carbonaio tirò fuori un coltello arrugginito, glielo mise alla gola e fece "adesso tu mi porti da tuo padre e gli dirai che io ho ucciso il drago, altrimenti ti taglio la gola". E la principessa disse sì, poi lui aggiunse "ascoltami un po', se questo cavaliere ha ucciso il drago e gli ha tagliato le teste, dove sono queste teste?" e allora lei, sotto la minaccia del coltello, lo portò sulle rive di quel ruscello dove c'erano tutte e 7 le teste. Lui aprì un sacco, ce le buttò dentro e insieme alla principessa andarono al Palazzo.

Immaginatevi il re e la regina quando videro la loro figlia salva, la abbracciarono e lei subito disse "padre, madre, è stato questo carbonaio che mi ha salvato dal drago e gli ha tagliato tutte e 7 le teste. Il re abbracciò subito il carbonaio e disse "avete salvato mia figlia, io vi do tutto quello che volete! Chiedete, qualunque cosa voi chiediate io ve la darò" e il carbonaio fece "qualunque cosa?" "ma certamente, qualunque cosa!" "allora io voglio sposare vostra figlia". La principessa si sentì svenire all'idea di dovere sposare quell'essere così brutto, sporco, cattivo, ma sapete parola di re è parola di re. Il re aveva promesso e doveva mantenere, così alla fine della settimana si sarebbe celebrato il matrimonio tra il carbonaio e la principessa. 

E alla fine della settimana Giovanni per caso ripassò da quella città: vide fiori alle finestre, le campane che suonavano a festa, tutta la gente per le strade che saltava, ballava, cantava. E lui tornò alla solita osteria e disse all'oste "ma scusate siete proprio buffi in questa città! Sono venuto una settimana fa e tutti piangevano, e adesso che è successo?" "cavaliere, cavaliere! Se sapeste! Un carbonaio coraggioso ha ucciso il drago, gli ha tagliato tutte e 7 le teste e allora per premio oggi sposa la principessa e allora tutta la città è invitata, anzi scusate devo chiudere perché sono invitato anch'io".

Così, siccome non c'era una sala abbastanza grande nel Palazzo da contenere tutti i cittadini, fu apparecchiato nel parco del Palazzo e in questo grande tavolo a forma di ferro di cavallo c'erano a capotavola il re, la regina, la principessa e il carbonaio. Giovanni si mise a spiare tra le piante vicino al cancello e guardò tutti gli invitati che si mettevano seduti e i servitori che cominciarono a versare il brodo nei piatti. Allora lui fece "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo veloce come il lampo andò lì, agguantò una becca della tovaglia e trum tirò giù tutto.

Vi immaginate voi tutti i bicchieri rotti, i piatti rotti, tutta la gente schizzata di brodo, le signore elegantissime schizzinose tutte arrabbiate! Dovettero nuovamente apparecchiare tutto da capo e nuovamente versarono il brodo e nuovamente Giovanni fece "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo andò, agguantò nuovamente una becca della tovaglia e brum tirò giù tutto, tutto rotto nuovamente da capo, un disastro terribile, tutti arrabbiati e nuovamente dovettero riapparecchiare e nuovamente versarono il brodo e nuovamente Giovanni disse "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo fece ancora una volta questa cosa che lui gli aveva ordinato. 

Ma la principessa lo vide mentre correva e allora fece "guardie prendete quel cane, è lui che ha causato questo guaio" e così le guardie arrivarono fino a Giovanni. Lo portarono lì davanti al re e appena la principessa lo vide disse "padre, è stato questo cavaliere che mi ha salvato dal drago, non il carbonaio" e il carbonaio subito "che discorsi sono questi? Sono io che ho ucciso il drago e ne ho anche la prova: portate qua le teste!", portarono il sacco e rovesciarono le teste. E Giovanni le guardò e disse "è vero, quelle sono proprio le teste del drago, ma apritegli un po' la bocca", aprirono tutte e 7 le bocche e le lingue non c'erano. "Se volete le lingue, andate a vedere nella sella del mio cavallo, le ho messe lì".

A quel punto il carbonaio ero scoperto e cercò di scappare, ma il re ordinò che venisse preso e venisse portato nella piazza principale del paese e lì, sopra una catasta di legna e con una camicia di pece, fu bruciato vivo e non fece più del male a nessuno. E invece Giovanni sposò la principessa e diventò principe e quando poi il re morì, lui diventò re e la sua principessa regina e se ne stettero insieme per tanti e tanti anni sapete, molto felici. A questo punto io vi devo dire che la mia novella è finita e se non vi è garbata leccatevi le dita!" 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie, buonasera a tutti e a domani. 

 

 

"BELLE FIGURE"

ESTETICA DELLE IMMAGINI, ESTETICA DEI LUOGHI

PER LA LETTURA E L'EDUCAZIONE

Pistoia, Piccolo Teatro "Mauro Bolognini", 9 ottobre 2009

 

Trascrizione degli interventi

 

ROSANNA MORONI 

Buonasera a tutti e a tutte voi, benvenuti. Siamo in leggero ritardo perché il Sindaco ha avuto un imprevisto, un incontro delicato e importante, quindi tarderà ancora un po'. A questo punto, visto che i nostri tempi erano calibrati con una certa precisione, direi di invertire l'ordine degli interventi e l'ordine dei saluti, perché il Sindaco ci raggiungerà tra poco, e passerei direttamente la parola a Chiara Silla, la nostra gradita ospite, dirigente della Regione Toscana per il settore biblioteche.

 

CHIARA SILLA  

Buonasera a tutti. Come diceva l'Assessore, io sono qui in rappresentanza dell'Assessore Paolo Cocchi, che ha avuto una concomitanza di impegni e non può essere presente, quindi ho il piacere di essere qui tra gli amici pistoiesi a portare il suo saluto. Non vi tedierò particolarmente, perché ho un intervento in programma per domani e quindi nel merito del convegno potrò entrare domani.

Mi limito a fare una brevissima considerazione e cioè che non è un caso che sia l'Amministrazione Comunale di Pistoia a promuovere un seminario su questi temi, un'Amministrazione Comunale che è nota a livello nazionale per la qualità dei servizi educativi, ma che si è anche guadagnata negli ultimi anni livelli di eccellenza a livello nazionale e oltre per la qualità anche della sua biblioteca pubblica, la nuova biblioteca San Giorgio.

Si tratta di un'Amministrazione Comunale quindi che molto investe sia nei servizi educativi sia nei servizi culturali, nello specifico della biblioteca e devo dire non è cosa frequente, considerate anche le difficoltà delle amministrazioni pubbliche, i tagli, le riduzioni dei finanziamenti etc., considerando anche che quando gli amministratori devono investire in questi servizi sanno benissimo che non sempre ripagano in termini di visibilità per quanto ci si investe, perché i servizi in generale, come tutti sappiamo come cittadini, finiscono sui giornali di solito quando non funzionano, allora raggiungono le prime pagine, quando funzionano si dà un po' per scontato.

Nel campo della cultura poi per le biblioteche, giacché di questo parliamo, sappiamo tanto bene che è difficile per una biblioteca, quando fa delle attività o quando funziona bene, guadagnarsi visibilità nel mondo della comunicazione, è molto più facile per uno spettacolo, per le mostre etc.. Quando poi in generale, nel campo della cultura, si lavora nell'ambito dei più piccoli, oltretutto scatta un altro meccanismo che è quello che le cose per i piccoli in fondo contano poco, non contano, ma in fondo parlare ai bambini è come parlare ai grandi, solo che i bambini sono più sciocchi, perché spesso c'è anche questa strana idea.

Per tutti questi motivi è importante invece che ci sia un'iniziativa come questa e è importante anche, e concludo, perché è il frutto della collaborazione proprio di questi due ambiti: servizi educativi, biblioteca e perché le persone, i relatori che interverranno come avete visto appartengono a mondi diversi complementari (l'editoria, i musei, la biblioteca etc.), perché nel campo della lettura, come ci dicono le statistiche, si legge poco, ma si legge poco anche perché la filiera del libro funziona poco. Sono tanti gli attori che devono promuovere il libro e da soli nessuno ce la fa, non ce la fa la famiglia da sola, non ce la fa la scuola da sola, non ce la fanno le biblioteche e via dicendo.

Quindi è importante che ci siano occasioni come queste, perché mettono intorno a uno stesso tavolo i diversi attori che devono operare in campo per raggiungere risultati poi di qualità in termini di civiltà e di innalzamento del livello complessivo della cultura di una collettività come quella locale, ma anche nazionale. Quindi grazie di questa iniziativa e buon lavoro.

 

ROSANNA MORONI  

Ringrazio molto Chiara, condivido le cose che ha detto. Posso assicurare che l'Amministrazione Comunale di Pistoia è molto tenace, determinata e persegue caparbiamente l'obiettivo di continuare a investire risorse umane e economiche, competenze e professionalità sia sul fronte dell'educazione, che sul fronte della biblioteca. La cultura, la lettura, la conoscenza sono fattori fondamentali, strategici di investimento per il futuro e noi crediamo che partire dai bambini e investire sui bambini sia un modo per garantire una società che si possa definire davvero civile.

Passo subito la parola al Presidente dell'Associazione italiana biblioteche Mauro Guerrini, che ringrazio molto per avere accolto il nostro invito. E tengo a dire - scusatemi, ma ogni tanto bisogna anche dare segno del proprio orgoglio e della soddisfazione di alcuni risultati - che proprio in questi giorni la biblioteca San Giorgio ha festeggiato un risultato importante, visto che è stata inaugurata poco più di 2 anni fa, 100 mila prestiti e abbiamo la sfrenata ambizione di raggiungere entro l'anno il numero di 140 mila Euro. Mi pare che in una fase culturale come l'attuale questo sia davvero un segnale di speranza.

 

MAURO GUERRINI  

Porto il saluto dell'Associazione italiana biblioteche nazionale e ringrazio anche la sezione locale, che mi pare sia presieduta da una persona un po' conosciuta qui a Pistoia, Maria Stella Rasetti, l'Aib ha contribuito credo in maniera decisiva all'organizzazione di questo convegno. Se posso porto anche il saluto dell'Università di Firenze, di cui sono un modestissimo professore.

La professione bibliotecaria degli ultimi anni ha maturato una specifica sensibilità sul fronte della qualità degli spazi di fruizione della lettura, dedicando attenzioni specifiche alle soluzioni architettoniche e alle conseguenze che esse possono avere nella fruizione dello spazio e nell'esperienza soggettiva del singolo cittadino. In Toscana si sono registrati cospicui investimenti sul fronte dell'edilizia bibliotecaria, con soluzioni importanti, come l'ha già ricordato la San Giorgio di Pistoia è una biblioteca molto bella e molto funzionale e molto vivace, come dimostra l'incontro di oggi, e in ambito universitario la biblioteca del polo dei centri sociali di Novoli, che secondo me è la più bella biblioteca universitaria d'Italia, ma forse qui sono un po' partigiano.

Vorrei ricordare anche tutte le ristrutturazioni che sono state fatte in tantissimi comuni di tutta la Toscana, che hanno fatto sì che la biblioteca acquisisse nel tempo maggiore importanza nei confronti degli amministratori prima e soprattutto della comunità dei cittadini poi e speriamo sempre.

Ben sappiamo quanto sia complesso il rapporto tra progetto biblioteconomico e progetto architettonico, in un contesto nel quale anche in presenza di un progetto biblioteconomico chiaro, le istanze dei progettisti tendono a prevalere secondo una logica di importanza e priorità non scritta e non formalmente giustificabile, con la conclusione di rendere scarsamente fruibile lo spazio destinato sulla carta al lettore. 

Il congresso IFLA di Milano del 23 e 27 agosto scorso ha ricordato, ancora una volta, la necessità di superare il ritardo che registriamo sul fronte del ruolo del riconoscimento e del peso specifico delle biblioteche in Italia. Il punto di vista del bibliotecario non può che coincidere con quello del lettore nella gestione degli spazi e nell'organizzazione dei servizi, prendendo il suo sguardo come elemento essenziale per misurare l'efficacia delle soluzioni adottate in termini di fruibilità, leggibilità e agio soggettivo. 

Ritorno a qualche considerazione sul tema specifico delle illustrazioni.

Dal punto di vista catalografico, che è il settore di cui un po' mi occupo, la presenza di immagini di qualità può costituire motivo di una nuova manifestazione, secondo un linguaggio di FRBR, un testo teorico importantissimo pubblicato qualche anno fa, la presenza di immagini fa parte integrante del testo: siamo stati nel 2005 a un congresso di Oslo a discutere una mattina intera se le immagini costituivano o non costituivano parte del testo e ci sono esempi clamorosi: nei libri per bambini in particolare le immagini sono il testo, sono parte integrante del testo.

Ma anche in testi più complessi, per esempio la Divina Commedia, le edizioni illustrate da Doré per esempio sono caratterizzanti, non solo edizioni qualsiasi una vale l'altra, ma sono edizioni particolari, o le edizioni del Pinocchio, a seconda dei vari illustratori, l'edizione acquista o non acquista un pregio e una sua connotazione molto precisa anche in base alle illustrazioni e in questo senso le illustrazioni fanno parte integrante del testo, anche se ovviamente nella stragrande maggioranza dei casi sono state elaborate dopo, un po' come avviene - scusate il paragone un po' forte - in un film tra le scene del film, la rappresentazione del film e la colonna sonora. In quel momento un film senza colonna sonora non è più un film, è privo di una parte caratterizzante e addirittura la colonna sonora spesso ricorda il film nelle pubblicità via radio per esempio. 

Le immagini dei libri per bambini, ma non solo per bambini, sono oggi sempre più complesse e di qualità, raccontano storie dentro le storie, non completano il testo e quindi sono parte del testo, esprimono messaggi che vanno oltre il testo scritto in alcuni casi, gli amministratori sono artisti e insieme ricercatori. Roberto Innocenti, come Peter Sis tanto per citarne due, dimostrano quanta ricerca storico - ambientale debbono svolgere prima di illustrare una tavola e giungere alla raffinatezza dei tratti, alla complessità delle prospettive, alla scelta e alle peculiarità dei luoghi e dei soggetti rappresentati. Talora una sola immagine riesce a assumere il paradigma di una storia. 

Nel momento in cui insegnanti, educatori e bibliotecari propongono illustrazioni di qualità, educano al gusto, contribuiscono a sviluppare la creatività personale, a sostenere una comunicazione ricca, a trasformare il lavoro con i libri in una straordinaria occasione di piacere condiviso, un altro aspetto fondamentale del rapporto tra immagini e testo è il gioco di equilibrio e rispetto per le due parti, dal testo all'immagine e dall'immagine al testo, un sapiente equilibrio tra linguaggio letterario e linguaggio iconografico rende un libro un'esperienza emozionante, che arriva al profondo di chi legge o di chi ascolta. 

La funzione dell'immagine nella letteratura d'infanzia pertanto sta mutando radicalmente, l'immagine tende a stimolare ulteriori rappresentazioni mentali da parte dei bambini e del lettore in generale. Nelle sequenze di immagini, presenti in alcuni libri per bambini e ragazzi, c'è addirittura una storia parallela, che arricchisce la riflessione suscitata dalle parole. In altri casi è il testo che si fa immagine, la modalità di presentazione grafica dei testi è infatti profondamente cambiata, dalla grafica di Geromino Stilton, spesso contestata per la sua bassa qualità, ma che piaceva tanto ai bambini, si è passati a testi rappresentati con caratteri differenziati e con forme grafiche a spirale, che fanno diventare la parola cornice dell'immagine.

Sono tecniche grafiche e di costruzione della pagina che influenzano profondamente le modalità di lettura dell'opera, una lettura a strati si potrebbe dire, che permette di leggere e rileggere il libro su più livelli e con più modalità, c'è addirittura chi ipotizza una lettura in questo senso simile a quella che facciamo in Internet con i testi non più in forma sequenziale.

Alla Fiera internazionale del Libro per ragazzi di Bologna del marzo scorso, dedicata a Roberto Innocenti, abbiamo visto una grande varietà di tecniche illustrative provenienti da paesi di tutto il mondo, che dimostra come il mondo dell'illustrazione sia in pieno fermento, un fermento che sembra stia iniziando a contagiare anche i libri destinati al pubblico più adulto. Buon lavoro! 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie al Prof. Guerrini anche degli auguri di buon lavoro, passiamo ora la parola al Sindaco di Pistoia Renzo Berti.

 

RENZO BERTI  

Buonasera, innanzitutto mi scuso per essere arrivato un po' in ritardo, mi scuso con voi e con i relatori, anche perché il mio intervento sarà un intervento un po' improvvisato, forse era meglio svolgerlo all'inizio, ma ero impegnato in una discussione importante che riguarda la fabbrica più importante della città, Ansaldo Breda, quindi mi sono dovuto trattenere arrivando soltanto adesso.

Però sono molto felice di essere qua, anche perché devo dire che è un bello spettacolo. Vedo che alcuni facevano le fotografie, ma forse sarebbe meglio farle da questa parte, perché vedere questa sala così gremita, queste tante persone attente, con questo sguardo concentrato e appassionato, è veramente uno spettacolo prezioso e voglio fare i complimenti all'Assessorato, che come al solito riesce a mettere in piedi iniziative molto importanti. Ringrazio anche i soggetti che hanno contribuito con il loro sostegno a ché questo avvenisse.

Le poche cose che voglio dirvi riguarderanno un po' questo intreccio importante, in pillole, tra le esigenze, le prospettive delle attività educative e la crescita della città, ma sono anche affascinato dal tema specifico di questa iniziativa, ascoltavo ora le parole di Guerrini, questo accostamento tra lo scritto e le immagini ha un fascino che sento personalmente per tante ragioni, anche per una mia passione ormai un po' offuscata, che riguarda il cinema.

Ricordo per esempio con piacere una discussione che vedeva, nella figura di quel mitico regista che è Robert Bresson, sostenere che il cinema ha una dignità superiore a quella del teatro, perché è capace di trasferire emozioni e concetti, prescindendo dalla parola, attraverso il linguaggio delle immagini, con un linguaggio più immediato e diretto. Lui poi forse esagerava anche un po', se è consentito dirlo di fronte a cotanta cultura, ma io ricordo per esempio un film che da appassionato di cinema e impegnato in un cineclub insieme a altri amici proponemmo a una platea di persone che magari erano venute lì un po' tirate per la giacca e che lasciò sconcertate la gran parte di loro, che era Au Hazard  Balthazar, la storia di un ciuco, nella quale i linguaggi erano veramente ridotti all'osso e che magari non suscitava un interesse così molto immediato, molto superficiale, come purtroppo spesso si vorrebbe anche partecipando alla visione di pellicole cinematografiche.

In effetti la capacità di condividere, di essere messi a contatto, di assimilare che possono dare le immagini è una capacità formidabile e la speriamo nel bene e nel male sulla nostra pelle tutti i giorni, diventa perciò molto stimolante il concetto legato ai mezzi didattici, i mezzi educativi, estrapolato io penso, non soltanto ridotto allo strumento diretto, ma anche agli ambienti nei quali poi questa esperienza educativa si colloca, l'importanza cioè di condividere luoghi che siano davvero stimolanti, davvero capaci di trasfondere un calore, un senso di accoglienza, un senso di stimolo, affinché poi le potenzialità di ognuno possano esprimersi al meglio. 

Questo lo dico perché il tentativo che si fa nella gestione della cosa pubblica alla guida di una città cerca di dare risposte da questo punto di vista, ma è un tentativo estremamente complicato, laddove si sconta non soltanto con la consueta e aggravata penuria di risorse, ma anche con un modello culturale che è un modello non sempre di accompagnamento, non sempre di accompagnamento positivo. Ora io lo dico in una città che per fortuna ha dei capisaldi molto forti, che ha una tradizione e un'attualità formidabile, che quindi meglio di altri sa reagire, sa condividere, ha una rete di contatti estesa, che vede nelle famiglie dei soggetti di interlocuzione attiva.

Ma come anche in questa città, perché non esiste l'isola felice nel nostro villaggio globale, c'è una tendenza alla omologazione, all'appiattimento, a per esempio considerare questi aspetti del valore estetico, dello stimolo che può derivare dal frequentare spazi di qualità come fonte di spreco, come un qualcosa che ha una sua ridondanza, come un qualcosa che viene assimilato alla ciliegina sulla torta. Non credo che questo sia un concetto giusto.

Questa mattina abbiamo festeggiato l'inaugurazione della nuova sede dell'Università pistoiese, ne siamo tutti contenti, soddisfatti e orgogliosi, perché non soltanto abbiamo consentito di individuare un luogo unico per l'esercizio di queste attività didattiche e di ricerca, ma abbiamo realizzato degli spazi particolarmente belli, funzionali, accoglienti, anche in questo caso stimolanti, ovviamente con parametri diversi da quelli di cui qui parliamo, ma lo voglio ricordare perché penso che nella crescita della Città, delle città vorrei dire usando il plurale, si debba tenere conto non soltanto degli aspetti di carattere funzionale, ma anche degli aspetti che danno una caratteristica di qualità alla crescita e qui evidentemente ripeto il problema è di natura sostanziale, quindi economica e anche di natura culturale, perché c'è bisogno di una volontà di accompagnamento verso queste frontiere.

Abbiamo cercato di dimostrare, in questi anni, una intenzione accanita, che è quella di non perdere il passo con questa dimensione. L'abbiamo fatto convinti che l'impegno nel settore educativo costituisca una priorità fondamentale, abbiamo dovuto reggere l'urto di una pressione contraria, perché anche questo dobbiamo dircelo, perché il quadro generale non è stato un quadro di conforto, è un quadro che tende caso mai a penalizzare quelle realtà che in questa dimensione e in questi servizi hanno fiducia, hanno creduto e continuano a credere. 

Potrei fare tanti esempi, ma mi limito a rappresentarvene uno. Il Comune di Pistoia soffre maggiormente di altre realtà comunali il dato critico della finanza locale, per il fatto che è un comune che ha una capacità di offerta piuttosto estesa, siamo un comune che dà molto, ma è un molto relativo, perché sappiamo di non riuscire a soddisfare tutta la domanda, quindi è un molto relativo se comparato con quello di altre realtà. Abbiamo un'offerta estesa, abbiamo un'offerta di apprezzata qualità, e parlo dei servizi educatici.

Abbiamo accresciuto l'impegno in campo culturale, attraverso realtà importanti come quelle della biblioteca, che è stata ricordata all'inizio di questa seduta, abbiamo cercato di reggere l'urto di una sofferenza sociale che in questi anni è aumentata, incrementando le risorse nel campo di riferimento, nel campo della tutela sociale.

Tutto questo oggi si riflette in una sperequazione, anche perché nel contempo abbiamo cercato di limitare la richiesta di contributo economico alle famiglie, il Comune di Pistoia se confrontato con le realtà capoluogo della Toscana è il Comune che chiede meno alle famiglie dal punto di vista tributario e extra tributario. Chiediamo una media di circa 420 Euro a persona, quando la media è di quasi 700 e ci sono comuni che arrivano a chiedere fino a 1200 a persona, il triplo di quanto noi chiediamo, ma non perché si è voluto fare perché siamo poco attenti agli equilibri economici, ma perché abbiamo pensato che fosse giusto cercare di tenere una barra, che è una barra di una società che guarda all'equità, che cerca di dare risposte laddove c'è il bisogno, che cerca di produrre stimoli, opportunità, occasioni. Penso che altrimenti ci dovremo rassegnare a un'esperienza arida.

Lo voglio ricordare perché, nel momento in cui ci soffermiamo su dati che l'ho già segnalato, lungi da me considerarli come catalogabili nella ridondanza, nel superfluo, in qualcosa di non importante, ma la molla che io vedo essere stata innescata in modo molto potente è una molla che ha cercato di orientare le scelte del sistema pubblico verso l'arretramento, quello che ci viene da anni detto è che bisogna tirare indietro la coperta, che bisogna dare un contributo fondamentale al riequilibrio dei conti, che altri hanno disastrato diciamo anche questo, perché le amministrazioni comunali in genere, non dico soltanto quella di Pistoia che pure ha una tradizione di gestione rigorosa dei propri conti.

Ma nel complesso di questo nostro Paese, con qualche area magari più disattenta, la gestione comunale è sempre stata una gestione di qualità e di responsabilità, ma al di là di questo aspetto al quale nessuno si sottrae, sarebbe irresponsabile farlo, nessuno pensa di non dovere tenere in pareggio i propri bilanci, ma c'è un'idea che io giudico molto pericolosa: quella di immaginare uno stato che diventa pian piano meno presente, fino a farsi assente, e che quindi determina una situazione nella quale si torna a un modello che era un modello di anni e anni fa, dove davvero le occasioni e le opportunità non erano orientate all'equità, non erano distribuite in funzioni dei bisogni e dei meriti e delle capacità degli individui, ma erano distribuite in funzione del censo di appartenenza, delle risorse economiche delle famiglie.

Lo dico perché purtroppo questo dato, che a me pare molto banale, perché sarà che ci dobbiamo vivere tutti i giorni, il confronto quotidiano è fatto di questo, è il pane amaro di tutti i giorni, non credo che sia generalmente percepito nella società, credo che ormai ci sia un'anestesia molto diffusa, per cui si pensa che questi siano refrain poco significativi, fatti di tanto per fare, che non ci sia un portato reale dietro questa dimensione.

Vorrei - l'ho detto altre volte, Anna Lia Galardini lo sa bene come l'Assessore Moroni, le persone che lavorano nei servizi scolastici a Pistoia - che questa nostra grande esperienza, questa formidabile esperienza dei servizi educativi diventasse il luogo della contaminazione positiva, diventasse un insieme di molecole che tende a una progressiva aggregazione. Non possiamo rassegnarci a che accada il contrario, a dovere stare in un fortino a alzare ogni giorno un muro improbabile per difenderci da questi attacchi culturali in negativo, che vedono nei servizi alla persona una fonte di spreco e non una fonte di crescita delle comunità.

Bisogna cercare di resistere a questo, ma per farlo occorre che questo dialogo, questa capacità di interloquire con le famiglie, questa capacità di fare squadra, questa capacità di diffondere questo messaggio diventi un qualcosa di reale, deve diventare lo strumento dell'agire quotidiano per bisogna insomma ricreare le condizioni perché quella comunità responsabile, capace di associare ai diritti i doveri, capace di essere davvero consapevole, sia una comunità che sia ferma, non solo nelle dichiarazioni fatte in modo retorico e occasionale, ma nella prassi quotidiana.

Bisogna che tutti noi si diventi pienamente consapevoli e capaci di allargare questa area della conoscenza, questa area della responsabilità. In questo senso penso che occasioni come queste, che sono occasioni di confronto collettivo, che sono occasioni nelle quali si cerca di mantenere un'attenzione fondamentale alla qualità, perché non esiste educazione senza qualità e quindi la qualità è fatta anche delle cose di cui discuteremo, possono risultare vezzose per la crescita professionale di chi vi partecipa, ma anche per un messaggio di natura sociale se vogliamo, che può risultare molto prezioso per i tempi bui nei quali stiamo vivendo. Buon lavoro.

 

ROSANNA MORONI  

Ora passo la parola a Anna Lia Galardini, magnifica dirigente dei servizi alla persona del Comune di Pistoia, lasciatemelo dire anche se immagino sia abbastanza conosciuto e noto a tutti voi. Anna Lia è una delle maggiori protagoniste artefici di un affascinante e straordinario processo, iniziato circa 40 anni fa e non parlo ovviamente solo di Pistoia, che ha riconosciuto ai bambini e all'infanzia un riconoscimento della dignità, dell'identità, dei diritti, dei bisogni, da lì si è partiti per realizzare servizi eccellenti e per diffondere una cultura dell'infanzia, che sia davvero rispettosa di quello che l'infanzia nei fatti è. 

 

ANNA LIA GALARDINI  

Veramente dico grazie di cuore delle belle parole che abbiamo ascoltato dal Sindaco e anche ovviamente nell'introduzione da parte del nostro Assessore, ovviamente anche degli altri ospiti, ma voglio ringraziare in modo particolare i nostri amministratori che ci consentono di essere qui oggi e anche che ci consentono di investire in queste riflessioni e in queste occasioni di formazione. Le parole che abbiamo ascoltato ci confortano, ma anche noi vogliamo essere di conforto a chi amministra in momenti così difficili.

E vogliamo essere di conforto proprio perché in momenti che sono difficili per tanti motivi, che non c'è tempo qui ovviamente di ricordare, questi momenti richiedono proprio secondo il nostro punto di vista di non accanirsi sulle difficoltà, ma di guardare oltre. Quindi noi siamo qui proprio per guardare oltre, per guardare queste belle figure, per ascoltare le belle parole e per quindi ricaricarci di quella energia che ci ha sempre consentito di andare avanti, in una politica continua nel tempo, lunga, di piccoli passi, che ha fatto i passi più lunghi proprio quando i momenti erano più difficili, seguendo questa strategia che noi vogliamo riconfermare e che è anche una strategia prima di tutto della solidarietà e dell'aggregazione.

Quindi questo appello che il Sindaco faceva, che fa a una comunità, che è un appello giusto, trova conferma in un'occasione come questa, perché anche l'occasione che viviamo, queste giornate che sono state anche impegnative nell'organizzazione e nella riflessione, sono frutto di un lavoro di squadra, sono frutto di una grande condivisione e non sarebbero possibili, non sarebbe così efficaci questi eventi se questa squadra non fosse veramente forte e reale e non riguardasse anche segmenti diversi e variegati della nostra comunità, quindi è già stato ricordato che non è banale costruire delle forme di cooperazione forte tra aspetti diversi della vita sociale, quindi chi si occupa di educazione, chi vive nella scuola, insieme a chi vive all'interno degli istituti culturali nelle biblioteche, nei musei, nei teatri, chi ha come vocazione quella di fare crescere persone, quella di accompagnare persone nel cammino della vita e quella di arricchire un capitale importantissimo che è il capitale della conoscenza, ma anche che è il capitale cognitivo che appartiene a ciascuno, quindi si tratta veramente di fare crescere persone. 

Voglio dirvi dentro questo grande senso, questa sinergia che ci vede veramente in questo senso accaniti, uniti e veramente testimoni pieni di energia e di entusiasmo, voglio dare il senso della giornata di oggi, perché il messaggio di queste giornate è un messaggio che riguarda la sostanza dell'educazione e della cultura, però è anche un messaggio sofisticato e difficile, che va quindi anche interpretato, perché è vero come diceva il Sindaco ci sono degli ostacoli anche nelle visioni culturali che vanno in qualche modo rimossi.

Quello che noi vogliamo in qualche modo celebrare, affermare, socializzare, condividere in queste giornate è il valore del gusto estetico, il valore del bello, il diritto al bello da parte dei bambini e degli adulti e anche quello su cui vogliamo riflettere è come il gusto estetico si coltiva, come si consente a bambini e adulti la fruizione, la vicinanza alla fruizione e alla produzione del bello e come si creano delle circostanze in qualche modo esteticamente pregevoli intorno ai bambini, in modo particolare nei luoghi dell'educazione e della fruizione della cultura.

Questa è in qualche modo stata una vocazione peculiare della nostra città, una vocazione che è partita è vero dai servizi per l'infanzia, ma che vuole contaminare il più possibile e che lo vuole fare anche proprio con la forza della convinzione rispetto a questa idea. È proprio nella carta dei servizi, dei nostri servizi educativi, la carta che 5 o 6 anni il Comune di Pistoia ha varato, che declina anche le proprie vocazioni, si dice che l'educazione deve coltivare il gusto estetico. Questa non è un'affermazione così scontata.

Abbiamo scavato in questa, questo è stato un punto di arrivo di un percorso lungo, che è stato anche fortemente indagato. Quello che voglio dirvi brevemente è questo: nel percorso che abbiamo compiuto, abbiamo riconosciuto a rapporto con la qualità estetica dei libri per l'infanzia l'origine di questa vocazione, ecco perché siamo qui a parlare di belle figure, ecco perché siamo qui educatori e insegnanti di diversi ordini e scuole, insieme a chi è depositario della cultura del libro.

Riflettendo sul nostro percorso, abbiamo capito che questo desiderio di espandere il bello nei luoghi per i bambini è venuto proprio da una vicinanza appassionata e apprezzante rispetto alla qualità delle immagini dei libri per l'infanzia, è la creatività di alcuni straordinari artisti che hanno messo a servizio il loro impegno creativo verso l'infanzia, che ci ha fatto scoprire proprio il grande valore che c'è nella relazione educativa dell'immagine e dell'estetica, così dai libri siamo passati ai luoghi, quindi la qualità dell'immagine e la qualità dei luoghi per i bambini esteticamente pregevoli.

Quindi noi sentiamo un grande debito di riconoscenza alla cultura della qualità del libro illustrato per bambini, che nella nostra realtà si è espansa fino a impregnare di qualità estetica i luoghi per l'infanzia, e allora riflettendo poi su questo percorso che si è man mano dipanato, noi siamo forti di questa convinzione e attingiamo la nostra forza a varie riflessioni, senz'altro alle riflessioni che vengono proprio anche dalla consapevolezza dello sviluppo del bambino e di come si costruisce in ogni essere umano la conoscenza. 

La conoscenza ha bisogno, prima di tutto, di motivazione: si impara perché si vuole imparare, perché si ha il piacere di impara. C'è una molla, ci deve essere una molla perché un bambino e perché un adulto apprenda e questa molla - ce lo dicono le ricerche, ce lo dice la riflessione, ce lo dice anche l'esperienza, la nostra esperienza esistenziale di relazione educativa - è meno la curiosità, ma è piuttosto l'emozione, è qualcosa che ci emoziona e che ci coinvolge e che ci spinge a conoscere e che fa sì che quello che noi apprendiamo si radichi e lasci un segno in quello che noi siamo.

C'è un rapporto strettissimo tra conoscenza e emozioni, c'è una globalità dell'esperienza soprattutto del bambino che va rispettata, quindi è il coltivare un occhio meravigliato sul mondo che genera per i bambini la possibilità di apprendere e la volontà di apprendere, quindi è proprio questo sguardo meravigliato che deve poggiarsi chiaramente sul bello per eccellenza, che può essere l'opera d'arte, che possono essere i segni anche della grande cultura degli adulti, ma che è come dice un filosofo contemporaneo anche il sorriso estetico delle cose quotidiane, quindi circondare i bambini di cose belle suscita anche quella volontà di aderire alla realtà che vede e suscita anche quel sentimento positivo che è volontà, volontà positiva di crescere.

Ma non è soltanto questo aspetto strettamente legato alla dimensione cognitiva, che peraltro è importantissimo, perché attiene alla vocazione educativa di ciascuno di noi, c'è però anche qualcosa che lega l'estetica all'etica, a comportamenti virtuosi, perché un luogo quando è bello, quando è curato esteticamente, è sempre proprio un luogo segnato dalla cura, quindi segnato dalla volontà di accogliere, segnato dal rispetto degli altri, è un luogo che facilita i comportamenti, le relazioni, perché in un luogo bello si sta volentieri, perché un luogo bello genera benessere, perché un luogo trascurato, un luogo opaco, un luogo che non suscita emozioni genera disagio, genera proprio smarrimento, difficoltà, quindi questa dimensione della relazione è fortemente avvalorata da un contesto pregevole dal punto di vista estetico e quindi segnato dalla cura e dall'attenzione, segnato anche proprio dall'affezione di chi lo abita.

C'è dentro questa dimensione propriamente estetica, qualcosa che va oltre e che riguarda profondamente i comportamenti, quindi noi possiamo dire che riguarda l'etica. Diciamo che una pedagogia del buongusto è una pedagogia della speranza, perché è una pedagogia che si segna con una tonalità emotiva forte, che è la tonalità della gioia, e i bambini hanno bisogno di gioia e noi abbiamo bisogno di gioia, non perché la vita sia facile e non perché si debbano escludere momenti di difficoltà, di sforzo, di ostacolo, ma le difficoltà che sono ineliminabili nella vita, che sono anche ineliminabili nei percorsi di conoscenza, si superano solo se c'è questa energia che si genera da uno sguardo positivo sulla realtà. E questo è il secondo motivo che, scavato, indagato, condiviso, ci ha portato con accanimento a rendere belli i luoghi per i bambini.

C'è un terzo elemento, ugualmente importante, che marca più anche la sinergia tra dimensioni propriamente culturali e dimensioni educative. Noi viviamo in un paese che è segnato dalla bellezza, in un paese che deve essere rispettato e valorizzato nelle proprie risorse, che sono risorse di paesaggi straordinari, che sono tracce della cultura passata, quindi un'educazione estetica è un'educazione alla valorizzazione e al rispetto del patrimonio, è un'educazione che consente a tutti quanti, ai bambini e ai grandi, di appropriarsi in modo adeguato del pregevolissimo patrimonio che ci circonda.

Queste sono le motivazioni che ci rendono convinti rispetto a questa affermazione, legata al fatto che l'educazione deve coltivare il gusto estetico, quindi abbiamo appreso, non è che in questo percorso abbiamo avuto anche degli alleati e abbiamo avuto degli stimoli potentissimi, che sono venuti anche da altri contesti e che qui sono rappresentati.

Avremo anche le opportunità di confrontarsi con realtà a livello internazionale, che hanno veramente fatto di queste idee la loro missione e la loro tensione culturale, quindi siamo com'è già stato detto di fronte a un percorso compiuto, però siamo di fronte anche a un percorso che vuole prima di tutto espandersi, che vuole contaminare, che vuole socializzare, che vuole crescere, siamo di fronte a nuove sfide, anche la realtà della nostra biblioteca è una realtà che localmente non vogliamo trascurare, perché giustamente non è facile sentire parlare delle biblioteche, del loro valore, del valore della qualità dei luoghi che accolgono i libri, quindi è di questa biblioteca che vogliamo parlare, vogliamo parlare del suo futuro e vogliamo parlare delle opportunità che dà complessivamente alla nostra comunità.

Questo era il senso, così brevemente vi ho dato il senso di queste due giornate e dico che tra gli elementi di conforto c'è questa partecipazione così numerosa, che è nata proprio spontanea, sorgiva, c'è stata una risposta immediata, che non ha avuto bisogno di nessuna sollecitazione, anzi ci scusiamo perché qualcuno è rimasto in piedi e qualcuno è rimasto a casa, perché sapevamo bene di quante sedie questo locali disponeva e quando abbiamo immaginato questa iniziativa, pure credendo fortemente nel valore del messaggio, avevamo sottovalutato l'adesione immediata che poteva avere. 

Chiudo ringraziando moltissimo tutti quanti della partecipazione, ovviamente in modo particolare tutti i relatori, anche quelli che sono venuti da molto lontano per testimoniare l'importanza di queste riflessioni.

Però io chiudo facendo come commento, anche molto leggero, di queste mie parole un video, che testimonia attraverso le parole dei bambini come sia possibile mettere insieme le belle figure, i luoghi esteticamente curati, come i libri generino buone relazioni, come dalle buone relazioni si generino elementi anche di conforto e di grande disponibilità da parte dei bambini nella volontà di fare espandere le loro potenzialità. Sono le immagini che vengono dalla biblioteca di una nostra scuola dell'infanzia, oggi sono protagoniste in qualche modo le biblioteche, ma questo messaggio potrebbe applicarsi a tanti altri ambiti della vita sociale, della realtà della Città come diceva il Sindaco. Grazie, passiamo a vedere questo video.

 Viene proiettato il video.  

 

ROSANNA MORONI  

Dopo la relazione appassionata e appassionante di Anna Lia e la visione di quando video, che mi pare emblematico di una filosofia, di una visione, che mi è parso perfino toccante - guardavo i vostri volti -, passiamo a un altro dei nostri autorevoli relatori, un'amica storica è Lella Gandini, che ha rapporti con il Comune di Pistoia e con i nostri servizi educatici da poco più di 30 anni, ha un dottorato in pedagogia dell'Università del Massachusetts, dove ha insegnato diversi anni, cura la formazione professionale delle insegnanti della prima infanzia negli Stati Uniti, ha un incarico di collaborazione e una relazione consolidata con Reggio Children e all'attivo numerose pubblicazioni di pedagogia... 

 Come immaginavo Lella Gandini non ha bisogno di ulteriori presentazioni, quindi non vale la pena che mi perda parole. Sono ben lieta di passare a lei la parola.

 

LELLA GANDINI

Rosanna è gentilissima, veramente io ero un po' lenta a venire perché ero ancora emozionata dal video che abbiamo visto insieme. Mi alzo in piedi perché ho l'impressione di non vedervi. Devo fare due cose molto difficili: pensare alle immagini, schiacciare un bottone e vedere di non fare dei pasticci! 

La mia proposta è un po' ambiziosa: passare dalla proposta di entrare nelle immagini a leggere gli spazi dei bambini, in effetti vedrete moltissimi collegamenti con quello che Anna Lia ha presentato, perché abbiamo pensato insieme un po' di questi aspetti, ma a me il privilegio di portarvi dentro le immagini di alcuni illustratori, famosi disegnatori degli anni 70. Molti di voi vedo dai vostri bei visi siete troppo giovani per ricordare quegli anni, ma in quegli anni questi disegnatori, e qui vediamo un bellissimo libro di Iela Mari "Il palloncino rosso", che tra l'altro ha segnato la mia prima venuta a Pistoia perché c'era una mostra di questi bellissimi libri e io sono stata invitata, qui stiamo parlando del 1977 e da allora sono sempre tornata, quindi sono qua anche oggi per farvi entrare nelle immagini.

Perché entrare nelle immagini? Perché le immagini di questi disegnatori in quell'epoca hanno veramente aperto ai nostri occhi un altro modo di vedere lo spazio, lo spazio della pagina e vedrete poi anche da quello che Rosemary Agoglia ci presenterà, il potere dello spazio di una pagina e come lo spazio di una pagina può diventare significativo, invitante, metterci in un senso di equilibrio, darci piacere e in un certo senso creare un senso di relazione per noi. Io passo attraverso queste immagini, naturalmente (sic) è stato molto importante anche in questo, in questo caso questa immagine ci dà un senso di allegria, allora noi entriamo veramente in relazione con le immagini.

La mia ambizione è stata di includere anche un libro che avevamo preparato insieme con Carlo De Simone e Laura Mancini, ci chiamavano "Collettivo 3" e questo segnava la nostra situazione degli anni 70. Il signor Valdemaro era un signore che andava in giro per la città, forse una città come Pistoia ma un po' più moderna, per cercare delle storie da raccogliere per i bambini. Passiamo dalle immagini delle pagine e invitavi a leggere gli spazi per i bambini, gli spazi per l'infanzia, che sono qua a Pistoia come avete visto da questo fantastico video, gli spazi diventano veramente molto importanti per la relazione, per la conoscenza.

Io sto rubando delle immagini della città di Pistoia per parlarvi di cosa si può trovare, per cercare di invitarvi a leggere queste immagini e in particolare passando al nido: questo nido ha uno spazio che è intitolato alla poetica dei luoghi e con le voci dei bambini noi riusciamo a prepararci a entrare, a vedere i bambini, è il luogo dove guardo, tocco, osservo, sperimento, conosco e gioco, dove mi muovo, cammino, corro, esploro il mio spazio. Questo continua a essere descritto, ma noi vogliamo guardare adesso a dei bambini che non sono i bambini di quel nido, sono i bambini di un posto molto lontano, che poi vi dirò, per vedere come si può guardare i bambini e leggere quello che i bambini possono provare nello spazio.

Questi bambini hanno 4 o 5 mesi, non stanno ancora seduti, si sono incontrati e quindi lo spazio, gli oggetti che gli adulti hanno saputo mettere per loro cominciano a creare una relazione, ma perché possiamo vedere questo? Perché cominciamo a leggere quello che lo spazio ci può dare, poi veniamo a Pistoia, eravamo prima in Oklaoma e guardate quello che questi bimbi ci presentano: le relazioni dello spazio. In effetti a Pistoia si può parlare di uno spazio come riflesso di una cultura dell'infanzia, che è stata costruita per il benessere e l'armonia dei bambini, ma ricordiamoci che vicino a questi bambini ci sono tanti adulti che hanno contribuito a creare questo e che sono parte e godono anche di questo benessere, quindi essere vicini ai bambini a costruire per loro è una fonte di grande forza e benessere.

Perché è stato possibile qui creare queste giornate e costruire queste scuole? Perché c'è stata una risposta molto positiva di motivazione, come diceva Anna Lia, un'emozione molto forte nel rispondere alle iniziative prese dall'alto. Spazi luminosi per i bambini e per gli adulti, questa è un'area bambini che si dedica a bambini e genitori e anche a nonni, con degli spazi pensati in tanti tanti dettagli e tra l'altro è interessante per me vederli fissati in una fotografia, perché ieri sera li abbiamo visti già trasformati, ogni volta che si viene questi spazi cambiano, crescono e si alternano con la partecipazione dei bambini e degli insegnanti. Una biblioteca che è una biblioteca che richiede di salire su uno sgabello per raggiungere un libro per questo bambino.

Cosa leggete qui tra questi bambini? Lo stupore, il piacere, l'emozione di trovare delle immagini che parlano. Ci sono altri modi di leggere e di comunicare, per esempio la luce che si può utilizzare con delle tavole luminose, può diventare una fonte di scoperte, ma anche di relazioni profonde tra bambini e con i genitori e anche con gli adulti che rendono possibile queste esperienze.

Qui mi piace l'idea di citare Loris Malaguzzi, che penso molti di voi conosciate, comunque si può considerare un po' il filosofo di quello che è successo nella prima infanzia in Italia e anche naturalmente delle scuole di Reggio Emilia. Pensiamo alla scuola come a un organismo vivente, a un luogo di convivenza, di scambi, dove si pensa, si discute, si lavora, mettendo insieme quello che si sa e che non si sa, in una rete di interazioni cooperative, che producono per gli adulti e soprattutto per i bambini un sentimento di  appartenenza, un mondo vivo, accogliente e non fittizio. Pensiamo allora ai luoghi che offrono, ma anche che documentano - perché possiamo discutere di queste immagini e leggerle insieme? Perché sono state documentate dalle insegnanti che erano presenti - il piacere e l'estetica degli apprendimenti condivisi. 

Per quanto riguarda l'estetica, per raggiungere soltanto un dettaglio a quello che Anna Lia ha detto, c'è uno scrittore americano che si chiama Gregory Bateson, che dice che l'estetica in effetti è in sostanza la connessione di due punti, la connessione tra due punti di vista, tra due esperienze, perché deve essere sempre un piacere condiviso. Mi piace questa idea, non è detto che sia l'unica, ma perché no?

Piacere condiviso di imparare, qua vediamo dei bambini che stanno esplorando, ancora l'uso della luce e Anna Lia diceva "troppe immagini sulla luce", ma a me piace tantissimo e quindi qui vedete l'interpretazione della Gandini. Guardate queste bambine insieme che scoprono, altri materiali, altre costruzioni fatte insieme. E questa bellissima esperienza con la natura, nell'area verde, che veramente danno la possibilità ai bambini di costruire e anche di imparare tante cose che sono scientifiche, natura e scienza insieme. I genitori contribuiscono, tanti petali di tutti i colori che diventano veramente dei materiali per potere dipingere.

Un altro aspetto della luce sono le ombre, questa è una storia che mi piace molto, che ha avuto luogo all'asilo nido Il Faro: i bambini una mattina sono entrati e dalle finestre hanno visto la luce in un modo nuovo, un piacere condiviso, un modo di vedere lo spazio e per i bambini stessi di leggerlo in un modo nuovo. Qui c'è la striscia della funivia che va su, su fino in cima e l'altro bambino dice "mi sembra che viene a scivolo", quindi dalla luce della finestra si passa a scoprire la luce e le ombre che si formano nella stanza, ma la luce dalla finestra può avere tanti colori e non è casuale, le insegnanti hanno preparato quello spazio in modo che la luce potesse essere una luce colorata. Ma anche con i genitori fuori i bambini improvvisamente scoprono l'ombra, "ma si vede solo l'ombra del papà, dov'è Giulio?" "eccola l'ombra".

Giocare con le ombre è un gioco antico, è un apprendimento antico, che può essere una ricerca scientifica, può essere un modo di esplorare la matematica, può essere un modo di esplorare il teatro, quindi è molto economico come mezzo per imparare.  

Prima di passare a altri posti del mondo, di cui vi do solamente due esempi, voglio dirvi perché, cos'è che mi ha spinto a volere mostrare qualcosa di un altro paese. È una riflessione che ho trovato da parte degli educatori di Pistoia, questo è quello che hanno detto: "lo sforzo che abbiamo compiuto, in questi lunghi e affascinanti anni di lavoro, è stato quello di rendere i servizi educativi spazi che parlano del buon vivere e del vivere gentile di una comunità, fatta di bambini, adulti, insegnanti e genitori", ma hanno aggiunto anche qualcos'altro che voglio condividere con voi e che mi ha spinto veramente. 

Hanno aggiunto "ma all'interno delle singole realtà, per mettere in pratica questi obiettivi che sono stati così importanti per noi, sono necessari progetti ben mirati, che possono avere anche dimensioni piccole, contenute, rapportate alle risorse umane e finanziarie di quel particolare contesto". Le persone di Pistoia si rendono ben conto, anche quando vengono a trovarci negli Stati Uniti, che quello che succede a Pistoia non è facile, è stato lo sforzo di 30 anni di tante persone. Come si può dare ai bambini la possibilità di vivere in spazi significativi? Si può, purché si proceda con una continuità e coerenza, la politica dei piccoli passi paga, soprattutto se condivisa dalle scuole e dalle famiglie, cioè da tutti coloro che accompagnato continuamente e quotidianamente la crescita dei bambini. 

Allora vi faccio vedere i bambini di 4 anni in una scuola elementare di Boston, dove le persone che si occupano dell'aggiornamento e della formazione delle insegnanti sono state in Italia e in particolare anche a Pistoia, quindi diciamo estendono queste idee... (intervento fuori microfono) grazie Rosanna, è importante spiegare che in varie città degli Stati Uniti, per venire incontro alla grande richiesta da parte dei genitori di posti per i bambini di 4, 3, 5 anni, hanno creato degli spazi per i bambini più piccoli. Non è una cosa semplice, perché non ci sono insegnanti preparate abbastanza, quindi qualche volta è necessario lavorare molto con le insegnanti, prima di potere avere questa possibilità. 

In questo caso questa è una scuola elementare molto grande, i bambini sono fino alla quinta, saranno 150 bambini e c'è questa piccola classe di bambini di 4 anni. Quando siamo arrivati c'era questo genitore che accompagnava la bambina e i bambini avevano scritto sulla porta i nostri nomi di visitatori per darci il benvenuto. Questo è lo spazio dove sono questi bambini, sono 15 bambini e la prima cosa che mi ha colpito è l'uso del colore, anzi sono stata leggermente messa a disagio dall'uso del colore, però stando quella mattina tutta la mattina con loro mi sono resa conto come ci sia una tendenza a reagire in un modo troppo immediato a quello che si vede, ma quello che è importante di capire chi è in quello spazio, come vivono, quali sono gli spazi, perché. 

E così ho sentito una storia di una bambina, che è quella con la camicetta bianca, che aveva avuto delle grandi difficoltà e quella mattina era ritornata, dopo 4 o 5 giorni di assenza, quindi ho cominciato a seguire l'insegnante e guardare, osservare, lei mi aveva dato il permesso di fotografare questo rapporto. Allora l'insegnante decide di offrire alla bambina qualche cosa che ogni giorno uno dei bambini della classe fa, di essere il fotografo della classe e quindi la prende per mano, la accompagna al cartello che indica quali sono le regole per essere fotografo per il giorno: solo una persona può essere il fotografo, deve tenere in mano la macchina fotografica con cura e deve divertirsi e essere più creativo possibile. Qui vediamo la bambina che fa le fotografie, mentre i bambini sono tutti insieme. 

Da un altro angolo della stanza c'era un gruppetto di bambini che faceva un disegno dal vero e copiavano un nido che avevano trovato in una passeggiata, qui c'è l'insegnante che facilita la situazione, i bambini che usano la lente di ingrandimento e tutti insieme poi disegnano.  

Avete visto una situazione molto diversa, uno spazio molto diverso, ma cosa succede in termini di relazioni? Abbiamo visto delle relazioni molto forti, molto attente, certo io vi do solamente un piccolo frammento, non è tanto giusto ma vi offro anche un po' la mia interpretazione. L'altra situazione è una scuola dove i bambini di 5 anni sono, è ancora una scuola elementare a Chicago che ha quasi 300 bambini e vorrei che voi guardaste e un po' cerchiate di leggere quella che è l'attenzione alla cultura del singolo bambino e del gruppo. La scuola è molto grande, nuova, in quel giorno pioveva come vedete e questi erano i bambini di 5 anni che stavano facendo un incontro con l'insegnante. 

Guardate quello che c'è in classe: in un'altra classe, dove sono andata, c'erano i bambini di 4 anni e quello che ho notato era quante fotografie c'erano dei bambini. Questi bambini sono in gran parte bambini o afroamericani o di origine messicana, perché la zona dove questa scuola è ha questo tipo di popolazione, e anche bambini bianchi naturalmente. Guardate lo spazio com'è ben suddiviso, quante cose ci sono per questi bambini e anche c'era quel giorno nella classe dei 4 anni un insegnante che doveva essere un po' incaricato di sperimentare con dei materiali d'arte, oppure tipo atelier e queste sono cose che i bambini avevano fatto in precedenza.

Qui i bambini sono occupati a lavorare, ma mentre i bambini stanno lavorando così vicini all'insegnante ho notato quello che forse state notando anche voi: in fondo alla stanza c'erano dei bambini che erano seduti su una tavola e avevano una scatola con il ripiano luminoso. Erano completamente autonomi, cioè il rapporto del gruppetto con l'insegnante era molto diverso dal rapporto di questi due tra di loro e anche di bambini in altre zone della stanza. La grande attenzione che c'era era di fotografie di bambini, i loro nomi scritti da loro, iniziavano a scrivere loro e qualche cosa sulla loro esperienza a casa, per esempio Jennifer dice "mio papà e mamma mi chiamano Erendina, è un sopranome". 

Un'altra cosa che era interessante era che per ogni bambino presente c'era un grande cartello che parlava delle sue origini culturali, in particolare vi faccio vedere questo di un bambino che viene dal Guatemala, dove ci sono piccoli giocattoli, poi qualcosa scritto dal bambino, ma anche una ricetta che la mamma offre. E poi in un'altra parte della stessa scuola ci sono alcune poesie che vedete "?un coche en la noche?", i bambini giocano con le parole, "?erraton è nel corasson?" "?el gatto nel platto", quindi la loro abilità di lettura e di scrittura viene curata rispettando tutte e due le lingue e questa mente un'intervista con una mamma e c'era per ogni bambino, che dice "Alfonso, vorrei che impari moltissimo, tante cose quest'anno, per esempio a cantare, disegnare, condividere con i suoi compagni, tenere le sue cose in ordine, fare tutto il suo lavoro per i compiti e che lo faccia ogni giorno".

Adesso torniamo a Pistoia, vi ho portato lontano e abbiamo visto come Anna Lia ha parlato di questa costruzione così attenta. Quello che è importante non dimenticare è anche che cos'è la Città, la bellezza della Città di cui Anna Lia ha parlato, che è un aspetto dell'estetica che così forte, così positivo che veramente contagia tutti quanti e di fatti quello che vediamo sono i bambini che diventano parte della Città, non solo la vedono e la visitano, ma la disegnano e questa è una cosa che mi ha sempre colpito moltissimo: l'abilità dei bambini di osservare e di rendere lo spazio della loro Città, ce lo fanno leggere, ci fanno leggere lo spazio, lo spazio artistico, le bellezze e la loro gioia di essere lì, quindi spero che la prossima persona che parla con voi vi parlerà di un museo negli Stati Uniti che in un certo senso cerca di creare lo stesso tipo di comunità che pensa insieme e apprezza il bello, come Pistoia fa a Pistoia.

 

APPLAUSI 

 

ROSANNA MORONI  

Cedo subito la parola a Rosemary Agoglia, il museo naturalmente è il Museo Eric Carle. 

 

ROSEMARY AGOGLIA  

"Vorrei dirvi quanto sono felice di essere nuovamente a Pistoia, un posto che ha una tale grande importanza per l'estetica dei bambini e naturalmente un posto per istruzione e per amicizia per me. La collaborazione tra il Museo Eric Carle e i servizi per l'infanzia di Pistoia è iniziata nel 2004, grazie a molto lavoro da parte di Lella Gandini.  

Vi descrivo veramente il Museo Eric Carle e naturalmente quello che valorizza, come pure valorizza Pistoia, è la bellezza del luogo. Vi faccio vedere qualcosa di questo Museo. Il Museo fu concepito e costruito dall'autore Eric Carle, che come le persone che hanno parlato oggi condivide il pensiero sulla bellezza dei luoghi. Uno degli obiettivi è di creare un ponte tra l'imparare non solo a parlare, ma l'imparare anche a vedere e naturalmente vuole dare l'opportunità a tutte le persone che vanno al Museo di collegarsi in qualche modo all'arte e di entrare nelle immagini.  

Il Bruco ha festeggiato i suoi 40 anni e Carle invece ha festeggiato invece i suoi 80 anni. È un posto dove persone vengono a trovare i vecchi amici e fare nuovi amici.

C'è un auditorium dove i bambini possono vedere degli spettacoli e hanno l'opportunità di esplorare la loro creatività nello studio, che si tratti di parlare di quello che hanno visto oppure ascoltare un racconto in biblioteca oppure sperimentare l'uso di diversi materiali. Si tratta tutto di imparare a guardare e guardare e imparare, quindi oggi vi vorrei parlare come impariamo a guardare.

Cosa succede a una persona quando la mettete davanti a un'immagine? Potrebbe essere un dipinto in un museo oppure una bella illustrazione su un libro, naturalmente è difficile per noi cercare di dare un significato a quello che vediamo, è l'intelligenza del vedere come viene citato e quindi naturalmente uno degli obiettivi del museo è di cercare di ampliare questa intelligenza del vedere.

?Cris Rasca? ha parlato di quanto tempo è devoluto nelle scuole, quanto tempo si impiega, quanto tempo è dedicato a imparare a parlare, ma è altrettanto importante insegnare la grammatica dell'occhio e cioè imparare a guardare. Naturalmente la grande domanda è come si fa e un modo per cominciare naturalmente è condividere i libri con i bambini, visitare musei.

Di solito quando si va a visitare un museo si fa parte di un gruppo guidato, quindi in questo disegno si vede un bambino più grande che accompagna dei bambini più piccoli nel museo e dice "io so più di voi, quindi vi faccio vedere", ma non è così che si fa al Museo Eric Carle. Chiediamo alle persone di parlare delle illustrazioni, in questo disegno invece c'è un gruppo di bambini che guardano il disegno e dice "sembra che sia tipo un picnic dove si mangia fuori"! 

Naturalmente quello che noi usiamo è una strategia che si chiama "la strategia del vedere le cose", naturalmente la persona che guarda è una persona competente, che è in grado di spiegare le proprie competenze e naturalmente dà anche importanza al gruppo e il ruolo dell'adulto è quello di essere un facilitatore e un ascoltatore. Quindi potete vedere la grande connessione che c'è con gli educatori di Pistoia, perché è in questo modo che loro lavorano. 

Allora cosa può succedere quando guardate una foto? Le persone molto spesso creano una storia davanti a questa foto, possono fare dei commenti sull'arte che è stata usata, dei commenti sulla luce, sul colore, sui motivi, si possono relazionare al loro passato, oppure avere una reazione emotiva. E quindi ci sono molti modi di vedere un disegno e un'illustrazione. 

?Molly Bang? è un'artista, è un'illustratrice, ma non capiva come mai funzionava il suo apprezzamento dei disegni, perché le piacevano alcuni disegni e perché non le piacevano altri disegni e quindi lei voleva imparare la grammatica del vedere. I modi a cui lei ha pensato erano quelli di andare a visitare dei musei, di leggere dei libri, oppure di fare dei corsi, però ci ha ripensato e ha deciso che non era il modo migliore.

Forse il modo migliore era quello di insegnarlo e ha usato la terza elementare classe di sua figlia. La lezione che lei voleva insegnare era quella di creare un disegno pauroso, intendeva usare Cappuccetto Rosso, perché sapeva che tutti conoscevano questa storia, doveva essere una cosa molto semplice e quindi disse ai bambini che potevano usare solo 3 colori e il bianco e che avrebbero dovuto cercare di essere alquanto astratti, ma non era quello che volevano fare loro ha scoperto!

Allora è andata a casa e ha fatto un po' di pratica, l'ha studiato un po' e ha cominciato a pensare che forse c'erano dei principi che andavano seguiti: iniziò a insegnarli a studenti più grandi e scrisse questo libro. Quindi vorrei guardare con voi insieme questi principi. 

Quando noi guardiamo qualcosa, ci creiamo un contesto: se questo fosse l'oceano, potrebbe essere una vela, potrebbe essere la pinna di un pescecane o una boa. Lei decise che questo rappresentava Cappuccetto Rosso, allora si chiese come si sentiva davanti a questo triangolo rosso: è un colore forte, quindi deve essere una persona attiva, deve essere qualcuno con stabilità, perché ha una base larga e è rosso proprio come il cappuccio di Cappuccetto Rosso.  

Se questo è Cappuccetto Rosso, la mamma come dovrebbe essere rappresentata? Alcune mamme sono più grandi dei loro bambini, quindi un grande triangolo rosso: così non va bene però, perché il personaggio più importante è Cappuccetto Rosso e quindi se la mamma è più grande, diventa poi la mamma il personaggio più grande. E poi con tutte queste punte, non è che si possa abbracciare molto, facciamola un po' più soffice, però porta ancora via il palcoscenico perché è grande e rossa, allora cambiamo il colore. La mamma è diventata un colore più pallido e meno importante e la connessione tra i due è il fatto che il viola viene formato anche con il rosso: questo creava la connessione tra i due.  

Ricordate che si possono usare solo tre colori, quindi c'è ancora un colore che si può usare per l'elemento pauroso della storia. Conoscete la storia, sapete che la cosa importante è il cestino che porta alla nonna e il nero è il cestino. Ecco i tre colori, lo sfondo bianco.

La storia avviene nella foresta e Molly ha sperimentato molti modi di rappresentare questa foresta. Ha iniziato con i triangoli, ma non era la cosa giusta perché sembravano tanti "cappuccetti rossi" che erano però neri, quindi li ha messi uno sopra l'altro, ma ancora troppi triangoli! Ha provato con i rettangoli "mi dà l'impressione di essere in una foresta, perché non posso vedere la cima degli alberi", quindi aggiunse Cappuccetto Rosso alla foresta e sembrava che ci fosse nella foresta perché l'ha messa dietro uno degli alberi, però non fa abbastanza paura.

Cosa si potrebbe fare solo al triangolo? Farlo più piccolo, questo lo rende più pauroso, perché quando le cose sono più piccole si sentono più vulnerabili, c'è più difficile superare il pericolo, perché naturalmente i predatori sembrano molto grandi e quindi l'ha fatta ancora più piccola.

È ora di aggiungere il lupo. Ha giocato un po' con il posto dove mettere Cappuccetto Rosso per farlo ancora un po' più pauroso, però spostando Cappuccetto Rosso più indietro nel bosco, più dentro il bosco, si è sentita che aveva perso un po' della connessione con Cappuccetto Rosso, allora ha deciso di piegare alcuni degli alberi e piegando gli alberi ha creato un po' più di paura, perché sembra che Cappuccetto Rosso sia intrappolata tra gli alberi. In questo modo non c'è moto di scappare, se avesse angolato gli alberi nell'altra direzione ci sarebbe stata una via di fuga. E quindi l'altra scoperta è che le linee diagonali creano tensione nella foto, nel disegno. 

Pensando al lupo, pensiamo alla forma e alla misura. Tre triangoli hanno creato il lupo: è pauroso, è appuntito, è grande e è piegato nella direzione di Cappuccetto Rosso. L'ha fatto un po' più piccolo per vedere, l'ha fatto un po' più rotondo e ha provato un altro colore, ma quel colore non andava bene perché veniva identificato subito con la mamma. È tornata al nero.

Cosa si può fare per rendere il lupo ancora più pauroso? Cosa si può aggiungere a questo lupo? Denti, nuovamente dei piccoli triangoli, per farlo sembrare un po' più lupo un occhio e ha sperimentato un po' con il colore dell'occhio: così va bene, perché avendo l'occhio dello stesso colore sembra proprio che stia guardando Cappuccetto Rosso. Un'altra scoperta è che quando noi guardiamo un'immagine, creiamo una relazione tra le cose che hanno lo stesso colore.

Ha provato una forma diversa per l'occhio, ma lo fa sembrare un po' stupido, così non va bene. Il disegno in questo modo perde un po' tutto il suo significato, perché sembra che i due triangoli rossi vogliano venire fuori dal disegno e quindi è tornato all'occhio di prima. 

Facciamo questo lupo ancora più pauroso, una grande lingua rossa e l'associazione di colore vi fa pensare che Cappuccetto Rosso è già nella bocca del lupo e evidenzia il lupo mettendo invece in seconda posizione gli alberi. Ricordate che si parlava di tre colori, però qui ce ne sono solo due, allora si cambia uno dei colori. E come mai questo viola rende il disegno ancora più pauroso? Perché quando non possiamo vedere bene, abbiamo più paura, ci sentiamo più sicuri alla luce del giorno. Però possiamo ancora usare il bianco e quindi dobbiamo, possiamo mettere questo bianco? Ecco i denti che diventano bianchi.

Quindi lei ha scoperto che mentre guardiamo un disegno attraversiamo delle emozioni e naturalmente sono emozioni che sono collegate alle nostre esperienze, quindi in questo modo lei ha messo in pratica questi 10 principi e sono nella vostra cartella in italiano. Lei ora vi farà vedere i lavori di alcuni artisti americani e come hanno lavorato con questi 10 principi. 

Questi due disegni ci fanno sentire molto calmi, questo è il primo principio e quindi queste forme piatte ci danno un senso di stabilità e calma. Queste sono linee verticali esagerate, questo ci dà un senso di libertà e di volo, quindi le forme verticali sono più emozionanti e sono più attive, perché sono contro la gravità della terra e quindi ci danno un'indicazione di energia e di raggiungimento dell'alto o del cielo, quindi nella prima qualcuno che non sembra affatto calmo e nella seconda che non sembra affatto sicuro, quindi le forme in diagonale sono più dinamiche, perché implicano emozione e tensione.

Guardando questa immagine, vi rendete conto che è divisa in tre parti, la parte superiore, la parte inferiore e la parte centrale, quindi se date un significato vedete che gli oggetti posizionati in alto appaiono oggetti più liberi e dinamici. Trovarsi nella parte bassa di un disegno dà anche un senso di vulnerabilità, quindi ci rende più vulnerabili: guardate il gatto che guarda il topo, però la posizione del topo gli dà una via di fuga. Naturalmente il posto più importante è al centro della pagina e naturalmente i bordi delle pagine sono i bordi del libro delle immagini.

Riconoscete che i colori più scuri sono quelli più minacciosi e meno sicuri, però se guardate anche la posizione di queste figure vi rendete conto che alcune posizioni vi danno un po' di conforto e nella figura a destra vedete che la posizione rotonda non è così minacciosa come nella figura sinistra. I disegni che ci fanno più paura sono quelli che hanno più angoli e più punte, mentre quelli invece arrotondati ci fanno meno paura.

La misura naturalmente è importante. In questo disegno lei urlava a sua mamma e gli diceva che la odiava e la sua bocca è così grande in questo disegno perché la cosa più importante è quello che diceva. Associamo i colori, gli stessi colori in un disegno e dà all'occhio una cartina per seguire il disegno e il contrasto ci aiuta naturalmente a notare, a vedere, come questo cane bianco su uno spazio nero.

Spera di avere dato degli spunti per potere lavorare insieme ai vostri studenti, avete questi principi ai quali fare riferimento per aiutarli a parlare di quello che vedono. Vi fa anche molti auguri per la nuova biblioteca, che spera sia un luogo dove possiamo lavorare tanto. Ci sono molti molti modi in cui questi principi possono incoraggiare lo sviluppo del linguaggio e la creatività."  

 

ROSANNA MORONI  

Ringrazio Rosemary, molto interessante e istruttivo. Per l'ultimo intervento, prima del racconto, la parola a Lucia Scuderi che è al mio fianco, catanese, scrittrice di libri per bambini, illustratrice, ha vinto anche un premio qualche anno fa, il premio Andersen. Si occupa attivamente di diffusione di libri per bambini.

 

LUCIA SCUDERI  

Sono emozionatissima di parlare questa sera, dopo questi due grandi personaggi, con esperienze che sono quelle a cui io ho guardato, sono quelle che hanno scritto le cose che io ho letto quando ho cominciato a occuparmi di libri per bambini e illustrazione, una viene dal mondo dello spazio children dell'Emilia Romagna, un mito per chiunque si è occupato di bambini, di libri, di educazione all'immagine, una che cita Malaguzzi come un amico oppure dei miti che loro hanno potuto toccare, l'altra viene dal Museo di Eric Carle.

Con me scendiamo molto più al sud, io vengo da Catania, dalla Sicilia, da esperienze di libri, di biblioteche diverse, ma con sogni uguali. Per fare capire un po' come io sono arrivata ai libri per bambini e alle illustrazioni, vi racconto un po' la mia storia, che è la storia anche penso di tanti adulti italiani che oggi si occupano di libri con i bambini. È la storia di chi ha conosciuto i libri illustrati da adulto, cioè la storia di quegli adulti che non hanno avuto questi libri da bambini e questo può essere anche un fatto positivo, può essere anche che questo ce li abbia fatti amare, a dismisura assolutamente per quanto mi riguarda, ma per molti di quelli che si occupano di bambini e che comprano i libri e che fanno le biblioteche delle scuole, sicuramente un amore enorme.

Vi racconto. Molti anni fa nel 91, e oggi lo ricordavamo, cercavo di dare una data nel 90 o 91 forse, andata per la prima volta alla fiera del libro di Bologna, e perché sono andata alla fiera del libro di Bologna? Perché mia cognata era allora una giornalista aspirante scrittrice di libri per bambini, aveva visto degli acquerelli che io facevo per passatempo e mi disse che erano molto adatti a eventuali libri per bambini. La conoscenza che avevo fino a allora dei libri per bambini era legata esclusivamente alla mia esperienza di bambina degli ultimi anni 60 a Catania, molto limitata quindi direi, assolutamente limitata. Non avevo idea di quello che era successo nel frattempo nel mondo dell'editoria.

Quando arrivai a Bologna mi innamorai immediatamente, non solo c'erano libri italiani profondamente diversi da quelli che avevo avuto io  - e parlo dei libri di Babalibri, parlo di Iela Mari, di Mario Lodi, di Leo Lionni, il mondo di Munari, i laboratori di educazione all'immagine di Munari - , quindi non solo questi libri di questo mondo dell'editoria legato ai bambini che è esploso negli anni 70, meravigliosi e molto fertili da questo punto di vista, ma c'erano libri per bambini che venivano da tutto il mondo, libri molto diversi tra loro, che giustamente tradivano le tradizioni del paese dove venivano pubblicati. Dico questo per inciso per riflettere, in era di globalizzazione, sul mondo un po' più piatto e uguale di libri che oggi forse abbiamo, forse un po' di diversità in più ancora oggi la vorrei.

Soprattutto c'era gli albi illustrati, questi meravigliosi libri dalle grandi pagine, con figure enormi, le poetiche e da atmosfera, altre ironiche e comiche in modo irresistibile, o ancora rigorosamente scientifiche nella loro rappresentazione realistica, tutte illustrazioni che vidi sfogliando questi nuovi libri che per me erano nuovi. Mi sentivo come Pinocchio nel paese dei Balocchi e mi dicevo stupita "allora esiste un mondo così!", io che facevo parte di un'ampia schiera ho scoperto dopo di quelle che si soffermava e sapeva a memoria tutte le illustrazioni delle enciclopedie o dei libri di testo della scuola elementare. Rimasi molto colpita dall'originalità delle illustrazioni, non avevo mai visto una tale varietà di stili, una tale varietà di interpretazioni della realtà, per non parlare delle tecniche. Le tecniche nel mondo dell'illustrazione erano usate in modo assolutamente fuori dai canoni accademici, mi sembrò proprio una fucina di idee. 

Il mondo dell'editoria per bambini mi sembrò un motore di energie nuove e rivoluzionarie, assolutamente per caso ero in grado di capire o di leggere l'inglese o il francese e cominciai il mio viaggio anche nei testi. Il risultato fu strabiliante, non tutti naturalmente, ma c'erano testi che riuscivano in poche pagine a toccare l'anima, a stupire, a farti fare domande, testi in qualche modo filosofici o poetici, senza essere retorici, ma al contrario leggeri. Fu così che cominciò il mio viaggio nel mondo dei libri per bambini, con un amore adulto, con un bisogno adulto di giocare con le figure.

Quella rivelazione della prima fiera del libro di Bologna continua ogni volta che trovo un libro per bambini che mi piace veramente, certo adesso succede più raramente, il mio palato si è fatto più esigente e forse i libri meno originali, ma quando succede è magia pura! Altre volte ho fatto questo paragone con i libri, che secondo me calza bene: è come quando ascolti nel momento giusto un brano di musica che ti piace, ti rapisce, ti fa capire, ti dà energia, ti fa sognare, è nutrimento dell'anima. Questo mi piace pensare che siano i bei libri illustrati per bambini: nutrimento dell'anima.

Il libro illustrato per bambini è un oggetto molto particolare, ha delle sue regole che vanno rispettate perché funzioni, perché il libro è un oggetto d'uso. Ogni autore illustratore vi darà la sua versione di queste regole, perché ogni artista individua delle priorità diverse e ancora non è detto che queste priorità rimangano sempre le stesse, o che siano le stesse per tutti i suoi libri. Per me da lettore, nonostante sia anche illustratrice, è molto importante che ci sia una bella storia.

Se un albo illustrato ha delle bellissime illustrazioni, ma una brutta storia, diventa un oggetto usa e getta, la forza dell'illustrazione deve essere legata a doppio filo con il testo, l'uno deve essere detonatore dell'altro. Io stessa mi sono appassionata a libri dalla bella storia, ma dalle orribili immagini e credetemi per un'illustratrice è difficile, difficilmente mi succede il contrario: se sfogliando un libro delle illustrazioni mi attirano, ma poi leggendo la storia mi delude, oppure non trovo interessante il dialogo tra parola e immagine, allora lo abbandono. In sostanza mai sottovalutare, nell'albo illustrato, l'importanza della parola, a dispetto dello spazio fisico che la parola occupa nella pagina, è di fondamentale importanza. 

Altra storia è invece per i silent book, cioè per quei meravigliosi libri e ne abbiamo pochissimi in Italia dove non ci sono parole, quei libri in cui la storia viene raccontata solamente dalle immagini. Ma qui entriamo in un altro ambito, quello di cui mi interessa parlare con voi adesso è proprio di questo rapporto, di questo intreccio tra parola e immagine. 

L'albo illustrato viene pensato nel grande formato, perché possa essere letto la prima volta almeno insieme a un adulto, questo mi scuseranno le signore americane per loro è normale, per noi no. Le prime volte che ho visto un adulto che guarda un libro con un bambino messo dallo stesso lato è stato nei film americani, da noi è una cosa nuova, noi da bambini non abbiamo mai avuto dei genitori coricati insieme a noi che sfogliavano un albo illustrato. Quindi la prima volta almeno l'albo illustrato viene guardato insieme a un adulto, l'adulto è un veicolo importantissimo, non solo perché decodifica il testo quando il bambino non è in grado, ma per il suo peso affettivo e emotivo nella scoperta del nuovo piccolo universo racchiuso nel libro, per entrare nello spazio del libro di cui hanno parlato altri questa sera.

Condividere un libro è un'occasione preziosa di complicità che non vale la pena di perdere. L'adulto legge il testo, il bambino ascolta e guarda le figure. A che servono le figure? Certo non a tradurre in immagini stereotipate le parole del testo, ma a raccontare quello che le parole non dicono attraverso un altro codice che ben ha spiegato la relatrice prima di me, un codice visivo. Gli strumenti, i portatori di informazioni nelle illustrazioni sono diversi, sono come ha detto i colori, il tipo di segno, la composizione, il verticale, l'orizzontale e il diagonale, non mi ripeto perché sono state appena dette benissimo queste cose.

Non è solo quello che viene raffigurato, ma come. Il linguaggio grafico ha un suo codice, che noi che guardiamo o il bambino percepisce istintivamente, così le forme, i colori hanno una loro storia da raccontare e una storia che viene evocata dalle parole, ma che rimane muta. Quando guardiamo un quadro, al di là del contenuto narrativo - questo per il quadro c'è ben chiaro ma meno per le illustrazioni - sempre che nel quadro ci sia un contenuto narrativo, perché nell'arte contemporanea astratta delle volte il contenuto narrativo non c'è, quindi al di là del contenuto narrativo del soggetto c'è un racconto emotivo che nasce dalla scelta del tipo di segno, dal colore, dalla tecnica. C'è un racconto che nasce dal senso estetico. 

La forza dell'illustrazione è in questa sua capacità di comunicare autonomamente, grazie alle regole del senso estetico, ma intrecciandosi con il testo. È solo nell'albo illustrato che sempre più non è solo per bambini, perché questo dialogo tra questi due codici è troppo interessante, perché rimanga solo per bambini, sempre più anche gli adulti ne stanno scoprendo il potenziale.

Insomma quello che è stato detto più volte: due linguaggi paralleli che si arricchiscono a vicenda, in un gioco di rimandi l'uno all'altro, gioco che il bambino dopo la prima lettura potrà fare autonomamente, con i tempi e i ritmi che più gli piacciono.

Ritmo: ecco un altro elemento per me molto importante. Inutile dire che un testo deve avere un ritmo, un buon ritmo lo sappiamo tutti, ma nell'albo il ritmo del testo deve accordarsi con il girare la pagina, è con quello che l'occhio percepirà prima del significato delle parole. Il vedere viene sempre prima delle parole, il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare, dice John Berger in un saggio che ho letto da poco molto interessante, intitolato "Questione di sguardi: 7 inviti a vedere tra storia dell'arte e quotidianità", ve lo cito perché se vi interessa vale la pena. 

In questo caso il lavoro dello scrittore e dell'illustratore dovrà essere programmato nello svelare con tempi diversi, se non uno dei due risulterà inutile, perché scopriamo già con l'occhio quello che il testo ci dice dopo con il suono. Una parte del mio lavoro, del lavoro di progettazione di albi, ha riguardato proprio le potenzialità dello spazio della pagina e del ritmo non solo nel modo di sfogliare tradizionale il libro, ma in alto, in lungo, in modo perché la regola fondamentale del libro è che deve essere un oggetto sfogliabile, oltre questo possiamo fare tutto, ma possiamo sfogliare in tanti modi, in modo da dilatare questo spazio della pagina a seconda di quello che ci serve nel nostro racconto, a seconda del ritmo di cui abbiamo bisogno.

Parlare del mio lavoro è molto difficile, mi sono mantenuta sul generico, è imbarazzante, diciamo che preferisco che a raccontare la mia esperienza in concreto poi siano i libri piuttosto, per questo non mi piaceva mostrare adesso delle immagini. Ma mi vorrei un po' raccontare: scrivo e illustro storie e per quanto possa sembrare strano è molto più difficile per me illustrare un testo mio che un testo di altri, come mi succede anche, perché per me è molto importante mantenere i due ambiti separati, per non rischiare di sovrapporli, quindi io devo raccontare in due modi la mia stessa storia. 

Ma le mie storie spesso nascono da immagini, ma non perché faccio prima le immagini e poi il testo, ma perché ho prima delle visioni che si palesano, un'immagine che si palesa, che magari butto giù in uno schizzo, ma sulla quale costruisco una storia. 

Scrivo un testo e su questo testo poi progetto il libro vero e proprio, vi vorrei citare delle parole di Maurice Sendak, che dice a questo proposito su questo lavoro di progettare le immagini e il testo di un libro "un patchbook non è solo quello che la maggior parte della gente crede, un libro facile pieno di immagini, per me è una cosa tremendamente difficile da realizzare, molto simile a una forma poetica complessa, che necessita di sintesi e controllo continui, bisogna riuscire a dominare costantemente la situazione per ottenere una apparente semplicità, questa incredibile leggerezza che in realtà nasconde l'imbastitura, come un abito di buona fattura, basta che un solo punto salti all'occhio e hai rovinato tutto. Nel mondo dell'illustrazione non c'è niente di più intrigante."  Questo è il lavoro faticoso che un illustratore e scrittore di albi per bambini fa. Ci riesco, ci provo, non so se ci riesco, spero sempre di riuscirci nel libro che sto per fare. 

Vorrei, prima di concludere, leggervi una storia senza figure, perché è bello - mi piace proprio dirlo in questa situazione in cui si parla tanto di albi illustrati e di figure - che alcune figure che vengono evocate dalle storie restino vaganti nella nostra mente, nella nostra immagine, che non si fissino da nessuna parte.  

"C'era una volta, qualche tempo fa, un bambino che amava il mare. L'inverno passa lento lento, ma Pino continua a nuotare per la casa. "Finirai per romperti l'osso del collo a camminare con quelle stupide pinne per la casa!" gli urla ogni volta sua madre. Non appena arriva la primavera Pino va sulla scogliera a guardare il mare e a sognare e mentre sogna, con gli occhi nell'acqua, qualche schizzo, un movimento, forse un pesce salta. Ogni volta Pino si spinge più in là, più vicino al mare, prende l'abitudine di portare qualcosa da mangiare per i pesci che si vedono attraverso l'acqua.

Ma un giorno, proprio mentre Pino è in cima a uno scoglio, all'improvviso un'onda, un'onda gigantesca lo cattura, forse una nave al largo l'ha provocata o un vento lontano giorni e giorni. Pino viene come risucchiato dal fondo del mare, sviene. Quando si risveglia non vede che occhi, occhi di pesce intorno a sé, qualcuno gli pare di riconoscerlo tra quelli che mangiavano la sua merenda. Si disimpiglia dai coralli e non si sa come dalla sua bocca escono delle bollicine e lui riesce a respirare. È leggero, si muove sott'acqua come se non avesse fatto altro sin dalla nascita. Ecco forse il segreto sta lì: in effetti nella pancia della mamma viviamo nell'acqua.

Un delfino sembra invitarlo a risalire, ma lui non può, non può, non può ancora, non vuole! L'ebbrezza per il nuovo mondo gli dà un'energia speciale, continua a nuotare verso il blu quasi nero, ormai i piccoli pesci d'argento non lo seguono più, una grotta, è buio, nuota, guarda, tocca, ascolta. Qualcosa ci muove, è grande e potrebbe essere uno squalo. "Veloce, forza veloce", è tutto quello che Pino riesce a pensare "veloce, forza veloce" e mentre nuota verso l'acqua azzurra delle corde, una rete: non può più scappare. Ma la rete all'improvviso si chiude e sale veloce. Mentre sale capisce che la sua avventura è finita, Pino vuole andare e vuole restare, il cuore gli batte forte in tutto il corpo, è confuso. L'aria asciutta piace a Pino, le voci dei pescatori sono forti, urlano, ridono, lo toccano.

Da quel giorno molte altre volte Pino si è tuffato e ha provato a respirare, ma mai più si è ripetuto l'incanto. Oggi Pino è un famoso fotografo subacqueo, passa buona parte della sua vita con i pesci, in silenzio si è rassegnato a respirare sott'acqua con delle bombole sulle spalle, ripetendosi che forse quel giorno era solo svenuto." 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie a Lucia. Concludiamo con le parole, il racconto della nostra Marisa Schiano che non vedo, dopo di lei ci diamo appuntamento a domani, ancora qui e ancora alle 9, parleremo di libri, di biblioteche e naturalmente anche di bambini. 

MARISA SCHIANO  

Vi racconterò la storia di una novella popolare, che parla di un drago, e l'ho scelta proprio perché in questo convegno le biblioteche hanno un ruolo molto importante, quindi è dedicato alla nostra biblioteca, alla Biblioteca San Giorgio, che ha nel simbolo il drago trafitto dalla freccia, dalla lancia del cavaliere San Giorgio. 

"C'era una volta un uomo e una donna che erano sposati e vivevano in un bosco. Erano sposati da tanti anni e ormai avevano perso la speranza di potere avere un bambino. Spesso il pescatore se ne andava a pescare in un laghetto che non era molto lontano dalla sua casa e quel giorno era lì da tante ore, ma non aveva pescato niente. Stava già per alzarsi, per raccogliere le sue cose e andarsene via, quando vide qualcosa che aveva abboccato e allora con tutte le sue forze tirò su la canna e dall'acqua uscì un pesce grande così. Il fatto è che era tutto d'oro e il pesce gli parlò con una voce flebile flebile e gli disse "portami a casa, cuocimi e dai da mangiare la testa alla tua cavalla, la coda alla tua cagna, la carne a tua moglie e le lische sotterrale nell'orto".

Il pescatore esterrefatto non sapeva cosa fare, certo era un pesce molto strano quello e lo voleva ributtare nell'acqua, poi però all'improvviso decise di fare come lui aveva detto: tornò a casa, lo cosse e dette da mangiare la testa alla cavalla, la coda alla cagna, la carne a sua moglie e le lische le sotterrò nell'orto. E dopo 9 mesi la cavalla fece un cavallino, la cagna fece un cagnolino, sua moglie fece un bellissimo bambino, un maschio, e nell'orto dove aveva sepolto le lische era spuntata una spada bellissima, lucente. 

Passarono gli anni, il bambino si chiamava Giovanni, il nome del nonno, e Giovanni aveva 20 anni, un giorno decise di partire, di andare in giro per il mondo a vedere che cosa c'era, era stanco di stare lì in quel bosco da solo, solo con suo padre e sua madre. I genitori non volevano lasciarlo partire, ma alla fine lui li convinse e così Giovanni montò a cavallo e il suo cavallo si chiamava Passamontagne, prese con sé il cane che si chiamava Melampo per la velocità con cui correva e si mise al fianco la spada lucente. 

Attraversò tante città, vide tanti paesi, ebbe tante avventure, ma un giorno arrivò in una città molto strana. Le campane suonavano a morto, dalle finestre penzolavano giù dei tappeti neri, tutti piangevano, allora Giovanni si fermò in una osteria e chiese all'oste "mi scusi tanto, ma che città strana che è questa, che è successo qua? Chi è morto?" e l'oste disse "oh cavaliere, lei certo non è di queste parti, perché altrimenti lo saprebbe. Lo vede lassù? Lassù in cima alla collina, lassù c'è la tana del drago dalle 7 teste e lui tutti gli anni, in questo giorno a mezzogiorno, vuole una fanciulla da mangiare e se non gli venisse data lui verrebbe giù e sbranerebbe tutti quelli che trova. Per questo il re tutti gli anni deve tirare a sorte tra le fanciulle del paese e quest'anno è toccato proprio alla principessa, a sua figlia." 

Infatti Giovanni dopo un po' vide un corteo di persone e in cima c'era il re, la regina e la principessa. Ai piedi della collina tutti quanti abbracciarono piangendo la principessa e la lasciarono sola. Lei cominciò a camminare e si avviò verso la tana. Giovanni la seguiva da distante. Arrivata davanti alla tana, la principessa si inginocchiò davanti a una madonnina e si mise a pregare. All'improvviso sentì dei rumori dietro di sé, si voltò "cavaliere, vi prego andate via, perché tra poco arriverà qui il drago e se vi vede mangerà anche voi, vi prego andatevene, salvatevi!", ma Giovanni disse "ascolta non ho mai visto un drago con 7 teste, sono proprio curioso e poi bah voglio vedere se ti posso aiutare" e così Giovanni rimase lì accanto a lei. 

Ecco che l'orologio del campanile della piazza principale della città dette 12 rintocchi e al dodicesimo rintocco la terra tremò come se ci fosse il terremoto e dalla tana venne su un'aria gelida. Eccolo all'improvviso il drago, enorme, con le sue 7 teste, una sopra l'altra e subito fece una grande risata "ahahahahah come mi hanno trattato bene quest'anno, non soltanto una fanciulla ma anche un cavaliere, un cane, un cavallo! Ahahah pancia mia fatti capanna!" e subito spalancò tutte e 7 le bocche e fece per mangiare tutti quanti, ma Giovanni velocissimo sfoderò la spada e zac gli tagliò la testa vicina. La testa cadde in terra, ma il drago la prese e se la rimise, e allora Giovanni nuovamente zac gli ritagliò la testa, questa cadde in terra, il drago la prese e se la rimise.

Allora Giovanni disse "qui bisogna giocare d'astuzia" e così, appena gli ebbe tagliato la testa, prima che questa toccasse terra lui fece "Melampo, portala via" e Melampo veloce come il lampo la portò via e in un secondo era già di ritorno. E allora Giovanni zac la seconda testa, Melampo la prese in volo e la portò via, zac la terza testa, Melampo la prese in volo e la portò via e così una dopo l'altra tutte e 7 le teste furono tagliate e il drago cadde in terra morto. 

La principessa "cavaliere, mi avete salvato la vita, adesso dovete venire da mio padre, perché lui vi darà tutto quello che voi desiderate", "ma io non voglio proprio niente sai, io sono contento di averti salvato e di avere ucciso un bestione del genere. Facciamo un po' di strada insieme", così cominciarono a camminare e Giovanni ad un certo punto fece "Melampo, portami dove hai messo le teste" e Melampo lo portò sulle rive di un ruscello, dove c'erano tutte e 7 le teste. Giovanni aprì le 7 bocche, strappò le lingue, scuci la sua sella e le infilò lì dentro. La principessa non capiva perché lui faceva così, ma era così frastornata che non gli chiese proprio niente.

Così si salutarono, Giovanni se ne andò e lei veniva giù trotterellando per la discesa. E cantava, era proprio felice! Ma passava di lì per caso un carbonaio, vide la principessa e subito pensò "guarda guarda la principessa, o non doveva essere mangiata dal drago? Che cosa ci fa qui?", quindi la fermò e glielo chiese e lei subito "se sapeste che cosa è successo! Un cavaliere coraggioso ha ucciso il drago, gli ha tagliato tutte e 7 le teste!", allora il carbonaio tirò fuori un coltello arrugginito, glielo mise alla gola e fece "adesso tu mi porti da tuo padre e gli dirai che io ho ucciso il drago, altrimenti ti taglio la gola". E la principessa disse sì, poi lui aggiunse "ascoltami un po', se questo cavaliere ha ucciso il drago e gli ha tagliato le teste, dove sono queste teste?" e allora lei, sotto la minaccia del coltello, lo portò sulle rive di quel ruscello dove c'erano tutte e 7 le teste. Lui aprì un sacco, ce le buttò dentro e insieme alla principessa andarono al Palazzo.

Immaginatevi il re e la regina quando videro la loro figlia salva, la abbracciarono e lei subito disse "padre, madre, è stato questo carbonaio che mi ha salvato dal drago e gli ha tagliato tutte e 7 le teste. Il re abbracciò subito il carbonaio e disse "avete salvato mia figlia, io vi do tutto quello che volete! Chiedete, qualunque cosa voi chiediate io ve la darò" e il carbonaio fece "qualunque cosa?" "ma certamente, qualunque cosa!" "allora io voglio sposare vostra figlia". La principessa si sentì svenire all'idea di dovere sposare quell'essere così brutto, sporco, cattivo, ma sapete parola di re è parola di re. Il re aveva promesso e doveva mantenere, così alla fine della settimana si sarebbe celebrato il matrimonio tra il carbonaio e la principessa. 

E alla fine della settimana Giovanni per caso ripassò da quella città: vide fiori alle finestre, le campane che suonavano a festa, tutta la gente per le strade che saltava, ballava, cantava. E lui tornò alla solita osteria e disse all'oste "ma scusate siete proprio buffi in questa città! Sono venuto una settimana fa e tutti piangevano, e adesso che è successo?" "cavaliere, cavaliere! Se sapeste! Un carbonaio coraggioso ha ucciso il drago, gli ha tagliato tutte e 7 le teste e allora per premio oggi sposa la principessa e allora tutta la città è invitata, anzi scusate devo chiudere perché sono invitato anch'io".

Così, siccome non c'era una sala abbastanza grande nel Palazzo da contenere tutti i cittadini, fu apparecchiato nel parco del Palazzo e in questo grande tavolo a forma di ferro di cavallo c'erano a capotavola il re, la regina, la principessa e il carbonaio. Giovanni si mise a spiare tra le piante vicino al cancello e guardò tutti gli invitati che si mettevano seduti e i servitori che cominciarono a versare il brodo nei piatti. Allora lui fece "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo veloce come il lampo andò lì, agguantò una becca della tovaglia e trum tirò giù tutto.

Vi immaginate voi tutti i bicchieri rotti, i piatti rotti, tutta la gente schizzata di brodo, le signore elegantissime schizzinose tutte arrabbiate! Dovettero nuovamente apparecchiare tutto da capo e nuovamente versarono il brodo e nuovamente Giovanni fece "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo andò, agguantò nuovamente una becca della tovaglia e brum tirò giù tutto, tutto rotto nuovamente da capo, un disastro terribile, tutti arrabbiati e nuovamente dovettero riapparecchiare e nuovamente versarono il brodo e nuovamente Giovanni disse "Melampo, vai e tira giù tutto" e Melampo fece ancora una volta questa cosa che lui gli aveva ordinato. 

Ma la principessa lo vide mentre correva e allora fece "guardie prendete quel cane, è lui che ha causato questo guaio" e così le guardie arrivarono fino a Giovanni. Lo portarono lì davanti al re e appena la principessa lo vide disse "padre, è stato questo cavaliere che mi ha salvato dal drago, non il carbonaio" e il carbonaio subito "che discorsi sono questi? Sono io che ho ucciso il drago e ne ho anche la prova: portate qua le teste!", portarono il sacco e rovesciarono le teste. E Giovanni le guardò e disse "è vero, quelle sono proprio le teste del drago, ma apritegli un po' la bocca", aprirono tutte e 7 le bocche e le lingue non c'erano. "Se volete le lingue, andate a vedere nella sella del mio cavallo, le ho messe lì".

A quel punto il carbonaio ero scoperto e cercò di scappare, ma il re ordinò che venisse preso e venisse portato nella piazza principale del paese e lì, sopra una catasta di legna e con una camicia di pece, fu bruciato vivo e non fece più del male a nessuno. E invece Giovanni sposò la principessa e diventò principe e quando poi il re morì, lui diventò re e la sua principessa regina e se ne stettero insieme per tanti e tanti anni sapete, molto felici. A questo punto io vi devo dire che la mia novella è finita e se non vi è garbata leccatevi le dita!" 

 

ROSANNA MORONI  

Grazie, buonasera a tutti e a domani. 

 

 

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